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Ticino irredento

É una delle discussioni che prima o poi si affronta, solitamente al bar e davanti alla macchinetta del caffé , solitamente in concomitanza con i mondiali di calcio o parlando del frontalierato: l'italianità del Ticino e dei ticinesi.

Per diversi anni ci furono tentativi di annettere il Ticino all'Italia ma non andò mai in porto. In particolare il movimento irredentista presente in Ticino per diversi anni si é impegnata in tal senso.

Presento qui i fatti vista in ottica neutrale per poi passare alle affermazioni molto più di parte da parte irredenta.

Definizione

L'irredentismo è un movimento politico e culturale che mira all'annessione di territori abitati da una popolazione di lingua e cultura italiana, ma sotto il controllo di altri stati, al Regno d'Italia.

Di terre o popolazioni non ancora riunite alla madrepatria e soggette al dominio straniero; per antonomasia, di quelle italiane rimaste sotto l’Austria dopo la terza guerra d’indipendenza (1866)
Illustrazione dello scrittore, politico e militare italiano Gabriele D'Annunzio mentre lancia propaganda irredentista su Trieste nel 1915. Fonte: 'La Domenica del Corriere

Ci fu un tempo in cui l'Italia guardò con grande interesse verso il Ticino con l'intenzione di annetterlo alla naturale patria di origine. In particolare, durante il Risorgimento e dopo, il movimento si concentrò su regioni come il Trentino, Trieste, l'Istria, la Dalmazia e parti della Svizzera e della Corsica, considerate terre "irredente" perché non ancora unite alla nazione italiana.


XV e XVI secolo

Dopo la conquista svizzera del Ticino tra il XV e il XVI secolo, il territorio fu governato come baliaggio e rimase a lungo in una condizione di dipendenza. Nonostante ciò, la popolazione mantenne una forte identità italiana, legata alla lingua, alla religione cattolica sotto l’arcidiocesi di Milano e ai continui rapporti economici e familiari con la Lombardia.

Testimonianza di viaggio

Hans Rudolf Schinz, un giovane pastore protestante di Zurigo, durante un soggiorno locarnese di due anni, è autore di una delle fonti più importanti per la conoscenza del territorio del futuro Cantone Ticino. Questo essenziale contributo, pubblicato negli anni 1783-87, è stato tradotto in lingua italiana nel 1985, con il titolo di Descrizione della Svizzera Italiana nel Settecento. Eccone alcune testimonianze:


Gli abitanti che vedemmo e con i quali parlammo sembravano di carattere buono, leali, socievoli partecipi molto più del carattere dei tedeschi e dei montanari che della diffidenza degli italiani, della cui lingua pure si servono. 

Analogie dell'atmosfera delle abitazioni, del modo di vivere, i rapporti più frequenti e il commercio con i tedeschi, insieme col gusto di una relativa libertà, invero assai limitata dopo la rivoluzione del 1755, possono essere all'origine del fatto che essi si avvicinino più a quelli che agli italiani. Se ne incontrano anche molti che parlano la lingua tedesca, e la maggior parte degli uomini la capisce. Qui alla locanda del Piottino parlano tutti tedesco, poiché l'oste, come doganiere nominato dalle autorità, deve sempre essere un cittadino di Uri.

Liberi e svizzeri

La costituzione della Repubblica Cisalpina (29 giugno 1797), che aspirò in un primo tempo ad annettere le terre svizzere di lingua italiana, e lo scoppio della Rivoluzione elvetica (gennaio 1798) furono seguiti dal progressivo delinearsi nei baliaggi italiani di tre schieramenti principali: i fautori della conservazione dell'ordinamento politico e sociale vigente si contrapponevano ai promotori di una sua innovazione, divisi tra una maggioranza di favorevoli alla permanenza nella Confederazione («Liberi e Svizzeri» o filoelvetici) e una minoranza di partigiani dell'adesione alla Cisalpina («patrioti» o filocisalpini), presenti nel Sottoceneri. Una Repubblica istituita nel 1797 dal generale Bonaparte con la malcelata volontà di unire in un solo Stato persone con la stessa cultura e la stessa lingua. Quindi tutti i territori svizzeri di lingua italiana, a sud delle Alpi, come avvenne d’altro canto con la conquista della Valtellina.

