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L’abbazia di Wettingen - Parte 1

Quella volta che la meteo disse “prevediamo pianura in val Padana” fu l’unica volta che ci azzeccò.

Parto da una battuta non mia per avvicinarmi pian piano alla meta odierna. L’obiettivo di oggi era una sgambata in montagna ma mi sono fidato della meteo che dava brutto tempo. Ore 15 inoltrate e il tempo in Ticino é ancora buono-ottimo. Girano. Però sapendo come ho impiegato la giornata girano meno, molto meno. Anche se va detto anche la prima vista sul monastero di Wettimgen lasciava presagire a una di quelle giornate dove va tutto storto e la cosa migliore é startene a casa il più immobili possibili. Mentre arrivo col treno alla stazione di Wettingen noto sul campanile e buona parte della facciata é installato un ponteggio per i lavori di ristrutturazione. Peccato.

Sperando che l’interno abbia da recuperare il gap inizio ad immortalare un complesso residenziale dal vago sapore comunista. Tutt’alto contesto.

Scendo dal treno i mi incammino verso l’obiettivo odierno. Sono all'inizio dell'ansa, un sentiero costeggia il fiume Limmat.

L'ansa della Limmatt che ospita l'abbazia. Il complesso residenziale nella foto di apertura corrisponde al Webernmühle
L'abbazia dista in linea d'aria a meno di 2km dal centro storico di Baden

Penisola del monastero di Wettingen: un’oasi di tranquillità in un agglomerato urbano vivace. 
© Forze aeree svizzere, 2011.

Panoramica della seconda metà del XIX secolo. In questa immagine si vedono gli elementi che avrebbero caratterizzato lo sviluppo futuro dell'area: il complesso monastico, le testate dei ponti, l'area della filanda con il canale di alimentazione e i pendii ricoperti di vegetazione.

L’entrata dell’abbazia

La storia della Chiesa è segnata da rotture, dubbi e divisioni. La Riforma rimane ancora oggi la più famosa. Ma anche all’interno delle diverse comunità religiose e dei monasteri, la direzione da seguire e il modo di intendere e vivere la propria fede sono stati, e continuano ancora oggi ad essere, oggetto di dibattito.

Anche il monaco Robert, che si può vedere sopra il portale della chiesa, sulla destra, si è trovato ad affrontare questa situazione. Nel XI secolo era monaco nell’abbazia benedettina di Saint-Michel-de-Tonnerre, in Borgogna.


Anche se i benedettini seguivano regole rigide e conducevano una vita ascetica scandita dal lavoro, Roberto riteneva che fossero diventati troppo potenti sul piano politico e troppo interessati al denaro, e che dovessero tornare a una vita più semplice e austera. Robert e i suoi compagni decidono quindi di lasciare l’abbazia per fondare una propria comunità a Cîteaux, Cistercium in latino, che segna la nascita dell’ordine cistercense, interamente dedicato alla preghiera e al lavoro.

Un monastero cistercense deve per forza essere fondato da un gruppo di monaci provenienti da un monastero già esistente. Di conseguenza, l’abbazia di Wettingen si inserisce nella tradizione di quella di Cîteaux. Quattro abbazie e appena 130 anni di storia separano la fondazione dell’abbazia di Cîteaux da quella di Wettingen.

Dall’altra parte del portone si intravede Bernardo. Quando entra nell’abbazia di Cîteaux, questa è in pieno splendore e sta fondando nuovi monasteri. Non è solo, perché entra insieme a trenta compagni, tra cui ci sono i suoi fratelli. Fervente sostenitore dell’ordine cistercense, viene nominato abate dell’abbazia di Clairvaux a soli 25 anni.

La Vergine Maria, Madre di Dio, si trova tra i due uomini. Protettrice di tutti i monasteri cistercensi, qui è raffigurata al centro dell’insieme. La ritrovi in numerosi dipinti e sotto forma di statua un po’ ovunque nell’abbazia.

Il nome originario dell’abbazia, Maris Stella, «stella del mare» in latino, fa anch’esso riferimento alla Vergine Maria. Proprio come una stella, guida i fedeli nei momenti di dubbio.

