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Val Vegornèss

​Cos’hanno in comune Fusio, San Carlo e Sonogno? Oltre che essere villaggi presenti nelle vallate locarnesi sono gli ultimi villaggi delle rispettive valli (Lavizzara, Bavona e Verzasca).

Quello che va detto é che in realtà le vali non finiscono con l’ultimo villaggio, vanno oltre, si snodano altri sentieri che si inerpicano in altre valli , spesso vanno a finire in alta montagna e sbocciano su passi collegati ad altre vallate in un ipotetico sentiero infinito.

Ok, tagliamo corto, da Sonogno partono due valli: la Val Vegorness e la val Redorta. Da esse partono poi sentieri che portano alle valli adiacenti oltre che essere comunicanti tra di loro

Oggi il Focus é sulla Val Vogerness. Una settimana fa mi sono fatto ingolosire da un opuscolo al museo di Verzasca di Sonogno dove descrive questa valle come ricca di particolarità e punti di interessi, aggiungiamoci la mia sete di scoprire cosa c’è dietro l’angolo ed il gioco é fatto. Obiettivo odierno Sonogno - Gann - Sonogno

Rustico nei pressi di Secada

Nel 1980, in uno dei suoi studi etnografici, Giovanni Bianconi lo aveva intuito. Con uno sguardo critico e allo stesso tempo affascinato, scrisse di Sonogno e della Val Vegornèss: "L'afflusso di allogeni con pullman postali e auto private che invadono l'ultima spanna disponibile del poco territorio aumenterà ancor più, attratto dagli interessanti oggetti messi in bella mostra nella tipica casa sede del museo. Volentieri ci si inoltra nella selvaggia Val Vegornèss alla ricerca di tracce di antiche abitazioni".

Sonogno è ultimo villaggio della valle, raggiunto dalla carrozzabile nel 1873.
Per quanto strano possa sembrare per una vallata a lungo isolata, proseguendo per la Val Vegornèss i segni dell'attività umana passata e presente rimandano di continuo agli spostamenti di persone e di merci.

La mobilità verzaschese, nota soprattutto attraverso l'emigrazione degli spazzacamini e la pratica della transumanza tra la Valle e il Piano, vanta anche una secolare tradizione nel trasporto di legname lungo la via d'acqua così come una vasta rete di sentieri pedestri particolarmente apprezzata dagli odierni escursionisti.

La Val Vegornèss ben rappresenta questa varietà di vie di comunicazione, sebbene le strutture che testimoniano dei frequenti movimenti siano spesso mimetizzate nel paesaggio. Questo itinerario aiuta a svelare alcuni dei più suggestivi e significativi elementi di questa intricata rete, come i resti della serra per il trasporto del legname a Cabiói o le costruzioni sotto roccia (sprügh) utilizzate in certi momenti dell'anno da chi praticava la transumanza.

Partendo dalla sede principale del Museo di Val Verzasca - Casa Genardini, al centro del paese di Sonogno - l'itinerario etnografico propone un'escursione nella Val Vegornèss fino al nucleo di Cabiói, dove termina la strada carrozzabile.


Piazza centrale di Sonogno.

Da Cabiói si spinge ancora un poco oltre e percorrendo un sentiero raggiunge la località denominata Gann. Lungo questo tragitto pianeggiante colpisce in particolare il cambiamento di paesaggio, che diventa sempre più naturale: come in un viaggio a ritroso nel tempo, la strada asfaltata si trasforma dapprima in terra battuta poi in un sentiero a fianco del fiume, mentre la presenza umana si dirada e lascia spazio ai molti sassi e alla tipica vegetazione alpina. Al ritorno, l'itinerario ripercorre il fondovalle in senso inverso fino a Sonogno, dove strade, sentieri e corsi d'acqua confluiscono nel troncone principale della valle.

La strada della Val Vegornèss

Sono le 08:43 e di buona lena sto imboccando la valle, tranne un pastore che non riesce a controllare il cane che mi si fa incontro non incontro nessuno nella prima mezz’ora

Proseguendo a piedi lungo la Val Vegornèss si può osservare il manto stradale cambiare ben quattro volte sull'arco di 2-3 km (asfalto, lastricato, sterrato e infine sentiero pedestre). Il pensiero corre allora alla strada principale di valle, che nel XIX secolo ha sostituito l'antica mulattiera e la cui realizzazione ha profondamente trasformato il volto della Verzasca.
Fu costruita a tappe partendo da Gordola, nel 1840, e arrivò a Sonogno oltre trent'anni dopo, nel 1873.