Il 15 febbraio 1798 anche a Lugano fu tentato un colpo di mano per annetterla. Dal resoconto del Landfogto Traxler sappiamo che i Cisalpini, partiti da Campione d’Italia, approdarono nei pressi della foce del Cassarate fra le 5 e le 6 del mattino. Ben presto irruppero a Lugano attraverso la porta di S. Rocco. Nonostante la strenua difesa da parte del Corpo dei volontari, i Cisalpini si spinsero fino al Grande Albergo, sede dei delegati svizzeri Stockmann e de Buman. Poco dopo gli invasori vennero sorpresi dall’insurrezione popolare. La nostra gente desiderava certamente l’indipendenza e la libertà, ma in seno alla Confederazione Elvetica. E quando si resero conto che la Francia intendeva annettere il Ticino alla neocostituita Repubblica Cisalpina, si espressero con decisione a favore del legame con la Svizzera

Il 15 febbraio 1798 il borgo proclamò la propria libertà e indipendenza, riconosciuta dai cantoni sovrani. Da Lugano il moto emancipatore si diffuse subito a Mendrisio e baliaggio (15 febbraio), dove sembrarono imporsi all'inizio i fautori dell'adesione alla Confederazione, e al resto dei territori sudalpini. La libertà fu così accordata dai cantoni sovrani anche ai baliaggi di Locarno (6 marzo), Vallemaggia (21 marzo) e di Bellinzona, Blenio e Riviera (4 aprile), mentre la Leventina ottenne l'uguaglianza giuridica in seno al canton Uri (14 marzo).

I Cantoni avevano dichiarato liberi i baliaggi italiani, ma anche svizzeri, “liberi e svizzeri”.

La levata del Corpo dei volontari di Lugano nel 1797. Disegno a penna acquerellato di Rocco Torricelli (Museo d'arte della Svizzera italiana, Lugano, Collezione Città di Lugano).

Temendo le ingerenze della Repubblica Cisalpina, istituita da Napoleone Bonaparte nel giugno del 1797, i cittadini di Lugano crearono una guardia civica per la difesa del borgo, sostenuta dai cantoni confederati.

Durante il risorgimento

Nel XIX secolo, durante il Risorgimento, molti ticinesi parteciparono attivamente alle lotte per l’Unità d’Italia: offrirono rifugio agli esuli politici, combatterono come volontari e sostennero le cause patriottiche. Nei movimenti risorgimentali era presente anche l’idea di una possibile annessione del Ticino all’Italia, ma questa non fu realizzata per motivi politici e militari, poiché l’Italia era impegnata principalmente contro l’Impero austriaco.

Si possono invero tuttora ritrovare le tracce del forte legame che sempre unì il Ticino all'Italia ben più che con un afflato sentimentale: e la partecipazione dei Ticinesi al Risorgimento ne è la perfetta dimostrazione. Nè si trattò, come alcuno erroneamente può pensare, di un generoso “diritto di asilo” concesso da Berna agli esuli italiani in omaggio a una democrazia ancora di là da venire, che, anzi, il Governo svizzero tentò di sbarazzarsi di questi scomodi ospiti in più di un'occasione, e, peggio ancora, tentò di impedire la partenza di colonne di Ticinesi armati in aiuto dei fratelli italiani, inviando a sua volta truppe al confine per sbarrare loro la strada. 

Ma inutilmente. La complicità che univa Berna a Vienna, non riuscì a evitare che l'inquieto Cantone italiano fosse sbilanciato verso l'Italia a rischio di andare perduto, la qual cosa Berna temeva più dell'ira di Radetzky. I Ticinesi mostrarono di non temere né le minacce di Berna nè quelle di Vienna, e si organizzarono in gruppi armati con il Tricolore alla testa, incuranti di ogni pericolo, partecipando in prima persona alle patrie battaglie in cui molti di essi trovarono la morte, dimostrandosi sempre pronti a difendere gli esuli, nasconderli, rifocillarli, dando loro fraterna ospitalità.

