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Passo Vanit e dintorni

Quello che si sta delineando negli anni, o meglio nelle estati con inizio di autunno compreso, é uno schema ben preciso: si necessita di fare delle escursioni fisse, del cuore, annualmente; e se possibile inserire qui e là un nuovo percorso.

Il passo Vanit si inserisce nella sezione novità, già visto e intravisto sulle mappe ma mai affrontato o programmato a lungo termine. É bastato un collega che lo affrontasse e mi fugasse da eventuali dubbi riguardo la sua fattibilità (se vado da solo per la prima volta in un nuovo scenario devo essere sicuro a cosa incontrerò) per scatenare la voglia di percorrerlo.

La partenza ideale per affrontare il passo Vanit é il ridente paese di Dalpe. L’obiettivo minimo odierno é Dalpe - Passo Vanit - Lago Tremorgio.

Pronti, partenza, via!

Non sono ancora le 05:30, guardo fuori dalla finestra: il tempo sembra piuttosto combattuto: la meteo dava bello tutto il giorno invece da Airolo guardando verso il Gottardo e la Val Bedretto il cielo appare decisamente plumbeo. Verso sud invece ampi squarci di sereno prendono il sopravvento. La decisione non é comunque mai stata messa in dubbio; si parte.

Faccio un giro “pazzesco” con i mezzi pubblici per portarmi a Dalpe, quello che in macchina si percorrerebbe in 18 minuti lo compio in più di un ora. La priorità rimane quella di essere completamente libero e non farmi condizionare nella scelta del percorso man mano che la giornata si sviluppa. Non trattandosi di un giro ad anello voglio evitare di pensare a come recuperare la macchina a fine giornata.

Esco di casa alle 06 per ritrovarmi finalmente a Dalpe frazione Campiano (1206 m.s.m.) alle 07:15. Sono solo sulla posta ed é un ottima premessa.

Mi accorgo di non aver preso il “sentiero ufficiale” per il primo km. Poco male. Avanzo in una silenziosa ed ancora assonnata campagna di Dalpe mentre il sole lotta per far capolino

Campagne di Dalpe, zona Zott, il viaggio é appena iniziato

Dopo questo primo tratto il sentiero si immette in un bosco che non lascerò fino a pochi minuti del primo avvistamento del passo Vanit.

L’avvicinamento al passo

Si tratta di una strada di seconda categoria che sale in maniera molto regolare per diversi km. La pendenza non é mai accessiva ma va detto che non molla un attimo; i tornanti sono pochi e quasi tutti sul finale. 

Località Boscobello appena all’inizio della lunga salita.

In questo lungo tratto, per fortuna all’ombra, si sale di 400m fino poi sbucare alla prima radura in località Scontra 

Scontra (1669 m.s.m)

Qui il sentiero lascia la carrabile per avventurarsi in un vero e proprio sentiero nel bosco. Dopo una manciata di minuti si giunge in una radura e all’improvviso eccolo lì: il passo Vanit.

Al centro il passo, alla destra il pizzo Filo. Si notano i tornanti nell’ultima parte della salita. 
Il piatto é servito, non resta che abbuffarsi

Un passo da mangiare

Siamo in località Alpe di Cadonighino, che scoprirò solo più tardi dare il nome al passo Cadonighino che però per oscuri motivi sulle mappe é riportato come passo Vanit (nel primo cartello incrociato nelle campagne di Dalpe viene invece nominato passo Vanett)

La prima parte di avvicinamento del passo non é sul canalone diretto ma lateralmente, sul fianco della montagna adiacente. Questo tratto non é da sottovalutare, sale costantemente, la pendenza non é mai eccessiva anche se superiore a quella di Boscobello.

Quando ci si appresta ad affrontare gli ultimi tornanti il grosso é fatto. Qui la pendenza a tratti aumenta ma senza risultare mai eccessiva. La geologia “sabbiosa” e decisamente chiara da un fascino ulteriore a questo bellissimo finale.

Mentre salgo do uno sguardo indietro. Fa sempre un certo effetto scorgere la partenza, soprattutto vederla così lontana, potrebbe essere una foto decisamente demotivante per chi si appresta a partire

Dai tornati del passo Vanit uno sguardo verso valle. A sinistra Dalpe frazione Cornone e poco distante le campagne che ho affrontato all’inizio. Al centro nella radura l’alpe Cadonighino

All’improvviso spunta il cartello segnaletico dei sentieri. Ci siamo, l’obiettivo principale della giornata sta per essere raggiunto.