Oggi, quando entri in chiesa, ti accolgono dorature e dipinti. La semplicità e l’austerità originali sono quasi scomparse. Le dorature e i dipinti sono stati aggiunti nel corso dei secoli. Le statue del portale risalgono al XVIII secolo e sono solo delle riproduzioni. Le opere originali si trovano nella chiesa dei monaci.

La chiesa laica

All’abbazia di Wettingen vivevano due tipi di monaci: i monaci del coro e i fratelli laici, chiamati anche conversi. Erano tutti membri a pieno titolo dell’abbazia e avevano pronunciato i voti, ma la loro vita quotidiana era molto diversa.

L’obiettivo dei monaci cistercensi era provvedere da soli al proprio sostentamento. Ma si resero presto conto che i loro obblighi religiosi non lasciavano loro abbastanza tempo per gli altri lavori. Così si divisero i compiti. La giornata dei monaci del coro era scandita dagli orari delle preghiere, mentre i fratelli laici dedicavano la maggior parte del loro tempo al lavoro fisico, pregando comunque sul posto di lavoro. Erano loro a gestire la vita quotidiana del monastero. Coltivare i campi di cereali, allevare gli animali, occuparsi della manutenzione degli edifici o vendere i propri prodotti nei mercati locali facevano parte dei loro compiti quotidiani.

Ora et Labora! Il principio fondamentale della Regola di San Benedetto è espresso dalla formula latina «Ora et Labora», prega e lavora. Dio doveva essere lodato e glorificato nella preghiera, ma anche nel lavoro quotidiano. Mentre nell’antichità il lavoro era appannaggio degli schiavi, nel Medioevo la valutazione del lavoro subì una trasformazione. 

Il lavoro era una forma di penitenza per il peccato originale.

Nei monasteri cistercensi, il lavoro fisico era svolto prevalentemente dai fratelli laici. I monaci, invece, erano teologi di formazione e sacerdoti ordinati. Si dedicavano allo studio nella sala di scrittura e al servizio della Messa. Molti monasteri cistercensi divennero modelli di eccellenza agricola e centri di scienza.


Preghiera di San Bernardo e cistercensi durante la mietitura, Altare di San Bernardo, dipinto su tavola di Jörg Breu il Giovane, 1500. (Biblioteca del monastero di Zwettl)

La chiesa laica che era riservata ai frati laici. In seguito fu aperta agli abitanti del villaggio di Wettingen. Sia gli uomini che le donne potevano assistere alla messa e partecipare alla celebrazione dei santi delle catacombe.

All’epoca, la chiesa non assomigliava affatto a quella odierna. Era più austera e meno riccamente decorata. Molti oggetti e dipinti sono stati aggiunti nel corso dei secoli, in occasione di trasformazioni, ampliamenti e ristrutturazioni.

3. La fondazione dell’abbazia

Ottocento anni fa, nessuno avrebbe mai voluto salire a bordo di quella nave!
Eppure è proprio quello che fa Henri de Rapperswil per tornare dalla Terra Santa con i suoi uomini, pregando di riuscire a sopravvivere alla tempesta. Chiede alla Vergine Maria di aiutarlo e le promette di fondare un monastero se sopravviverà al viaggio. Interpreta lo scintillio di una stella nel cielo come un segno della Vergine Maria e riesce a tornare sano e salvo in porto nonostante il mare in tempesta.

Una volta tornato a casa, Henri de Rapperswil deve occuparsi dei suoi impegni e la promessa fatta in quella notte movimentata finisce nel dimenticatoio. Finché una sera gli appare un angelo che gli rimprovera la sua mancanza di gratitudine... Quella notte stessa, parte alla ricerca di un posto dove costruire il monastero promesso. Scopre la penisola della Limmat, vicino a Wettingen, dove una stella riappare nel cielo, segno che ha trovato il posto giusto. Almeno così racconta la leggenda, che è stata messa per iscritto solo 280 anni dopo.

È raffigurata nel quadro, proprio come la tempesta e la stella scintillante.