Busto di Giacomo Ciani (1776-1868) e Filippo Ciani (1778-1867) - Museo Vincenzo Vela Ligornetto

La bellissima villa Ciani di Lugano, oggi adibita a Museo, circondata da giardini fioriti aperti al pubblico, con vista panoramica sul lago, fu acquistata e ristrutturata nel 1840 dai ricchi fratelli Ticinesi Filippo e Giacomo Ciani, benemeriti del Risorgimento e filantropi, i quali l'adibirono a punto d’incontro fra i patrioti italiani rifugiati in Svizzera e i Ticinesi ansiosi di partecipare alle azioni, molte delle quali architettate proprio su loro iniziativa.


Per tutta la vita appassionatamente protesi all'Unità d'Italia e al riscatto di Roma eterna, i leggendari fratelli Ciani il cui padre, che aveva fatto fortuna a Milano, era stato uno dei patrocinatori della riunione del Ticino all'Italia, non a caso furono ritratti dal pittore patriota veneziano Francesco Hayez nelle vesti degli apostoli Giacomo e Filippo avvolti in una veste Tricolore.

L’autore, raccontando la genesi del suo dipinto nelle Memorie, spiega di essersi ispirato alla Storia Sacra per dare alle figure un tono autentico e religioso. Tuttavia, nella tela è presente anche un significato nascosto: attraverso i due apostoli rappresentati, il pittore Francesco Hayez celebra l’impegno patriottico dei fratelli Giacomo e Filippo Ciani, esuli dopo i moti del 1821 e attivi all’estero nella diffusione della causa italiana. Hayez li ritrae nei panni apostolici e usa i colori delle loro vesti — verde, bianco e rosso — per richiamare la bandiera italiana, trasformando così un soggetto religioso in un messaggio civile e patriottico.

Dopo l'unità di Italia

Dopo l’Unità d’Italia, il sentimento filoitaliano continuò a manifestarsi, soprattutto durante la Prima guerra mondiale, quando una parte significativa della popolazione ticinese mostrò simpatia per l’Italia, suscitando preoccupazione nelle autorità svizzere. Anche nel periodo tra le due guerre, l’irredentismo ticinese riemerse, trovando espressione in associazioni, giornali e movimenti politici.

Il Fascismo non avrebbe creato la questione ticinese, ma si sarebbe inserito in una tradizione già esistente. Tuttavia, l’Italia non intraprese mai un’azione concreta per annettere il Ticino, per evitare conflitti internazionali e per ragioni di equilibrio politico.

La sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale e il successivo sviluppo economico della Svizzera portarono al declino definitivo dell’irredentismo. 

Con il tempo, l’identità ticinese si sarebbe trasformata in un’italianità prevalentemente linguistica e culturale, senza più una dimensione politica.

La sconfitta nella seconda guerra mondiale, si sa, è stata il tragico spartiacque oltre il quale ha preso avvio un'Italia pervasa da sensi di colpa, e dunque sostanzialmente remissiva e rinunciataria, timorosa di avanzare qualsiasi pretesa, fosse pure un sacrosanto diritto, e certamente il Ticino neanche lontanamente poteva rientrare fra questi diritti

In conclusione la storia del Ticino come un percorso complesso di legami, conflitti e scelte mancate, che ha portato alla situazione attuale di appartenenza alla Confederazione svizzera e di progressivo allontanamento dall’Italia.

1907 - Piani di invasione della Lombardia

Le autorità militari svizzere propugnano sempre di più la necessità di una neutralità più attiva, che non si limiti solo a una mera dichiarazione di non-intervento, ma che preveda la possibilità di prendere misure concrete per tutelare la sicurezza del paese. Secondo questa visione, la Svizzera avrebbe il diritto di fare la guerra (ius ad bellum) e di formare alleanze per proteggere i suoi interessi. Ciò significherebbe che la Confederazione potrebbe anticipare una possibile violazione del suo territorio preparando piani di battaglia e collaborazioni militari con altri paesi. Per non mettere a repentaglio le forniture, diverse voci autorevoli si dichiarano convinte che il paese, in caso di guerra, dovrebbe unirsi all'uno o all'altro dei belligeranti.