Vald

La carrozzabile portò con sé nuove opportunità e una ventata di modernità. Tuttavia generò anche ingenti spese, coperte solo in parte dalla Confederazione e dal Cantone, che gravarono sui comuni locali, i quali per farvi fronte svendettero l'abbondante quanto prezioso patrimonio boschivo. Lontana dal traffico è invece la camminata lungo la Val Vegornèss, spesso accompagnata dal caratteristico fischio delle marmotte che, con un po' di fortuna, si possono scorgere tra i sassi. Inoltrandosi lungo questa valle laterale, il paesaggio diventa sempre più selvaggio: al tratto iniziale edificato e ristrutturato di recente si contrappone la parte superiore in cui dominano il fiume, le rocce e il bosco, così che il viandante può facilmente lasciar correre la mente al tempo in cui la Verzasca era percorsa da un sentiero stretto e a tratti impervio.


Sul ponte tra Secada e Vald

La serra di Cabiói

In Verzasca come nel resto del Ticino lo sfruttamento forestale è attestato ancor prima dello sviluppo della rete viaria. Allora, il trasporto del legname si svolgeva in gran parte lungo le vie d'acqua. A partire dal 1840 e per tutto il XIX secolo, si intensificarono il commercio e l'esportazione del legname, che da allora assunsero un'importanza fondamentale per le economie locali.

Anche le comunità di Frasco e Sonogno, proprietarie di gran parte delle riserve forestali della Val Vegorness, approfittarono di questa nuova possibilità di guadagno.

Appena prima di Cabiói, su entrambi i lati della valle, s'incontrano due anomali ammassi di pietrame: sono i monumentali resti della cosiddetta serra, uno sbarramento artificiale del fiume con cui si accumulavano importanti quantità d'acqua che, dovutamente regolate, trasportavano a valle i tronchi precedentemente accatastati.


Poco fuori Cabioi guardando verso Sonogno: i due cumuli di pietra é quello chectesta

Questo impianto faceva parte di una ben più complessa rete per il trasporto del legname dapprima lungo il fiume Verzasca (fluitazione) e poi sul Lago Maggiore (flottazione), fino a raggiungere Milano attraverso la Pianura Padana. L'ingegnosità di simili strutture azionate senza l'ausilio di mezzi meccanici è spesso offuscata dai danni collaterali diretti (allagamenti e distruzione degli argini) e indiretti (frane e smottamenti) causati dall'eccessivo disboscamento che superava di gran lunga la capacità di rigenerazione delle foreste.


Si calcola inoltre che Sonogno e Frasco abbiano svenduto i propri boschi in ragione di 1 franco per tronco.

Dopo il taglio, i tronchi destinati al commercio e all'esportazione venivano fatti scendere dai pendii lungo appositi scivoli (sovende) fino a un punto di raccolta prossimo a un corso d'acqua sul fondovalle, nel caso specifico nei pressi del nucleo di Cabiói. A quest'operazione via terra nota come mandata, seguiva la fluitazione, consistente nell'immissione e nel trasporto delle borre lungo il corso principale del fiume Verzasca fino al lago.

Grazie a un impianto come quello della serra era possibile regolare il naturale flusso del fiume, accumulando o lasciando defluire le acque a seconda del bisogno per sospingere a valle il legname. Flottazione è invece l'operazione con cui la legna veniva fatta galleggiare sul lago Maggiore verso i centri della Pianura Padana.


Mandata, fluitazione e flottazione erano manovre complesse che richiedevano lunghi preparativi, un'attenta coordinazione e una manodopera specializzata.

Ex voto appeso il 17 ottobre 1846 nell'oratorio di S. Antonio a Boschetto (frazione di Cevio), poco dopo che il villaggio era miracolosamente sfuggito a una piena. Olio su tela diGiovanni Antonio Vanoni (Cevio, casa parrocchiale; fotografia Centro di dialettologia e di etnografia, Bellinzona).
La vendita di legname, documentata nelle valli ticinesi dal XIII secolo, conservò la sua importanza economica fino agli anni 1870. La griglia che intercetta i tronchi è probabilmente quella di Lodano, ma non è chiaro se si trovasse sul Rio di Lodano o sulla Maggia, a valle della loro confluenza.

Il nucleo di Cabiói

Oltre i resti della serra si scorge il piccolo nucleo di Cabiói con al centro l'oratorio di Santa Teresa di Gesù Bambino. In assenza di traffico e di elettricità, i suoi rustici riattati sono oggi un apprezzato luogo di soggiorno durante la bella stagione, mentre in passato in queste stesse cascine sostavano gli alpigiani con il loro bestiame prima e dopo la stagione all'alpe.



Dei tre alpeggi rilevati in questa valle laterale nel 1911, oggi viene ancora caricato solo quello di Vegornèss, composto da due corti principali (Corte di fondo, 1487 m, e Piodóo, 1950 m) e da due corti minori (Barone, 2172 m, e Porchiér, 2079 m).



