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Le guerre di Borgogna - 1. Carlo il temerario

Le guerre di Borgogna rappresentano il fiore all'occhiello della storia militare svizzera. Fu il vero e proprio trampolino di lancio e se il nostro paese esiste anche oggi lo si deve anche a quel paio di scontri avvenuti nel 1476. Qui ebbero modo di mettersi in mostra e lanciare così un nuovo prodotto sulla scena europea: il soldato mercenario. Parallelamente veniva così tutelata la Svizzera perché nessuno interessato a conquistare la terra di provenienza di questi agguerriti soldati

Ho sempre visto i vaccai montanari armati di picche e poco altro i veri eroi di queste guerre. Avendo poi l'occasione di chinarmi sull'argomento trovo nel nemico, Carlo il temerario forse il vero protagonista di questa storia. Mentre gli svizzeri non presentano nomi altisonanti sul circuito europeo l'esercito Borgognone presenta un condottiero dal carattere forte e dedito a colpi di testa. Ed é forse lui il vero protagonista, come se nel romanzo di Heidi il vero personaggio fosse la signorina Rottenmeier, così perfettamente sbagliata. 

Se non lo si ama, lo si teme

Ed è vero che Carlo presenta i difetti delle sue qualità: principe leale, moderato, fiero, nobile, moralmente irreprensibile (due volte vedovo: di Caterina di Francia, figlia di Carlo V, e di Isabella di Borbone, risposatosi in terze nozze con Margherita d’York, non si conoscono amanti), sincero, franco, fedele alla parola data, dotato di un senso dell’onore molto rigido, pio, ha anche il gusto della guerra, un coraggio giudicato pericoloso dai suoi consiglieri, e può mostrarsi pieno di orgoglio e di goffaggine, duro e violento a volte. Se non lo si ama, lo si teme. 

Carlo il Temerario di Borgogna (1433-1477), qui raffigurato ancora come conte di Charolais. A questo originale si riferiscono tutte le altre raffigurazioni di Carlo come duca di Borgogna

Sempre indaffarato, cosa che non mancò di essergli rimproverata – il suo motto non è forse «Je l'ay emprins» («ho osato») Adottò questo motto quando la moglie, Isabella di Borbone, lo supplicava di rinunciare ai suoi progetti bellici durante la Guerra del bene pubblico

Standardo di Carlo il Temerario catturato durante le guerre di Borgogna
 Museo dell'arsenale di Soletta

Il lavoratore

«Carlo il Lavoratore», come talvolta lo si chiamava con indignazione, vuole essere un eroe per i suoi contemporanei, un principe che, di fatto, si allontana risolutamente dai costumi cortesi allora in voga.
Coraggioso, come abbiamo detto, e fino in fondo: afflitto da una fistola, senza dubbio atroce quando montava a cavallo e causa del fatto che non ebbe altri figli dopo Maria, la figlia che Isabella di Borbone gli diede nel 1457. Carlo soffriva anche di un'unghia incarnita, che avrebbe aiutato a identificarlo post mortem.

Temerario

Per quanto riguarda il suo soprannome di "Temerario", bisogna sapere che si tratta di un'invenzione dei suoi nemici. Durante la sua vita Carlo era chiamato "l'Audace", come il suo bisnonno Filippo, eroe della battaglia di Poitiers (1356) e fondatore della dinastia. "Audace" equivale a "coraggioso", il che non è affatto negativo. "Temerario" si applica a chi non sa cosa sta facendo, a chi si lancia senza riflettere. L'esatto contrario del suo principale antagonista: Luigi XI, l'incarnazione del sovrano astuto e calcolatore, frugale e superstizioso (due tratti caratteriali che ha in comune con Carlo), paziente e flessibile, che non teme di indietreggiare, di fingere, di temporeggiare – il genio maligno della storia. Carlo è proprio l'anti-Machiavelli, ed è questo che causerà la sua rovina

Il Santo

Che la sua stella, cionondimeno, continuasse a brillare fu testimoniato da un singolare episodio verificatosi dopo la firma della pace a Neuss. Centinaia di soldati germanici si affollarono per contemplare il temuto e già leggendario Carlo il Temerario. Il nemico rimaneva a bocca aperta davanti a lui. Jean-Pierre Panigarola, ambasciatore del duca di Milano, non credeva ai suoi occhi. «Si gettarono per terra e lo adorarono come se fosse un santo sul suo trono.». Per evitare il caos ci si vide costretti a organizzare un sens de la visite. Carlo era seduto sul suo trono in pompa magna. Gli ammiratori entravano da un lato alla spicciolata, potevano abbandonarsi - al centro - alla loro adorazione per poi uscire dall'altro lato, in silenzio, da questo strano luogo di culto.