Fondare un’abbazia non era affatto facile, perché bisognava negoziare con un bel po’ di gente, come puoi vedere nel quadro sotto.

I primi benefattori nobili di Wettingen (tra cui il fondatore Heinrich von Rapperswil [a sinistra] e il re Rodolfo d’Asburgo), dipinto a olio sulla parete occidentale della navata centrale, opera di Gabriel Weiss, 1752 circa.

Visto che l’abbazia era vicina al fiume, che era un’arteria di trasporto strategica, bisognava tenere conto degli interessi delle diverse parti e trovare un compromesso.

Dopo lunghe trattative, l’abbazia di Marisstella, «stella del mare», fu finalmente fondata nel 1227 e dodici monaci provenienti dall’abbazia cistercense di Salem, situata vicino al Lago di Costanza, si trasferirono a Wettingen. I residenti e i nuovi arrivati si ambientarono rapidamente e l’abbazia acquisì potere e influenza.

L'abbazia cistercense di Salem, il monastero madre di Wettingen, 1798.
(Wikimedia Commons, utente: Fb78)

Wettingen, vista a volo d’uccello del complesso monastico da sud. Incisione tratta da Johann Franz Strickler, 1710 circa.


Quanto a Enrico di Rapperswil, si stabilì nell’abbazia pochi anni dopo la sua fondazione e contribuì alla vita monastica fino alla sua morte, avvenuta nel 1247. Riposa nella sala capitolare, il punto di ritrovo quotidiano dei monaci.


Heinrich von Rapperswil raffigurato in ginocchio, in armatura, mentre fa da donatore. Nella mano destra tiene il modellino della chiesa di Wettingen. 
(Biblioteca Centrale di Zurigo, Rapperswil, Heinrich I, 4.)

4. I santi delle catacombe

Il culto delle reliquie dei santi era molto diffuso all’epoca della Controriforma. Molte chiese e monasteri si adoperavano per entrare in possesso di tali reliquie. Per il Papa, che doveva garantire l’autenticità di questi oggetti, questo commercio rappresentava inoltre una gradita fonte di reddito. Non di rado a tali reliquie veniva attribuito anche un potere curativo in caso di malattie o di sventure.

I resti mortali di Marianus e Getulius, due martiri cristiani dell’epoca tardo-romana, furono trasferiti nel 1652 con una solenne processione da Roma a Wettingen e sepolti nella chiesa dei laici. Da allora in poi la chiesa fu aperta al pubblico e si sviluppò un vero e proprio turismo di pellegrinaggio. Per dare maggiore enfasi alle preghiere dei pellegrini, davanti all’altare fu collocata una cassetta delle offerte.


La pala d'altare nella navata laterale nord della chiesa laica raffigura il martirio di Marianus e Getulius. (Foto: Pascal Meler)


I due dipinti presenti nella chiesa laica raccontano la storia dei santi delle catacombe di Roma.
Alla fine del XVI secolo, alcuni operai che stavano scavando in un vigneto scoprirono l’ingresso murato di una catacomba che conteneva camere funerarie con ossa umane.
Considerate reliquie dei primissimi martiri cristiani, queste ossa diventano oggetto di venerazione. Vengono poi donate o vendute, anche in Svizzera.

Prima di lasciare Roma, ai santi scoperti nelle catacombe vengono dati dei nomi di battesimo cristiani. Le ossa di due di loro, Marianus e Getulius, vengono trasferite a Wettingen, dove nel 1652 vengono accolte solennemente, come si vede nel dipinto in grisaglia.



L'importanza di questi santi per la Chiesa e la comunità locale non è diminuita nel corso dei decenni. Un secolo dopo, l'abbazia di Wettingen organizza una celebrazione di due giorni in onore dei santi delle catacombe.

Dall'altra parte della chiesa, proprio di fronte al primo quadro, un altro dipinto del 1752 raffigura il centenario del trasferimento.


È un evento spettacolare che attira fedeli e curiosi da qui e da ogni parte.