Ore 10:08 sono sul passo Vanit o Cadonighino (2138) . Non ho ancora incrociato anima viva tranne diversi uccelli che nidificano in basso tra i cespugli. Purtroppo questa magnifica condizione di pace sta per essere completamente stravolta.

Sabbia sulle Alpi

Trovo con piacere un cartello nei pressi del passo che spiega la presenza di questa bellissima sabbietta

La storia del pianeta Terra è scritta nelle sue rocce e si misura in centinaia di milioni di anni. Anche il substrato roccioso del Campolungo narra di vicende lontanissime nel tempo, un passato sorprendente che affonda le sue radici nel mare. Un mare tropicale la cui sabbia bianca si accumulò progressivamente in sottili strati.


A seguito di uno sprofondamento il bacino sedimentario andò riempiendosi di materiale detritico. Se oggi possiamo camminare su questo antico fondale è solo grazie all'innalzamento della catena alpina, frutto della grandiosa collisione tra il continente europeo e quello africano, in grado di modificare profondamente gli antichi sedimenti prima di spingerli verso il cielo.

Come recita un famoso adagio geologico:

"ogni sasso che raccogliamo è già stato sollevato almeno una volta..."

Le dolomie del Passo Cadonighino e la Cima di Filo viste dal Passo Campolungo
acquarello carnold Escher 1844

Troppo bello per essere solo

La mia attenzione sui substrati rocciosi é disturbata da un vociare che proviene dal basso. Sono gli escursionisti che stanno salendo dal lago Tremorgio comodamente raggiungibile in funivia. Lo scenario é cambiato all’improvviso. Mi trovo in un punto chiave di un arena di incomparabile bellezza. In basso l’alpe Campolungo sovrastata dal Pizz Prevat e poco distante la capanna Leit con annesso lago, altro punto di forza che richiama mandrie di  escursionisti e pseudo escursionisti.

L’arena del Tremorgio 

Mi ritrovo quindi a metà mattinata con l’obiettivo principale già raggiunto e 3/4 della giornata a disposizione. La meteo per il momento regge. I primi escursionisti "funiviati" stanno giungendo. Decido quindi di precederli alla capanna Leit e magari dato che sono in quota dare un occhiata giù nella valle verso il lago Morghirolo.

Leit: capanna e lago

Scelgo quindi il sentiero in costa per raggiungere la capanna. Non presenta pendenze importanti ma é un sentiero più tecnico, in diversi punti dei massi richiedono un minimo di abilità ed equilibrio. Un particolare tratto richiede anche l’uso delle mani, ma si tratta di pochi metri. In compenso il panorama ripaga ampiamente da tutti gli sforzi.

Vista sul Pizz Prevat a pochi metri dalla capanna Leit

La capanna non é nulla di architettonicamente memorabile ma poco importa, l’importante é che mi servono un bel mezzo di panasché, la sete infatti si fa largo e l’approvvigionamento idrico fino a questo punto della gita é pari a zero. Zero fontane o ruscelli. Per fortuna avevo con me più di due litri d’acqua, scelta combattuta perché vanno ad appesantire il sacco ma meglio avere un sacco pesante ed essere dissetato che un sacco leggero ed avere sete.

Capanna Leit

Giusto il tempo di “strozzare il mezzo” e via alla scoperta del laghetto adiacente alla capanna.

Lago Leit. In fondo una catena da superare per dirigersi al lago Morghirolo. Contrariamente a quanto paventato in precedenza rinuncerò ad inerpicarmi per guardar giù dall’altra parte.

Trovo un ulteriore pannello informativo che da una descrizione quasi romantica di questo e altri laghetti ticinesi

"Sono trascorsi 20'000 anni dall'ultima fase di espansione dei ghiacciai alpini. All'epoca il territorio ticinese era letteralmente sepolto sotto una coltre di ghiaccio molto spessa (fino a 1'000 m). Un mondo immacolato, venato solamente dalle più alte creste rocciose. L'enorme massa di ghiaccio modella il substrato sottostante, levigando la roccia e le sue asperità. La morfologia cambia ma gli effetti saranno visibili solamente con il ritiro dei ghiacciai. Le superfici rocciose appaiono allora lisce e l'acqua di fusione occupa le piccole depressioni del substrato, dando origine ai caratteristici laghetti alpini. Il territorio montano del Ticino è punteggiato da simili specchi d'acqua e i Leit (termine dialettale che significa laghetti) ne sono un bellissimo esempio."