La Svizzera ufficiale vede in particolare nell'Italia la minaccia principale, a causa dell'aggressivo irredentismo manifestato. Questa diffidenza è condivisa con l'Austria-Ungheria. I vertici dell'esercito coltivano stretti contatti con lo Stato asburgico, visto come possibile alleato in una guerra contro l'Italia.

I capi di Stato maggiore Arnold Keller e, soprattutto, l'austrofilo grigionese Theophil Sprecher von Bernegg programmano operazioni militari contro la penisola. All'insaputa del Consiglio federale (il governo svizzero), nel 1907 Sprecher tenne colloqui confidenziali con i vertici militari tedeschi e austriaci. L'obiettivo era discutere un'azione comune contro l'Italia nel caso in cui Roma avesse violato i confini svizzeri
Vi sono piani che prevedono l'occupazione militare della Lombardia e la riconquista di Milano, in virtù del «postulato svizzero che comporta un allargamento dei confini alla situazione del 1515 rispettivamente del 1798». Sprecher intende convincere il governo che la neutralità ostacola la libertà d'azione del paese, proponendo una bozza di alleanza segreta con la monarchia asburgica in chiave antitaliana.

Tentativo del 1919

Nel 1919, durante le discussioni per i trattati di pace, ci fu l'occasione per una cessione concordata del Canton Ticino all'Italia: successe che il Voralberg, regione austriaca accanto alla Svizzera, chiese di passare sotto il governo di Berna (a Bregenz si parla un dialetto tedesco più vicino allo svizzero che al viennese). Il governo di Berna esaminò la proposta, ben vista da alcuni politici svizzero-tedeschi che vedevano la possibilità di cedere un territorio latino considerato infido in cambio di uno tedesco ed affine ma che non andò in porto per una serie di ragioni: il governo italiano non si interessò (Orlando e Sonnino erano ad urlare per Fiume), gli svizzeri protestanti non vollero un cantone più grande ultracattolico, gli svizzeri francesi non vollero un cantone che avrebbe aumentato la percentuale di tedescofoni nella confederazione e soprattutto i Ticinesi fecero sapere a chi di dovere che non avevano nessuna voglia di passare sotto Roma

Il grande sogno panitalianista post-risorgimentale

L'irredentismo, nell'immaginario collettivo, s'identifica con l'esito della Grande Guerra, con Trento, Trieste, con l'avventura dannunziana di Fiume, con i movimenti d'opinione che reclamavano Malta, Nizza, la Corsica, la Dalmazia, la Savoia. Ora deve fare i conti con questo irredentismo, poco conosciuto e che, soprattutto, non portò che a un nulla di fatto.
Questo non toglie niente alla 'dignità' del movimento che, nato come moto culturale ed erede del grande sogno panitalianista post-risorgimentale, con l'avvento del fascismo mutò di spessore. Alla battaglia culturale in difesa dell'italianità in Svizzera, che ruotava attorno alla rivista bellinzonese 'Adula', parteciparono grossi nomi dell'establishment italiano. 

Arriva il Duce

Forse non tutti sanno che il Duce avrebbe voluto prendere anche la Svizzera. Non tutta, ma una buona fetta. Almeno quella dov'erano evidenti i caratteri dell'italianità, vera o supposta che fosse.

Mussolini sin dal suo primo discorso parlamentare (21 giugno del '21), portò la questione ticinese in una duplice chiave: l'una nazionalista, perché se fratelli erano, come tali andavano tutelati gli svizzeri italiani; l'altra strategica, dalla quale mai si sarebbe allontanato. Già, perché la Svizzera meridionale stava subendo una profonda metamorfosi: gli svizzeri tedeschi, infatti, stavano aumentando continuamente e il primo disagio locale, quello linguistico, era solo un sintomo di un malessere più profondo. Bucato il Gottardo con soldi soprattutto ticinesi e manodopera e gestione finanziaria non ticinese, avevano fondato scuole separate, occupato i posti migliori, pubblicato giornali in lingua. Era l'orsificazione' del Ticino. La propaganda fascista intendeva intercettare i motivi di malumore locali e tradurli, almeno a parole, in alternative migliori e sempre più accessibili. 