I festeggiamenti iniziano già sabato sera, ma le cose serie iniziano davvero domenica mattina, quando due compagnie militari, per un totale di 250 uomini, sfilano lungo il percorso della processione vicino all’abbazia.

Tra le due file di compagnie militari, sotto il baldacchino processionale in un reliquario le ossa di uno dei due martiri

Anche gli abitanti delle parrocchie vicine partecipano alla processione e, su un palco allestito apposta per l’occasione, gli attori mettono in scena uno spettacolo che racconta la vita dei santi. Probabilmente anche il pittore era lì, visto che ha immortalato le nuvole che quel giorno si addensavano nel cielo.


Nel 1841, quando furono chiusi i monasteri dell'Argovia, le reliquie di Marianus e Getulius furono trasferite nella chiesa parrocchiale di San Sebastiano a Wettingen.


Al centro il secondo baldacchino processionale con le reliquie del (presunto) santo

5. Il sarcofago degli Asburgo

Quello che doveva succedere è successo! Che mancanza di eroismo...! Dopo aver combattuto tante battaglie in tutta l'Europa centrale per espandere i territori degli Asburgo, il re Alberto viene assassinato. Non da un esercito potente, ma dal suo giovane nipote, a cui si era rifiutato di lasciare l'eredità.



Il regicida Johan, detto «parricidia », termine latino che significa «assassino del padre» o «assassino di un parente». (Museo KHM)

Il re Alberto d’Asburgo fu assassinato nel 1308 da suo nipote Giovanni Parricida, all’età di 17 anni, nei pressi di Windisch. Il movente di questo regicidio fu una disputa ereditaria. Mentre sul luogo del delitto sorse il monastero di Königsfelden, la salma del re Alberto rimase sepolta per 15 mesi nella chiesa del monastero di Wettingen, in un sarcofago di pietra decorato a colori. Successivamente fu trasferita nella cripta di famiglia degli Asburgo nella cattedrale di Spira (Germania). La regina vedova fece inoltre una generosa donazione al monastero di Wettingen. Gli oppositori degli Asburgo si sentirono provocati da questa sepoltura e devastarono i beni del monastero di Wettingen.

Secondo le testimonianze del XIV secolo, il giovane Johann von Schwaben non avrebbe agito da solo. Il re Alberto è il figlio di Rodolfo III, il primo degli Asburgo a diventare re. Appartiene a una delle dinastie più prestigiose che hanno regnato in Europa tra il XIV e il XV secolo.
Originari della Svizzera settentrionale, gli Asburgo, al culmine della loro gloria, regnarono su gran parte dell’Europa, in particolare in Spagna, in Austria-Ungheria, nel sud dell’Italia e nei Paesi Bassi.

Ma a quanto pare, nemmeno le dinastie più potenti sono al riparo dalle liti di famiglia!


Conte Rodolfo III d’Asburgo-Laufenburg


Secondo la tradizione, Alberto avrebbe dovuto essere sepolto nella cattedrale di Spira, dove riposava già suo padre. In attesa di essere trasferita in Germania, la sua salma riposa provvisoriamente a Wettingen, dove rimane per 15 mesi in quel sarcofago.

Ma agli occhi dei suoi nemici, questa è una vera e propria provocazione, dato che l’abbazia sembra schierarsi dalla parte degli Asburgo. Gli assassini decidono quindi di vendicarsi sull’abbazia. Saccheggiano le sue terre e i suoi beni e i monaci riescono a ottenere una tregua offrendo agli assalitori vino, cereali e denaro. In seguito, i cospiratori vengono assicurati alla giustizia dalla vedova del re Alberto, la contessa Elisabetta, e da suo figlio Federico. I castelli e i beni degli assassini e dei loro parenti vengono distrutti, mentre gli assassini vengono imprigionati o giustiziati.

La statuetta che regge uno stendardo raffigura il re Alberto e l’iscrizione sul sarcofago menziona il suo funerale nel 1308. L’uomo raffigurato disteso dall’altra parte del sarcofago è il conte Rodolfo III d’Asburgo-Laufenburg, che vi fu sepolto intorno al 1315.