Lago Leit visto dal pizzo Varizzeira. Foto presa dal pannello informativo.

La parte più suggestiva del laghetto é quella “in fondo” dove incredibilmente quasi nessuno va. Tutti si soffermano sulla riva vicino alla capanna. In fondo invece, soprattutto grazie alla presenza di alcuni fiori lo scenario si fa bucolicheggiante


Lago di Leit ricoperto da eriofori

Erioforo

Non sono un particolare amante della botanica ma per questo fiore che arricchisce un già magnifico scenario faccio un eccezione

L'Erioforo (Eriophorum), detto comunemente pennacchio o "erba cotone", è un genere di piante erbacee perenni della famiglia delle Ciperacee. È celebre in alta montagna per le sue caratteristiche infiorescenze che formano soffici batuffoli bianchi simili al cotone

I caratteristici fiocchi bianchi non sono i petali del fiore, ma filamenti derivati dalla trasformazione del calice fiorale, sviluppati per favorire la dispersione dei semi tramite il vento

Durante la fioritura (tra aprile e agosto, a seconda della specie e dell'altitudine), produce spighette che si trasformano in distintivi ciuffi setosi bianchi. 
Cresce spontaneamente nei terreni umidi, acidi e torbiosi. È molto comune negli acquitrini, nelle torbiere e lungo le rive di laghetti alpini e subalpini.

Faccio l’impensabile: ne raccolgo uno per la mia Wunderkammer

Decido di finire il giro del laghetto e dato che il tempo si sta mettendo sul grigio di scendere verso il lago del Tremorgio per poi decidermi sul da farsi.

Il bivio

Scendo verso l’alpe Campolungo da un sentiero molto più comodo rispetto quello da cui sono arrivato. Lo sguardo da qui verso il passo Campolungo é idilliaco.


Alpe e passo Campolungo. Sulla sinistra troneggia silenzioso il pizz Prevat

Inizio la discesa verso il lago Tremorgio che col suo colore intenso incassato nell’arena regala un ennesimo scorcio da portare nell’album dei ricordi.


Lago Tremorgio visto scendendo dall’alpe Campolungo

Arrivo alla capanna Tremorgio attorno alle 14:30. Il tempo si é di nuovo rischiarato, il sole gioca a nascondino tra le nuvole, quando scompare è tutto di nuovo rabbuiato e penso di scendere a Rodi e chiudere la gita, ma appena torna a splendere mi convinco di affrontare le 4h30min che mi separano da casa ad Airolo. 
Il tempo passa, sono molto tentato di fare il pezzo (molto lungo peraltro) a piedi. Ho solo due punti che mi bloccano. Il primo tratto esposto che ho già affrontato in passato con qualche patema d’animo. Il secondo punto é costituito dai cani da guardiana, incrociati anch’essi anni fa nella prima alpe raggiunta.

A questo vanno aggiunte le condizioni meteorologiche decisamente ballerine. Cosa succederebbe se oltretutto venisse a piovere mentre affronto il primo lungo tratto esposto?

All’ennesimo raggio di sole e parziale schiarita annessa decido: si va.

Faccia a faccia con le piccole paure

La decisione mi provoca agitazione, ho diverse incognite, soprattutto nel tratto iniziale che vorrei subito risolvere. Deve essere per questi pensieri che affronto la salita per risalire il catino dell’arena del Tremorgio con ritmo sostenuto. Mi sento pieno di energie, ho la sensazione che sto per raggiungere la forma necessaria per affrontare i grandi classici.

Giungo così velocemente in località Tremorgio alpe Brusada a 3h40min da Airolo. Un ultimo sguardo su quello che fu e si parte per la lunga traversata sul versante destro dell'alta Leventina


Buona parte della fase intermedia della giornata si può vedere in questo scatto da Brusada. A sinistra la cima Filo sulle cui pendici si scorge il sentiero che sale dal Tremorgio. Sempre a sinistra il bianco della sabbia marina in cima al passo Vanit. Il massiccio in mezzo che sovrasta l’alpe Campolungo e che ospita la capanna Leit con annesso laghetto. Tutto a destra l’ultima cima corrisponde al Pizz Prevat, le silenziosa sentinella.