L'intento era d'inserirsi nei filoni rivendicativi che il Cantone italiano, latino, periferico, cattolico e tendenzialmente autonomista avanzava nei confronti dei cantoni centrali, prevalentemente tedeschi, protestanti e centralizzatori.
Il messaggio da Roma era rassicurante per gli italianisti: chiedete pure, alzate la voce, perché le spalle sono coperte; se tentano di tapparvi la bocca interveniamo noi.

L'intedeschimento del Ticino, terra così a ridosso dei laghi, delle città lombarde e delle grandi e ricchissime pianure padane, fu il grimaldello sul quale far leva
Se la maggioranza etnica ticinese (ma minoranza svizzera) era costretta a subire una forte limitazione della propria orgogliosa identità di fronte alla sempre crescente minoranza tedesca (e maggioranza svizzera) che, così molti pensavano, godeva dell'esplicito appoggio da Berna nell'intaccare la specificità cantonale, allora Roma, e per delega Milano, aveva il dovere morale di ergersi a punto di equilibrio tra le parti. 

La questione strategica era messa sul tavolo: non era tollerabile l'idea di uno squilibrio culturale e razziale interno alla Svizzera: se tale scompenso interno all'Elvezia era rilevante per gli equilibri internazionali, tutti puntellati attorno ai confini svizzeri, la questione dell'
'intedeschimento' della Svizzera meridionale diventava di rilievo continentale.

Intendiamo riconoscere la frontiera naturale che la provvidenza e la storia hanno palkesemente tracciato ai nostri due popoli - Hitler

L'Adula - la voce del movimento irredentista in Ticino

Finanziata da capitali fascisti, la rivista ha soprattutto un pubblico italiano. Gli articoli sono dedicati a temi culturali, ma assumono un carattere sempre più politico e irredentista.

Il tono adottato da L’Adula è spesso aggressivo e condiscendente nei confronti della Confederazione. La Berna federale o gli ufficiali dell’esercito, come il colonnello Raimondo Rossi, sono così oggetto di insulti e provocazioni verbali. Un atteggiamento che equivale a giocare con il fuoco nel clima febbrile dell’inizio del XX secolo. L’incendio si propaga proprio nel sud della Svizzera: durante la Prima guerra mondiale, molti ticinesi si arruolano volontariamente a fianco dell’Italia. È in queste circostanze che emerge la corrente irredentista, favorevole all’annessione del Ticino all’Italia.

L’Adula si è guadagnata la reputazione di organo filofascista e il matrimonio della coeditrice Rosa Colombi con il fascista Piero Parini non migliora certo le cose. L’italiano fa carriera sotto Mussolini e governa, a partire dal 1941, le Isole Ionie occupate dall’Italia. Lì fa tutto quello che gli pare e si comporta come un dittato

Con alterne fortune e una gran massa di lavoro generosamente offerto dai tantissimi collaboratori, la rivista resistette a una serie di attacchi che, provenienti da parte della curia cantonale, del mondo politico e culturale ticinese e confederato, a più riprese ne tentarono l'affondamento.

Il periodico voleva difendere l’identità profonda di una terra di confine. Secondo questa visione, il legame con il nord della Svizzera stava diventando sempre più debole, mentre quello con l’Italia doveva restare naturale e aperto, senza barriere religiose, culturali, linguistiche o geografiche.

La vicinanza con il resto della Confederazione veniva percepita dal giornale, e non solo dalla sua redazione, come qualcosa di imposto e contrario alla natura del Ticino. I ticinesi erano considerati culturalmente lombardi: i loro veri punti di riferimento dovevano essere la pianura padana, i laghi lombardi, il Duomo di Milano e Dante, piuttosto che il mito di Guglielmo Tell, i cantoni di Uri e Svitto o il diritto germanico. i laghi lombardi, il Duomo di Milano, Dante, non certo il mito di Guglielmo Tell, Uri, Svitto, il diritto germanico.

Il pericolo dell'intedeschimento del Ticino

Alla fine del XIX secolo, la situazione economica è particolarmente difficile nel sud della Svizzera. Numerose banche, come la Banca Cantonale Ticinese, falliscono. Tra il 1900 e il 1925, il debito del cantone passa da 13 a 43 milioni, ovvero più di 200 milioni dei nostri franchi odierni.