L’irrascibile

Durante la riunione a Bruges del 10 maggio 1468 i membri, con cortesia ma con fermezza, fecero la morale al loro capo. Carlo lavorava troppo duramente, «si rivolgeva con troppa asprezza ai suoi servitori» e di tanto in tanto «era troppo irascibile verso gli altri principi». Gli consigliarono inoltre «di essere benigno e misurato» e «dichiarare guerra solo in caso di estrema necessità»

Non molto tempo dopo, il cronista e uomo di fiducia Philippe de Commynes non esitò a lasciare il duca per mettersi al servizio del re di Francia, un tradimento che fu un duro colpo per Carlo. La sua necessaria dose di prudenza si trasformò in paranoia, e, alla lunga, finì per fidarsi unicamente di se stesso.

Il duca di Borgogna si era trasformato nel sovrano più potente, ma anche più crudele, dell'Occidente. La sua massima «preferisco essere odiato piuttosto che disprezzato» era diventata realtà.

La vanità e la testardaggine di Carlo non potevano che condurlo alla rovina

Il redivivo

Dopo la battaglia di Grandson Carlo non somigliava più per nulla al bell'adone immortalato una quindicina d'anni prima da Rogier van der Weyden. Nel Museo delle Belle Arti di Digione, in un'opera del 1474, un anonimo pittore non nasconde il gonfiore che c'è ora sul volto del duca. Guardate il doppio mento, le borse sotto gli occhi. Questo ritratto è il quarto di una serie che comprende anche quelli di Filippo l'Ardito, di Giovanni senza Paura e di Filippo il Buono. 

 Copia della metà del XVI secolo tratta da un originale del 1474 (?). Il ritratto reca la data del 1474, anno in cui, dopo aver accompagnato alla Certosa di Champmol le salme dei suoi genitori defunti, Carlo il Temerario fece a Digione il suo «ingresso trionfale», vestito di una splendida armatura. La sua visita fu caratterizzata da grandi festeggiamenti e il duca pronunciò discorsi in cui manifestava la sua volontà di diventare re. Un ritratto potrebbe essere stato realizzato in questa occasione. Questo pannello, che uno studio del supporto in legno ha permesso di datare alla metà del XVI secolo, ne sarebbe la copia.

Questo Temerario non suscita una grande impressione nel visitatore poco informato, il quale potrebbe pensare che si tratti di un'opera di un pittore minore. La realtà, nuda e cruda, è che abbiamo davanti agli occhi un Carlo spossato, alla fine della sua vita, un uomo dallo sguardo spento, più soldato che duca: solo la sua armatura luccica ancora.

Dopo Grandson il duca, sempre così accurato, si lasciò crescere per la prima volta la barba. Contrariamente alle sue abitudini, cominciò a bere vino puro, lui che l'aveva sempre diluito con l'acqua. Come se si trattasse di un vero declino, poco dopo si isolò e non si fece più vedere. Ebbe un crollo. Oggi si parlerebbe di un esaurimento nervoso, i cronisti si accontentarono di definirla «la malinconia del duca». Non che fosse una sorpresa completa. La barba. La frustrazione. Grida e urla incessanti.
L'ossessione della riorganizzazione del suo esercito. Non riusciva chiaramente ad assorbire il colpo di Grandson. Lo spirito era ancora volitivo, ma il corpo protestava.

Nella notte tra il 10 e l'11 aprile 1476 la botta psicologica ebbe ripercussioni fisiche, e il duca fu tormentato da terribili crampi allo stomaco. C'era forse qualcosa nel tè che prendeva per placare la sua «malinconia»? L'avevano avvelenato? In ogni caso le sue condizioni di salute peggiorarono. Due settimane dopo era allettato, semicosciente, con le gambe spaventosamente gonfie.
Per giorni la sua vita fu appesa a un filo. Sanguisughe, preghiere, purghe, niente sembrava farlo stare meglio. Qualcuno gli fece la barba. Forse conteneva i germi segreti della malattia? Ma quando ormai si prospettava il peggio, migliorò. All'inizio di maggio fu persino in grado di lasciare il letto. Era pallido, ma era di nuovo tra i vivi.