A Cabiói la via d'acqua s'incrocia quindi con le strade della transumanza, a cui si è aggiunto il tracciato della Via Alta della Val Verzasca che fa tappa per l'appunto al rifugio Barone, sotto l'omonima cima.

Le fregère di Cabiói

Sul versante orografico destro della valle, a qualche centinaia di metri da Cabiói, sono raggruppate una ventina di cantine e cantinotti, le cosiddette fregère.



Incastonate tra i sassi, sfruttano l'aria che circola nella sottostante pietraia per creare al loro interno un ambiente fresco e adatto alla conservazione delle derrate alimentari, del latte in particolare. La loro funzione è dunque complementare a quella di Cabiói, che in qualità di maggengo costituiva una tappa intermedia durante il peregrinare di alpigiani e pastori. 



Lo stato di conservazione delle fregère varia dal diroccato alla cantina chiusa con chiavistello. Di recente alcune di esse sono state parzialmente ripristinate su iniziativa della Fondazione Verzasca.



Gli sprügh ai Gann

Da Cabiói si diramano due sentieri: uno porta verso l'alpe Vegornèss e il rifugio Barone, l'altro si dirige ai Gann, località il cui stesso toponimo allude alla presenza di una pietraia. Infatti, tra i sassi franati a valle probabilmente in epoca preistorica, si cela un complesso di una decina di costruzioni sotto roccia.


Il sentiero si fa all'improvviso selvaggio, si ha modo di immergersi completamente nella natura, si può stare tranquilli che non giungerà nessuna macchina alle spalle.


Per quanto difficile da immaginare, qui i pastori trascorrevano con il bestiame alcuni giorni a inizio e fine estate, prima e dopo il periodo sull'alpe. Lo sprügh principale, ricavato sotto un imponente macigno e completato dove necessario con muri a secco, conserva il suo fascino "primitivo", custodendo il giaciglio per dormire e il focolare per produrre il formaggio. I vani e le gronde nei dintorni fungevano per lo più da riparo per le bestie. I Gann come Cabiói sono dunque stati in passato delle tappe lungo l'intricata rete dei sentieri della transumanza.


Fino a Novecento inoltrato, in determinati periodi dell'anno, le costruzioni sotto roccia ai Gann diventavano un rifugio temporaneo per i pastori e il bestiame che, dediti alla transumanza, salivano e scendevano dall'alpe Vegornèss.

Cosi ricorda in prima persona Ettore Rossi (1933):
"Con le nostre bestie lo spostamento non finiva a Sonogno, ma continuava tutta l'estate con periodi più o meno lunghi a seconda del pascolo sui monti.
[...] Al Vald [ndr. località della Val Vegornèss, a valle di Cabiói] si rimaneva tre settimane, poi ci si spostava ai Gann, un monte speciale subito dopo Cabiói e Fontana negra, dove tutto era sotto i sassi, sia per le bestie che per le persone. 
Nei miei ricordi rimane il più bel monte perché vivevo come un primitivo; sono anche stato l'ultimo ad esserci stato con le bestie. Dopo una decina di giorni, con le cadole piene si saliva all'alpe di Corte di fondo. E li arrivavano gli altri famigliari con il bestiame, visto che era un'alpe gestito anche in Boggia [ndr. collettivamente]. Una volta lasciato il Corte di fondo, verso la fine di luglio noi andavamo con le bestie in Porchiér, un'altra alpe di soli sprügh, mentre gli altri caricavano il corte di cima di Piodóo e andavano anche a Portier e al Barone.
Verso la fine del mese di agosto cominciava lo stesso trambusto a scendere.
I miei padroni Matasci detti Matinit avevano una baita anche a Cabiói e li ci si fermava alcuni giorni con le bestie. Verso il 10 di settembre si scendeva fino a Gordola e io dovevo andare a scuola."


Le capre

Sono ovunque, é le loro feci presenti un po' ovunque lo testimoniano.

Mentre ripercorro la valle verso Sonogno sento dietro di me un gran frastuono, é un gregge di capre che giunge con buon passo. Guardo con attenzione in cerca del cane che sicuramente avrà da abbaiarmi contro ma niente, non ci sono né cani né pastori, il gregge é completamente autogestito.

Mi metto al lato della strada e mi lascio superare, quasi la totalità delle capre non mi degna nemmeno di uno sguardo tranne una che viene a morsicarmi i cinturini del sacco da montagna. Decido di percorrere il sentiero con loro, anzi più in particolare con l'ultima del gruppo che pare zoppicare e faticare, mi fa tenerezza, ad uno sguardo più attento noto che é piuttosto vecchia, dev'essere una delle più anziane del gruppo.