In quel periodo, i rapporti con la Svizzera tedesca non sono dei migliori. La nuovissima linea ferroviaria del San Gottardo porta molti viaggiatori dal nord, il che fa temere un dominio germanofono. 

La popolazione svizzero-tedesca nel Canton Ticino con diritto di voto crebbe dallo 0,26% del 1837 al 5,34 del 1920. 

Per contro gli immigrati italiani, che non avevano diritto di voto, crebbero in queste proporzioni:

1850: 6,6%
1920: 21,3%

Questo sentimento negativo è rafforzato dalla difficile congiuntura economica. Comincia a svilupparsi un complesso di inferiorità rispetto alla Svizzera tedesca. In Ticino si cerca sempre più di mettere i bastoni tra le ruote ai compatrioti che vivono dall’altra parte del San Gottardo.

Una direzione, molteplici obiettivi: polemica anti-federale, difesa territoriale e risveglio della coscienza popolare; anche perché, questo è innegabile, gli svizzeri interni residenti nel Ticino erano sempre più numerosi, ricchi e in certo modo protetti da Berna. Allora si diceva 'intedeschimento'.

Non a caso il nome del giornale fu Adula, ossia il nome latino di una cima ormai ribattezzata Rheinwaldhorn in tedesco, ma non solo.
Al di là della questione linguistica, i simboli: il nome corrisponde alla cima che funge da divisorio tra le terre della Svizzera italiana e quelle della Svizzera interna, tra i "Tedeschi' e gli Italiani, ladini e romanci compresi. La contrapposizione era netta, e sin dal primo numero la lotta perseverante in difesa dell'italianità fu proclamata a gran voce. E così fu, per oltre vent'anni.

Con la Grande Guerra, con l'Europa squassata dai fermenti nazionalisti, ad abbracciare la causa dell'Adula fu addirittura il Vate, Gabriele D'Annunzio, che da Fiume, appena redenta coi suoi legionari (alcuni dei quali Ticinesi), inviò un proclama altisonante indirizzato ai fratelli ticinesi. L'auspicio, ovviamente, era quello di un futuro condiviso. Sotto il tricolore, ovviamente. Anche in Ticino le simpatie furono evidenti, e grosso modo sino al Ventidue,

Il proclama del Vate

Quanta memoria volutamente omessa dai libri di storia (italiani e svizzeri), quanto onore negato a quei fratelli ticinesi che furono “fatti sparire” (metaforicamente e non); poveri fratelli nostri, pestati dalle autorità federali, torturati, imprigionati e umiliati dalla damnatio memoriae elvetista che ha sporcato col nulla storico i loro nobili cuori.

Guidone bipartito rosso e azzurro del Ticino, regalato a Gabriele D’Annunzio da Adolfo Carmine, issato da D’Annuzio stesso a una lancia, a Fiume, durante l’annessione.

Deve sembrare tutto estremamente sofferto, voluto e combattuto, fino evidentemente la morte. D’Annunzio non calma di certo gli animi. Il discorso di D’Annunzio a Fiume, dove parala dei fratelli ticinesi e del meraviglioso Guidone a lui regalato:

“Giovani Ticinesi!
Il nostro incontro sul Campidoglio, in una grande ora di promissione, non fu invano. Ecco che Adolfo Carmine, uno tra i più animosi e tra i più costanti sostenitori della vostra e nostra causa nazionale, mi reca la vostra parola di fede e mi dona il vostro segno: il Guidone bipartito rosso e azzurro del Ticino. Ho fissato il guidone a una lancia di cavaliere e i legionari lo porteranno alla testa delle compagnie con gli altri vessilli. Il mio pensiero è con voi e con la vostra Terra: FISO ASPETTANDO PUR CHE L’ALBA NASCA. Le più belle Albe non sono ancora nate! Prope est!