Il re Alberto d’Asburgo

La conquista dell’Argovia

Nel 1415, in occasione del Concilio di Costanza, si doveva eleggere un nuovo papa. L’imperatore Sigismondo e gli Asburgo sostenevano candidati diversi.

L’imperatore incoraggiò quindi i Confederati a marciare nei territori ancestrali degli Asburgo nell’Argovia. Gli Asburgo non poterono opporre alcuna resistenza a questa avanzata, poiché nel frattempo il baricentro del loro dominio si era già spostato in Austria.

Fu così che anche il monastero di Wettingen passò sotto il dominio dei Confederati. L’Argovia orientale era un «dominio comune» ed era amministrata dagli otto antichi cantoni della Confederazione e da un balivo con sede a Baden. Il monastero si tenne saggiamente fuori da questi avvenimenti. Il cambio di potere non comportò grandi cambiamenti per l’abbazia. Nel XV secolo il monastero riuscì addirittura ad ampliare i propri possedimenti e la propria influenza, in particolare nella valle della Limmat.


La conquista di Habsburg da parte delle truppe bernesi nel 1415, raffigurata nella Cronaca manoscritta di Spiez di Diebold Schilling.
(Berna, Burgerbibliothek, Mss.h.h.l.16, p. 629)

6. Il muro di cinta monastico

Il muro un tempo fungeva da separazione tra le due parti dell'abbazia. All'epoca, non era così facile come oggi accedere alla zona situata dietro quel muro.
Scopriamo ora la parte dell’abbazia riservata ai monaci del coro. Orari di preghiera fissi, compiti assegnati dall’abate, voti di silenzio, divieto di lasciare l’abbazia senza autorizzazione: la clausura monastica, ovvero l’essere isolati dal mondo esterno, rappresentava un profondo stravolgimento nella vita quotidiana dei monaci. Questa disciplina aveva lo scopo di proteggere la mente dalle distrazioni. Ma alcuni compiti che richiedevano molto tempo potevano essere svolti solo fuori dall’abbazia.

La residenza dell'abate

Ecco perché i monaci si dividevano in due gruppi. I fratelli laici, chiamati anche conversi, non erano soggetti alla clausura monastica. Si occupavano della maggior parte delle attività commerciali e agricole. La loro vita quotidiana era molto meno incentrata sui momenti di preghiera. Potevano accedere agli spazi riservati ai monaci solo su autorizzazione, ma potevano lavorare fuori dall’abbazia.
All’interno del complesso monastico, il muro fungeva da separazione tra i diversi gruppi. I fratelli laici potevano recarsi nella zona dietro il muro solo in occasioni speciali.

Interno della residenza dell'abate

Del resto, è proprio qui, sotto i castagni, che per molti anni si trovava il cimitero dell’abbazia. All’epoca, l’accesso all’abbazia era rigorosamente regolamentato per chi veniva dall’esterno: l’abate poteva ricevere visitatori di rango, i pellegrini e i malati trovavano rifugio negli edifici situati per lo più vicino all’ingresso e le serve incaricate della biancheria e delle faccende domestiche all’interno del monastero
a volte alloggiavano nell’edificio delle suore, dove oggi si trova il ristorante Sternen.

Colpo d'occhio sui giardini dell'abbazia

7. La statua dell'angelo

Una melodia deve aver risuonato anche nei corridoi della scuola dell'abbazia... quando il giovane Alberik Zwyssig iniziò a frequentarla ormai due secoli fa. Giovane pianista promettente, suonava anche l'organo e il violino.


L’angelo che nel cortile è opera dello scultore Eduard Spörri, originario di Wettingen, realizzata settant’anni fa. Richiama la composizione del Cantico svizzero che ha reso famoso Alberik Zwyssig.

Forse per lui era un modo per combattere la nostalgia di casa? A scuola non gli era permesso suonare il fagotto e, su ordine dell’abate, doveva recarsi su una piccola striscia di terra. Era forse il suono dello strumento a dare fastidio all’abate?

Alberik riceve l’ordinazione sacerdotale.