Ora arriva il brutto, un lungo sentiero, stretto che passa in costa sui ripidi pendii sopra Rodi a superare il Vallone del Solco, circa 1km in totale. Purtroppo per lunghi tratti non ci sono nemmeno piante con arbusti che dal lato psicologico danno una sensazione di una protezione in caso di caduta. Sì perché sotto c’è il vuoto. Mi consola molto che gli addetti si sentieri sono passati da poco, la traccia é ben visibile


Sentiero sfalciato da poco, a destra il vuoto.

Dopo alcune centinaia (!) di metri il sentiero scende nel bosco, rimane comunque ancora molto ripido. Da un tornante si intravede Rodi, e salendo Prato e le campagne di Dalpe da dove sono partito.



Dopo altri zig zag nel bosco incrocio due semplici paletti in plastica che servono alla delimitazione dei pascoli. Odo anche i campanacci delle mucche poco distanti. Sbuco finalmente nella primo pascolo in località pian Mott, il tratto esposto é finalmente finito! Neanche tempo di gioire che si presenta il secondo problema: oltre alle mucche intente a pascolare scorgo un cane nero. Però trattandosi di mucche il cane non dovrebbe essere da guardia, infatti le fattezze sembrano di in altra specie. Oltre a questo mi rincuora il pastore che é poco distante. Per precauzione faccio segno con il bastone e il pastore mi fa cenno con la mano di avanzare.


Pian Mott

Scambio alcune parole con il pastore, che come tutti i pastori lamenta diverse difficoltà nel mandare avanti la baracca: la siccità e i prati “bruciati”, un tubo dell’acqua spezzato e da riparare, la presenza di diversi branchi di lupi “ai vott da matina ai i ho già visct, i végn fora dal bosčh, i giran”. Da lui ho la rassicurazione che non incontrerò altri cani oltre alla sua affettuosissima Laila. Top. Potrò godermi la dozzina di chilometri rimanenti su una comoda carrabile in perfetta tranquillità. Anche se dovesse venire a piovere troverei un posto al coperto sotto il tetto di una delle diverse cascine presenti sul percorso


Poco fuori Gioff

Attenti al lupo

Mentre passo in un tratto nel bosco ripenso alle parole del pastore: e se ora all’improvviso dovesse apparire un branco di lupi?

Il lupo ha catalizzato tutte le paure umane nei confronti del mondo animale, in un Occidente che, in realtà, non conosce altre fiere a parte l'orso il quale, peraltro, raramente penetra nei centri abitati per cercare cibo. Tuttavia, anche se il lupo potenzialmente può attaccare l'uomo o le sue greggi, solo raramente lo fa e solo in casi di necessità estrema, visto che questo tipo di caccia è per lui molto pericoloso. Di norma, l'oggetto della sua caccia è costituito da prede piú accessibili come uccelli, pesci, anfibi e piccoli mammiferi.

Certo che se dovessi basarmi sui racconti del passato ci sarebbe poco da stare tranquilli

Nel 1148, la città di Ginevra (Svizzera) fu teatro di un celebre e drammatico evento storico legato alla presenza di un lupo antropofago che uccise 30 persone.
Questo episodio viene frequentemente citato nei testi di cronaca storica, nei trattati di licantropia e negli studi accademici relativi al rapporto storico tra l'uomo e i grandi predatori in Europa. Nei secoli passati, attacchi di questa portata da parte di lupi solitari o branchi inferociti venivano spesso associati a superstizioni, presagi oscuri o casi di presunta stregoneria e licantropia

Richard de Fournival, Bestiario d'amore, Richard de Montbaston, Parigi, 1330 ca.
Parigi, BnF, ms fr. 15213, 19 × 12,5 cm
Un lupo pietrifica un uomo

Non meglio va con i racconti della bestia di Cusago

La bestia di Cusago (in milanese: bèstia de Cusagh) fu una lupa che seminò il panico durante l'estate del 1792, nel bosco di Cusago ed in località più o meno limitrofe, nel Ducato di Milano.