L'Almanacco della Svizzera italiana

L'allarme del governo elvetico s'intensificò con la pubblicazione a sorpresa a Varese, nel 1931, dell'Almanacco della Svizzera italiana, una vera e propria sfida lanciata dall'irredentismo ticinese, ove ogni pagina era un'esaltazione dell'Italia e una “bestemmia contro la Svizzera”, ove campeggiava in prima pagina la fotografia di Cesare Battisti, la copertina rappresentava la croce lombarda, e le ben 267 pagine pullulavano di frasi fin troppo esplicite traboccanti di Italico patriottismo, declinato al passato (con riferimenti devoti ai Duchi di Milano Visconti e Sforza), al presente (con espressioni di rabbia nei confronti della linea di confine) e al futuro (con la speranza della riunione alla vera Patria). 

Il fatto che una parte degli estensori degli articoli fosse anonima, fece nascere il timore che la “cordata” irredentista potesse aver intaccato perfino l'inattaccabile sfera dei pubblici funzionari e dei politici, sempre fedeli a Berna, alcuni dei quali simpatizzavano per il Fascismo.
In tutto questo, però, da parte Fascista, contrariamente a quel che si continua a propalare, non ci fu tanto di più di un normale interessamento

 Le solite questioni di politica internazionale avevano dissuaso il Duce dall'intraprendere iniziative troppo dirette, sia per non guastare i rapporti commerciali con la Svizzera che inizialmente aveva mostrato simpatia verso il Fascismo e tornava utile per i prestiti finanziari che concedeva, sia perché un eventuale smembramento della Confederazione elvetica avrebbe favorito la Germania di Hitler che avrebbe inglobato la gran parte della Svizzera, di lingua tedesca, la qual cosa il Duce vedeva come uno spauracchio, dimodoché la questione Ticinese fu rimandata a tempi più favorevoli, mirando a estendere il confine italiano fino alla catena mediana delle Alpi, in modo da far da contrappeso alla Germania. 

Come si sa, quest'annessione come le altre non si perfezionò mai perché l'Italia si trovò immersa in una guerra molto difficile e infine dovette soccombere alla sconfitta. 

25.01.1934 - Marcia su Bellinziona

Tra le menti del fascismo del Canton Ticino figurava il ricco ingegnere Enzo Rezzonico, che Fonjallaz il 29 ottobre 1933 aveva nominato suo vice nella Svizzera italiana e incaricato di istituire la Federazione fascista ticinese, un’organizzazione mantello.

Intenzionato a fondare un Fascio (una sezione locale) con gli svizzeri all’estero residenti a Milano, prima della fine dell’anno Rezzonico contattò un noto membro della Camera di commercio Svizzera in Italia. Dopo una riunione strategica con i suoi referenti locali, pieno d’orgoglio Fonjallaz comunicò al Duce il suo piano di voler dare vita a un Fascio svizzero a Milano, formato inizialmente da una cinquantina di adepti.

Il progetto però si arenò: la colonia svizzera lombarda era infatti divisa in due fazioni che si facevano la guerra per motivi politici. 

Rezzonico pensava che, come Mussolini era riuscito a prendere il potere con la “marcia su Roma”, anche lui sarebbe riuscito a piegare il Governo ticinese con una “marcia su Bellinzona”.

Il 25 gennaio 1934 i seguaci di Rezzonico si riunirono a Lugano, pronti a marciare sul capoluogo ticinese con l’intenzione di occupare la sede del Governo cantonale e chiedere l’annessione all’Italia. L’azione irredentista, tuttavia, contro ogni aspettativa lasciò indifferenti gli italiani del Ticino, che se ne tennero lontani. Per finire, solamente un gruppetto formato da una sessantina di dimostranti armati marciò verso il palazzo del Governo. Qui fu accolto da circa 400 antifascisti, piazzatisi davanti alle porte sbarrate dell’edificio parlamentare. A parte qualche tafferuglio non successe nient’altro. Il piano dei fascisti, che prevedeva di sabotare la seduta del Governo, si risolse in un nulla di fatto.

Procedimento penale agli irredentisti

Nel 1935, la Rivista militare Ticinese, organo dell'elvetismo patriottico del Cantone, inneggiava con vacuo trionfalismo all'apertura di un procedimento penale, il 9 agosto, contro i “traditori della Patria” Teresa Bontempi, Rosa Colombi, Angeletta Ressiga, Giacomo Ressiga, Enrico Talamona e molti altri, già scoperti e da scoprire, 

...definendo il giornale l'Adula “un fogliaccio maledetto”, colpevole di aver tessuto segretamente per anni i fili dell'irredentismo per poi consegnare il Ticino “legato mani e piedi all'Italia”.