Grazie al suo talento e alla sua passione per la musica, diventa maestro di cappella. Dirige le prove quotidiane del coro e, ogni settimana, anche l’orchestra. Appagato dalla musica e dalla vita monastica, lavora alle sue composizioni personali oltre alle attività in abbazia.

Questo brano ti dice qualcosa? In origine, Alberik Zwyssig compose questo brano per una messa, prima di aggiungervi il testo di Leonhard Widmer, dando così vita al «Cantico svizzero», che nel 1981 è diventato l’inno nazionale svizzero.



Alberich Zwyssig (1808-1854), compositore del «Cantico svizzero». Disegno di Heinrich Bodmer, 1876.Biblioteca Centrale di Zurigo

Nella scuola del monastero di Wettingen venivano insegnate le materie tipiche del liceo dell’epoca. Già allora la musica godeva di un sostegno particolare.
Uno degli allievi più dotati era Johann Josef Zwyssig. Entrò nel monastero di Wettingen nel 1821 all’età di 13 anni come allievo, in seguito divenne monaco e ricevette il nome di Alberich.
Imparò a suonare il fagotto e in seguito, in qualità di maestro di cappella dell’abbazia, compose numerose opere sacre. Un canto liturgico del 1835, «Diligam te Domine», fu da lui musicato nel 1841 con un testo in tedesco del protestante zurighese Leonhard Widmer.
Dopo un periodo di prova durato diversi anni, il 1° aprile 1981 il Consiglio federale dichiarò questo «Salmo svizzero» inno nazionale ufficiale della Svizzera.


Vent'anni dopo l'ingresso di Alberik nell'abbazia, nel 1841 il cantone di Argovia ordina la chiusura di tutti i monasteri. Alberik, gli altri monaci e l'abate, Leopold Höchle, si ritrovano senza un posto dove stare. Alberik vive per un po’ di tempo a casa di suo fratello, che possiede una fattoria.
Dieci anni dopo, l’abate Höchle trova in Austria un’abbazia disabitata che l’ex comunità religiosa riesce ad acquistare. Nel 1854, Alberik si trasferisce in Austria con otto confratelli e l’abate per dare una mano agli inizi della nuova abbazia, ma muore lo stesso anno.

Il giardino delle piante medicinali...

D’estate, il giardino delle piante medicinali emana un profumo davvero piacevole. Piante come la salvia, la piantaggine, la verbena, l’assenzio o l’ortica attirano tantissimi insetti. Queste piante erano e sono tuttora considerate dotate di proprietà medicinali.

«Se il mal di testa ti fa soffrire, schiaccia dei semi di ortica con dell’aceto e applica questa miscela sulla fronte: ti darà sollievo.» È quello che si legge in un’opera del XIII secolo che in origine raccoglieva le regole di vita della comunità cistercense.

I monaci usavano le pagine bianche per annotare le proprie ricette, mentre altre venivano ricopiate da raccolte più antiche. Nei monasteri, raccogliere e organizzare le conoscenze ricopiando i testi era un’attività comune. Per individuare rapidamente il rimedio giusto, le ricette venivano classificate in base alle parti del corpo a cui erano destinate.

L’infirmarius, cioè il monaco infermiere, si occupava dei malati nell’abbazia. Ma, proprio come nella vita monastica, anche i malati dovevano seguire alcune regole. Bisognava continuare a rispettare gli orari di preghiera a seconda della gravità della malattia.
Però il voto di silenzio veniva allentato per facilitare la cura dei malati.

Gli stemmi

L'abbazia ha tantissimi stemmi. Avevano una vera e propria funzione, perché permettevano di capire l'origine di un nome, di sapere chi aveva fatto costruire l'edificio o a quale ordine religioso appartenesse un monastero. Potevano anche fare riferimento a eventi storici.


Stemma del monastero di Wettingen. Corte interna del monastero (interno).