L'animale, come avvenne anche in quel periodo in casi simili in Lombardia, ma anche altrove, era divenuto antropofago e uccise e divorò diverse vittime, sempre bambini e bambine

Il giorno 9 dello stesso Luglio giunse la notizia di ciò, che avvenuto era a Limbiate. Ivi a luogo è della boscaglia, principalmente sul pendio; e ivi è il pascolo del Comune. Alcuni ragazzi d'ambo i sessi ivi stavano in guardia delle vacche, e di altri animali loro affidati da parenti. Sull'accostarsi della sera veggon avvicinarsi a loro una brutta bestia, simile a grosso cane, ma d'orribil ceffo, e di strana forma. Si spaventano, e non sapendo che meglio fare, mentre la bestia temporeggia disegnando la preda, e studiando il miglior modo di afferrarla, salgono su vicini alberi, gridando ajuto. Lontani erano i contadini a lavorare ne' campi, e niuno accorse. La Bestia non potendo raggiugner i fanciulli, dopo d'aver fatti alcuni giri sotto le piante, parte. I ragazzi, che più non la veggono, si fanno coraggio, e discendono. Appena i ragazzi sono a terra, la Bestia, che erasi celata, sbuca dalla macchia. Chi ha migliori gambe è il primo. Rimane ultimo Carlo Oca di otto anni. La Bestia l' afferra, e presolo pel collo se lo strascina nel bosco. I contadini accorrono, ma tardi: trovano il fanciullo in parte divorato, abbandonato poc' anzi dalla Bestia spaventata, all' udire il rumore di chi andava in traccia di lei.

Illustrazione contemporanea stilizzata della bestia, distribuita prima della sua cattura quando si riteneva ancora che si trattasse di una iena

Nelle narrazioni popolari il lupo assume spesso il ruolo del personaggio ingenuo o facilmente raggirabile. Questa rappresentazione potrebbe derivare anche dall’esigenza, da parte dei narratori del passato, di esorcizzare la paura suscitata da un animale realmente presente nei boschi. Essendo un grande predatore, il lupo incuteva timore sia per il potenziale pericolo nei confronti delle persone, sia, soprattutto, per gli attacchi al bestiame, che rappresentavano una significativa minaccia per il sostentamento delle comunità rurali.

Trovo poi casualmente poche ore dopo in un dépliant inerente la sicurezza durante le escursioni come comportarsi in caso di incontro ravvicinato:
  • Mantieni la calma, fermati e analizza la situazione. Il lupo farà lo stesso e dovrebbe allontanarsi.
  • Assicurati che il lupo abbia sempre una via di fuga libera.
  • Se il lupo non si allontana o non ti ha visto, parla con un tono di voce deciso o fai rumore.
  • Se sei con un cane, tienilo al guinzaglio vicino a te e posizionati tra il cane e il lupo.
  • Non aggredire il lupo, indietreggia a passo normale.
  • Non avvicinarti al lupo, non seguirlo e non dargli in nessun caso del cibo.
Bestia furiosa che si pensa sia una iena, stampa, 1765 circa

La bellezza del meno appariscente

Mentre cammino mi rendo conto che se anche meno spettacolare il tragitto che sto compiendo ora mi dà sensazioni molto diverse che nella zona Leit/Tremorgio. Il merito consiste nel fatto che qui non incrocio nessuno, si instaura di nuovo quel rapporto di intimità con la natura. Scorgo vari cascinali, spesso raggruppati, ci sono macchine posteggiate ma di persone nemmeno l’ombra, così che alla fine il tratto meno attrattivo diventa quello più intenso ed psicologicamente appagante.

Con questi pensieri ed un inevitabile inizio di mal di piedi giungo infine alle porte di Nante, da lì una discesa mi porterà ad Airolo.


Roncascio, dietro l’angolo Nante di cui si scorgono le prime costruzioni

Ed é proprio nell’abitato di Nante che mi salta all’occhio una casa sicuramente vecchissima. Ha un fascino spettrale e sapere che é ancora oggi abitata ne aumenta l’interesse



Ho maniera di collegarmi per un attimo alla mia altra passione per la storia. Mentre scendo da Nante in direzione di Airolo penso alla fortuna che ho nel poter godere delle mie passioni in maniera così intensa.

Arrivo davanti a casa, senza quasi accorgermene ho compiuto più di 30km e fatto quasi 2000 metri di dislivello positivo, cifra ritenuta difficilmente avvicinabile. Oggi ho fatto un bel passo verso la forma ottimale e i grandi classici in serbo per il proseguio dell’estate, e perché no, dell’autunno





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