Post seconda guerra mondiale

La sconfitta nella seconda guerra mondiale diede il colpo di grazia ai sentimenti irredentisti italiani in quelle terre.

Negli anni immediatamente successivi al '45, la perdita pressoché completa di quei sentimenti parallelamente all'emergere economico della Svizzera, fu l'inevitabile corollario all'analogo tracollo identitario subito dagli Italiani in Patria, i quali non potevano più costituire per le terre irredente nessun punto di riferimento. Anzi, il loro comportamento anti-patriottico e autolesionista accelerò grandemente il vanificarsi dei residui aneliti identitari ovunque essi fossero.
Fu così che la fiamma dell'Italianità in Ticino si spense, anzi si trasformò in antipatia e ripulsa anti-italiana, e a tutt’oggi risulta desolatamente morta (o quasi). 

Nel 2012, al Palazzo dei Congressi di Lugano si è svolta una tavola rotonda organizzata dall'Unione scrittori ticinesi, sul tema “che ne è della nostra italianità?”, ma sempre sul filo del perenne equivoco e del forzato equilibrismo acrobatico, secondo me, che si possa essere italiani senza esserlo, facendo parte di un'altra nazione, il che è una contraddizione in termini.
La scelta di vivere nella Confederazione elvetica godendone i vantaggi, la proverbiale “pace”, l'ordine, il silenzio, un vita senza scosse e senza turbamenti di contro alla vulcanica esistenza dell'Italia, è l'epilogo finale di una travagliata storia che affonda le sue radici nel drammatico appello del Machiavelli a salvare il Ticino: epilogo che, attraverso le vicende occorse nello spazio di cinque secoli,
rende inevitabilmente i Ticinesi di oggi dei semplici “italofoni” avulsi dall'italianità, staccati dall'antica madrepatria, tagliati fuori dalla Romanità e dai voti dei loro antenati, in un triste melanconico tramonto della loro primaria identità.

Ultima crociada irredentista

Nel 2009, il leader libico Muammar Gheddafi propose provocatoriamente alle Nazioni Unite la dissoluzione e la spartizione della Svizzera tra i Paesi confinanti. Tale mozione prevedeva la divisione del territorio lungo linee linguistiche: i cantoni germanofoni sarebbero dovuti andare alla Germania, quelli francofoni alla Francia e quelli italofoni all'Italia


La provocazione si inseriva nel contesto della grave crisi diplomatica tra Libia e Svizzera del 2008-2010, scaturita dall'arresto a Ginevra di Hannibal Gheddafi, figlio del Colonnello, accusato di maltrattamenti nei confronti di alcuni dipendenti. 

Per rappresaglia, Gheddafi:
  • Dichiarò una sorta di "guerra santa" contro la Confederazione.
  • Bloccò le esportazioni di petrolio.
  • Trattenne per mesi due cittadini e ingegneri svizzeri in Libia
L'ONU respinse ufficialmente la mozione poiché violava palesemente la Carta delle Nazioni Unite, la quale vieta a qualsiasi Stato membro di minacciare l'esistenza e la sovranità di un altro Paese. La proposta fu liquidata a livello internazionale come un'azione puramente ritorsiva e irrealizzabile.

Il caso di Bivio

L'irredentismo, secondo Teresina Bontempi, ha avuto il merito di frenare la presunta germanizzazione della Svizzera italiana nel Novecento, specialmente nel Ticino e nei Grigioni italiani. Solamente a Bivio (comune non situato nel distretto italiano di Val Bregaglia) si è registrato un certo insuccesso, nonostante l'impegno di Elda Simonett-Giovanoli.

Infatti nel 2005 i cittadini di Bivio riuniti in assemblea comunale hanno accolto la proposta di cambiare protocollo e di usare il tedesco invece che l'italiano negli atti comunali. Questa decisione è stata molto avversata dalla Pro Grigioni Italiano, che ha attribuito la causa del cambiamento al fatto che Bivio è l'unico comune italofono in un distretto (distretto di Albula) non di lingua italiana.

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