Seguo le vicende del gregge mentre scendo e in un paio di chilometri ho modo di curiosare in questa vivace comunità: ad intervalli regolari nascono dispute tra due carpe, subito intervengono altre, non ho ben capito se per sedare la discussione se per schierarsi da parte di una delle due, sta di fatto che gli alterchi si fermano quasi subito

C'é anche il maschio tra di loro, senza le corna sembra incompleto, la sua lunga folta barba lo differenzia dalle altre. (saggiamnete) il becco non osa mettere il becco tra i battibecchi (gioco di parole)che nascono tra le sue protette. Ogni tanto si gira per dare un occhiata come vanno quelli in coda il gruppo, tra i quali il sottoscritto. È confortante sapere che qualcuno si preoccupi di noi, perenni ultimi del gruppo, un piccolo gesto d'amore. 

Passiamo davanti una macchina e li scorgo il cane pastore, lo stesso che ho incontrato salendo. Appena mi nota inizia ad abbaiare come un forsennato, se solo potesse uscire dalla macchina lo immagino che mi salta in faccia cavandomi un occhio e lo inoia, accelero il passo mentre lui imperterrito continua ad abbaiare dall'interno della macchina.


Quando arriviamo nei pressi della stalla il gregge sterza decisamente verso di essa, alcune capre ritardano perché intente a dissetarsi nella vicina fontana, ma l'ultimo ad entrare in stalla, a chiudere il gruppo dopo essersi assicurato che tutte sono al sicuro é lui, il becco.

Fresco di zona, tutto sotto controllo

Trovo un cartello informativo proprio sulla stalla. Riporto interessanti dati

Quante capre belano in Svizzera?
Circa 78'000 in 6'400 aziende agricole.
Circa il 70% si trova nelle regioni di montagna.

Da dove vengono le capre?
La Svizzera e l'Oriente sono le culle della capra.
La capra è probabilmente il più antico animale domestico a uso commerciale. Le capre domestiche odierne discendono tutte dalla Capra del Bezoar.

Che vantaggi portano le capre alle aziende agricole?
Le capre servono soprattutto a produrre latte. In secondo luogo anche carne: cosciotto, sella, spalla, spezzatino, salsicce e carne secca di capra e capretto.
Vengono impiegate anche nella cura del paesaggio. Tutte le capre d'allevamento mettono allegria. Le caprette tibetane, curiose e divertenti, sono allevate anche come animali da compagnia.

Cos è il capretto pasquale?
1 capretti nascono per natura a inizio anno e vengono preparati per essere macellati a Pasqua. Nella cultura cristiano-occidentale è così nata la tradizione del capretto pasquale. Ma i capretti sono disponibili anche più a lungo. La carne qualitativamente migliore è quella del capretto autunnale, anche detto capretto dell'alpe, delle montagne o dei pascoli.

Quanti capretti partorisce una capra?
Normalmente uno o due, ma a volte anche tre o quattro.
Solitamente il primo parto avviene a un anno di età. L'aspettativa di vita di una capra è di circa 12 anni.

Quante razze di capra ci sono?
Nel mondo sona circa 100 e nel libro genealogico della Federazione Svizzera dell'Allevamento Caprino
(FSAC) ne sono registrate 11:
La Camosciata delle Alpi e la capra di Saanen sono le due più comuni, poi ci sono la capra del Toggenburgo, la Capra Grigia e la Capra dagli stivali.
Le razze in pericolo d'estinzione sono la capra d'Appenzello, la Striata Grigionese, la capra dal
Collo nero del Vallese, la Capra Pavone e la Nera Verzasca.
Le razze importate sono la capra Buren, la Anglo-Nubian e la Tauernschecken Austriaca.


Perché la capra è chiamata «mucca dei poveri»?
Fino alla metà del XX secolo, le capre erano allevate soprattutto per il proprio sostentamento. Operai di fabbrica, lavoratori a giornata e altre persone senza terreni avevano spesso un paio di capre. Il loro latte e la loro came aiutavano a sfamare le famiglie numerose. Con l'aumento del benessere generale dopo la seconda guerra mondiale, il fenomeno è diminuito. Negli ultimi 25 anni, i prodotti a base di latte di capra sono sempre più apprezzati e quindi è anche aumentato il numero di aziende agricole con capre da latte.

È durata poche ore ma la puntatina in val Vegorness é stata una ventata di freschezza nuova, da respirare a pieni polmoni. Tranne il tratto finale con le capre ho avuto modo di essere completamente solo e di immergermi nella quiete più profonda di questa valle nel cuore delle alpi.

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