Il 19 maggio, in gran pompa, passò in rassegna le truppe. Come un signore della guerra rinato dalle ceneri, cavalcò per ore tra le linee con una tunica di seta intessuta di fili d'oro. Urlava ordini come se stavolta volesse inculcare di persona nella testa dei soldati ogni dettaglio della sua nuova organizzazione militare, colpendo con il bastone quelli che non erano ben allineati. Colava furore da tutti i pori.

L’esercito di Carlo

Come un moderno manager febbrile, redigeva ordinanze con cui documentava, nei minimi dettagli, l'organizzazione del suo corpo d'armata, composto da 11.250 soldati professionisti e da quasi 2000 membri della sua guardia personale. Un inquadramento tanto professionale era un fatto nuovo e avrebbe influenzato le questioni militari all'inizio del Rinascimento, ma non avrebbe comunque salvato dalla rovina lo stesso Carlo.

La sua ingerenza era eccessiva. Dalla descrizione minuziosa delle differenti armature dei soldati fino al divieto di marciare troppo rapidamente o troppo lentamente, passando attraverso il tipo di esercizi di addestramento: una cosa mai vista. Non esitava nemmeno a formulare istruzioni militari più specifiche.

Così, per esempio, gli arcieri dovevano imparare a «combattere schiena contro schiena a mo di difesa doppia, o in quadrato, o in cerchio, ma sempre con i picchieri all'esterno, per contenere le cariche della cavalleria nemica». Emanò anche un divieto assolutamente non realistico di bestemmiare e di giocare a dadi.

D'altronde si rendeva ben conto che i suoi combattenti avevano bisogno di donne, e chiudeva un occhio davanti al numero limitato di prostitute che, da sempre, seguiva l'esercito. Aveva calcolato che il 3 per cento era una buona media, quindi quasi trenta signore per una compagnia di novecento soldati, con una regola supplementare di condotta che proibiva la nascita di relazioni personali. Le signore appartenevano a tutti.

Carlo si aspettava che i suoi comandanti inculcassero questi nuovi suggerimenti e prescrizioni nei soldati di mestiere. Il punto era che i suoi militari non erano ancora maturi per un approccio tanto moderno. Forse le cose sarebbero andate diversamente se avesse scelto tempi di realizzazione più lenti e graduali. Malgrado queste ordinanze così dettagliate, Carlo non esitò a redigere un anno dopo nuove prescrizioni con le precedenti non ancora applicate.

Come avrebbe fatto Napoleone in seguito, su scala ancora più ampia, Carlo combinava nella sua politica macromanagement e micromanagement. Charles le Travaillant, il Lavoratore, come lo chiamava Olivier de la Marche, governava in base a decisioni rapide ed esercitava un controllo maniacale sia sulle grandi linee sia sui dettagli. Tale era la sua mania di controllo che nel 1471 modificò la firma, per evitare che i suoi segretari potessero imitarla. Dobbiamo immaginarci il duca curvo sulle sue carte, mentre elabora misure giuridiche, militari e finanziarie e spulcia conti e fatture. Era indubbiamente un amministratore infaticabile e un dirigente di grande talento, il problema era che né l'esercito né le sue regioni tenevano il suo ritmo precipitoso e impaziente.

Carlo il Temerario fini con l'essere accecato dal suo stesso dinamismo e dalla sua ambizione.

Nel panorama della memoria che si è delineato nel corso del tempo, il collettivo costituito dall'esercito borgognone appare così schiacciato, se non addirittura reso invisibile, dall'individualità del suo comandante in capo, il Temerario, che occupa tutto lo spazio e attira su di sé tutta l'attenzione. Al contrario, la relativa inconsistenza degli eroi svizzeri sembra aver lasciato spazio sufficiente al gruppo dei combattenti confederati in armatura per esistere e distinguersi. Al punto che, se Carlo di Borgogna appare come un nemico fiammeggiante perché paradossale, l'esercito elvetico è, dal canto suo, riuscito a erigersi a eroe multidimensionale della Confederazione, tra sorprendente crudeltà e innocenza perduta.


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