A quasi due anni di distanza dalla "scoperta" dell'uomo osceno di Orbe ho la possibilità di approfondire ulteriormente l'argomento. Durante una serata dedicata alla chiesa di San Biagio a Ravecchia (post in arrivo) vengo in contatto con una storica dell'arte.
A fine serata non posso fare a meno di avvicinarla e mostrarle l'oscena visione immortalata due anni prima.
%20(1).jpeg)
L'uomo osceno nella chiesa riformata di Notre-Dame di Orbe
È con un velo di delusione che apprendo dalle prime parole che non é in grado di formularmi una risposta. Però sa a chi rivolgersi. Ottimo: anche un "non lo so ma so chi potrebbe saperlo" é una risposta.
Poco tempo dopo ricevo la sua risposta di cui ripropongo degli spezzoni
"SHEELA NA GIG: L’OSCENO SACRO
Le Sheela na gig costituiscono uno dei fenomeni più enigmatici e affascinanti della scultura medievale europea. Si tratta di figure lapidee, per lo più femminili, caratterizzate dalla rappresentazione esplicita dei genitali, spesso sproporzionati ed esibiti mediante un gesto deliberato delle mani. Queste sculture sono diffuse prevalentemente in Irlanda e in Gran Bretagna, ma esempi isolati o iconograficamente affini si rintracciano anche nell’Europa continentale.
La loro collocazione originaria, chiese, monasteri, castelli, ponti e mura urbane, ha alimentato un dibattito storiografico complesso e tuttora aperto sul loro significato simbolico e sulla loro funzione culturale.
Origini
Dal punto di vista cronologico, le Sheela na gig vengono generalmente datate tra il XII e il XIII secolo, in un contesto segnato dalla riorganizzazione ecclesiastica e dall’intensa attività edilizia normanna. È proprio questa cornice cristiana a rendere particolarmente problematica la loro interpretazione: la presenza di immagini sessualmente esplicite su edifici sacri sembra entrare in tensione con la morale e la dottrina medievale ufficiale, tradizionalmente associata a una visione negativa del corpo femminile e della sessualità. Tuttavia, tale apparente contraddizione ha spinto gli studiosi a interrogarsi sulla pluralità dei significati che l’immagine poteva assumere all’interno di una cultura simbolica stratificata e non monolitica.
A sinistra: Sheela-Na-Gig nella chiesa di Kilpeck, vicino Hereford, Inghilterra. La figura della donna è rappresentata accovacciata, come accade spesso. Forte rilievo è dato agli occhi e alla vulva, tenuta spalancata.
Al centro: Sheela na gig conservata al British Museum.
A destra: La chiesa di Stretton Sheela Na Gig. La chiesa risale al XIV secolo, ma è probabile che Sheela sia stata riutilizzata da una chiesa più antica o addirittura che fosse di origine pre-normanna.
Interpretazione #1 - immagini apotropaiche
Una delle interpretazioni più diffuse legge le Sheela na gig come immagini apotropaiche.In questa prospettiva,
l’esibizione dei genitali avrebbe avuto la funzione di allontanare il male, gli spiriti maligni o il malocchio,
secondo una logica simbolica che attribuiva al corpo, e in particolare alla sessualità femminile, un potere liminale e ambivalente.
Tale funzione protettiva trova paralleli in molte culture, sia antiche sia medievali, in cui il gesto osceno non è concepito come provocazione erotica, ma come strumento rituale di difesa.
Interpretazione #2 - contro la lussuria
Accanto a questa lettura, un filone interpretativo di matrice moralistica considera le Sheela na gig come
ammonimenti visivi contro la lussuria. In questo senso, la deformazione del corpo, la vecchiaia accentuata dei volti e la sproporzione anatomica sarebbero elementi volutamente anti-erotici, finalizzati a suscitare disgusto piuttosto che desiderio.
L’immagine della donna che espone il proprio sesso diventerebbe così una metafora della corruzione morale e della caducità della carne, coerente con la pedagogia visiva della Chiesa medievale, che spesso ricorreva a immagini forti e disturbanti per veicolare insegnamenti etici.
Interpretazione #3 - antiche divinità
Non manca, tuttavia, un’interpretazione di segno opposto, che riconduce le Sheela na gig a residui di culti precristiani legati alla fertilità e alla sacralità del principio femminile. Secondo questa ipotesi,
le sculture rappresenterebbero la sopravvivenza, in forma cristianizzata o tollerata, di antiche divinità o simboli della rigenerazione vitale.
Sebbene questa lettura sia stata criticata per la mancanza di prove dirette e per il rischio di proiezioni romantiche sul passato celtico, essa ha avuto un forte impatto nel dibattito culturale contemporaneo, soprattutto in ambito femminista e postcoloniale.
Il nome stesso Sheela na gig contribuisce all’aura di incertezza che circonda queste figure. L’etimologia del termine è tutt’altro che chiara e probabilmente non medievale, ma frutto di una tradizione antiquaria moderna. Ciò rafforza l’idea che il significato originario delle sculture non fosse fisso né univoco, ma dipendesse dal contesto, dallo sguardo dello spettatore e dalle pratiche culturali locali.
Conclusioni
In definitiva, le Sheela na gig resistono a ogni interpretazione riduttiva. Esse incarnano la complessità del Medioevo, una società in cui sacro e profano, paura e potere, corpo e simbolo convivono senza le nette separazioni imposte dalla modernità.
La loro forza non risiede tanto in una risposta definitiva sul loro significato, quanto nella capacità di mettere in crisi le categorie interpretative contemporanee, costringendo lo studioso a confrontarsi con l’alterità radicale dell’immaginario medievale.
Archittetonicamente parlando
Dal punto di vista della collocazione architettonica, le Sheela na gig occupano spesso spazi liminali: architravi, mensole, capitelli, murature esterne o zone di passaggio. Questa posizione marginale, ma visivamente strategica, è un elemento chiave per la loro interpretazione storico-artistica. Nel Romanico, tali spazi erano tradizionalmente riservati a figure mostruose, animali fantastici o scene moralizzanti, destinate a segnare simbolicamente il confine tra ordine e caos, tra interno sacro ed esterno profano. In questo senso, la Sheela na gig può essere letta come una figura di soglia, incaricata di rendere visibile ciò che deve essere controllato, respinto o neutralizzato.
Iconograficamente parlando
Il confronto iconografico con altre tipologie figurative romaniche rafforza questa lettura. Le Sheela na gig condividono tratti formali e concettuali con le immagini dei vizi, con le personificazioni della lussuria e con alcune figure demoniache femminili presenti nei bestiari e nella scultura monumentale. Tuttavia, a differenza di queste ultime, esse non sono accompagnate da un contesto narrativo esplicito. La loro forza risiede proprio nell’isolamento iconico: l’immagine non racconta una storia, ma impone una presenza, quasi uno shock visivo, che attiva una risposta interpretativa nello spettatore.

Commenti
Posta un commento