Nel cortile dell’abbazia, tre stemmi attirano l’attenzione: sopra la porta che porta al Parlatorium si nota una fascia diagonale rossa e bianca a scacchiera. Nel linguaggio araldico, si parla di un motivo «a scacchiera». È un simbolo tipico dell’ordine cistercense che ricorda che i monaci di Wettingen sono cistercensi. Lo stemma a destra lo trovi due volte nel cortile. Il martello è sormontato da una stella con un giglio su ciascun lato. È lo stemma di Peter Schmid, che è stato abate di Wettingen per quasi quarant’anni. Non è un caso che il suo stemma sia presente in tutta l’abbazia.



Peter Schmid ha fatto ristrutturare e costruire numerosi edifici a Wettingen, sui quali si trovano il suo stemma e l'anno di costruzione dell'edificio.


Questa è una sirena bicaudata in ferro battuto, nota anche come Melusina, che funge da simbolo araldico del Monastero di Wettingen in Svizzera

Sebbene il suo significato esatto sia incerto, creature simili sono molto diffuse nell'arte medievale europea come simboli di protezione.
Sulla penisola monastica di Wettingen, sugli edifici, nei dipinti e nello stemma stesso del monastero, è raffigurata una sirena con due pinne caudali. Che cosa ha a che fare questa creatura con il monastero di Wettingen, così lontano dal mare?

Le storie di donne metà umane e metà pesci risalgono all’antichità. È quindi difficile tracciare una netta distinzione tra concetti come sirene, sirena e Melusina. Tuttavia, hanno origini completamente diverse.

Da dove nasce il mito della sirena? Secondo le leggende, le sirene sono figure indifese, creature condannate che possono essere liberate solo dall’amore di un uomo. La versione della sirena oggi più diffusa deriva dalla fiaba di Hans Christian Andersen «La sirenetta», pubblicata nel 1837. Nella versione di Andersen, la sirena è innocente, un po’ ingenua e desidera vivere con il principe sulla terraferma. Anche nei nuovi adattamenti del mito della sirena questi elementi sono spesso presenti.

In contrapposizione alle innocenti sirene vi sono le sirene e le ninfe acquatiche. Esse provengono dalla mitologia greca e sono demoni della morte. Con il loro canto seducente attirano i marinai per poi ucciderli. Per questo motivo, nel cristianesimo erano considerate un simbolo della seduzione mondana. 

Melusina

Dall’Europa occidentale medievale proviene un’altra figura mitica, Melusina. Melusina è il nome della ninfa protagonista della storia, che non deve rivelare a nessuno quale creatura sia in realtà. Quando suo marito la vede mentre fa il bagno e scopre il suo segreto, ne derivano vari intrecci. Una traduzione tedesca molto diffusa della storia dal francese è opera di Thüring von Ringoltingen di Berna e fu pubblicata nel 1456. Fonti più antiche risalgono tuttavia al XII secolo.

Il segreto di Melusina svelato, tratto da Le Roman de Mélusine. Una delle sedici illustrazioni di Guillebert de Mets, 1410 circa. L’originale è conservato presso la Bibliothèque nationale de France.

Nel corso del Medioevo i miti delle sirene, delle melusine e delle donne-pesce si sono intrecciati. Negli stemmi in cui sono raffigurate creature simili a sirene, spesso non è chiaro a quale dei vari miti si faccia riferimento. Dal punto di vista simbolico, le sirene sugli stemmi rappresentano solitamente un legame con le acque.

Come è arrivata la sirena sullo stemma del monastero di Wettingen?
Nel blasone del monastero di Wettingen la sirena apparve per la prima volta nel XVI secolo, circa 300 anni dopo la fondazione del monastero. Il monastero è dedicato a Santa Maria, considerata la patrona dei marinai e chiamata in questa invocazione Maris Stella (dal latino «Stella del Mare»). Secondo la leggenda fondativa, Maria apparve sotto forma di stella al futuro fondatore del monastero, il barone Enrico II, mentre questi si trovava in pericolo in mare. Egli promise allora a Maria di dedicarle un monastero. La sirena presente sullo stemma può quindi essere interpretata come una rappresentazione simbolica di Maris Stella.


Tuttavia, non su tutti gli stemmi è raffigurata la sirena a due code: in alcuni casi si tratta di una donna che tiene in mano due pesci. Questa figura compare su diversi stemmi, ma non è chiaro se le venga attribuito un significato particolare.

Lo stemma del monastero di Wettingen ha qualcosa a che fare con il logo di Starbucks?
Passeggiando per la penisola del monastero, i visitatori si chiedono spesso perché l’immagine della sirena, che in tutto il mondo compare sulle tazze da caffè, si ritrovi anche nel monastero di Wettingen. Infatti, anche il logo dell’azienda Starbucks raffigura una sirena a due code. La somiglianza visiva tra il logo di Starbucks e la sirena presente sullo stemma del monastero di Wettingen evidenzia la forte commistione tra i vari miti. Il logo di Starbucks si ispira infatti a una sirena, una figura pericolosa e seducente. Al contrario, il simbolo della sirena nello stemma del monastero rappresenta la Maris Stella, un'invocazione a Santa Maria, l'immagine cristiana dell'innocenza.

Inferno

Nel 1507 il monastero di Wettingen fu colpito da una catastrofe che ne mise a rischio la sopravvivenza. Probabilmente a causa della manipolazione di fuochi d’artificio, il monastero fu distrutto da un grande incendio. Le travature del tetto e quasi l’intera biblioteca, insieme all’arredamento, furono distrutte dalle fiamme.


Una delle poche testimonianze rimaste di questa catastrofe è una pala d’altare raffigurante il Bambino Gesù, sulla quale sono ancora visibili i segni dell’incendio. Questa piccola pala d’altare è esposta nella cappella del chiostro.


L’artefice dell’incendio, padre Johannes Schnewly, fu comunque eletto abate nel 1531 su pressione dei cantoni cattolici.

Questa immagine rappresenta l'incendio del monastero di Wettingen del 1507, visibile sulla parte esterna di un altare a portelle.
La scena raffigura la Madonna col Bambino sopra una rappresentazione del monastero in fiamme.
Il testo sottostante documenta la fondazione del monastero nel 1227 e il successivo incendio avvenuto nel 1507

Il devastante incendio del monastero del 1507 ha risparmiato solo pochi oggetti.

La cronaca di Silberysen

Christoph Silberysen, originario di Baden, fu abate di Wettingen dal 1541 al 1594. Redasse un libro sugli stemmi e fece redigere una preziosa e riccamente illustrata storia della Svizzera, in cui venivano descritti anche sventure e catastrofi naturali.

Durante il suo mandato fece rinnovare le vetrate del chiostro con pannelli raffiguranti lo stemma dello Stato e quelli delle famiglie e dei privati. Silberysen nutriva un grande interesse per la storia generale ed è stato anche considerato curatore di varie cronache svizzere.
La realizzazione di una cronaca di questo tipo, scritta su pergamena, era un’impresa costosa e di grande prestigio. Il monastero si trovò così nuovamente in gravi difficoltà economiche.

Il giorno di San Martino del 1503 si verificò una disgrazia nei pressi del monastero di Wettingen: una nave zurighese si capovolse. Dal «Chronicon Helvetiae» di Christoph Silberysen. (KBA MsWettF 16: 1)

La parte superiore raffigura una vallata svizzera attraversata dal fiume Limmat in forte piena. Sulla sinistra si notano delle figure umane e dei tronchi o relitti trascinati dalla corrente, mentre sulla destra domina la struttura del Monastero di Wettingen (Kloster Wettingen) con la sua chiesa e, sullo sfondo, un castello arroccato sulle colline.

La calligrafia descrive l'evento accaduto nel giorno di San Martino (Martinstag) dell'anno 1563. Racconta di una nave o barca mercantile partita da Zurigo e diretta a Wettingen carica di merci e passeggeri, che si è ribaltata a causa della violenza delle acque. Nel naufragio annegarono 30 persone, i cui nomi e dettagli (tra cui donne e bambini) vengono parzialmente elencati nella cronaca.
La Nota in Calce: In basso a sinistra spicca l'iscrizione decorativa in rosso "Anno Domini 1563".

Fine prima parte....

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