Gli amanti del Giappone mi fulminerebbero seduta stante; perché “storie Edo” significa ben poco.
Ho semplicemente cercato qualcosa che accumunasse alcune tavole trovate al museo Rietberg sezione Giappone.
In particolare due sequenze di quello che sembra un racconto piuttosto avvincente.
La seguente immagine invece è solitaria e l’ho messa solo per attirare attenzione dato che sarà quella di copertina.
Dettaglio della famosa opera d'arte giapponese *La parata notturna dei cento demoni* (Hyakki Yagyō), realizzata dall'artista Kawanabe Kyōsai (1831-1889), che raffigura vari yōkai (creature e spiriti del folklore giapponese) in movimento
Il periodo Edo: oltre 250 anni di pace, isolamento e cultura
Quando si pensa al Giappone tradizionale, alle figure dei samurai, alle stampe ukiyo-e, al teatro kabuki o alla poesia haiku, si entra inevitabilmente nel mondo del periodo Edo (1603-1868), una delle epoche più affascinanti e importanti della storia giapponese.
Il nome deriva da Edo, l’antica Tokyo, che divenne la sede dello shogunato della famiglia Tokugawa. Per più di due secoli e mezzo il Paese fu governato da una struttura politica dominata dallo shogun, mentre l’imperatore rimaneva formalmente la massima autorità, ma con un ruolo politico molto limitato.
Rispetto per i dipinti
In Giappone, la maggior parte dei dipinti viene esposta solo per brevi periodi o in occasioni speciali, sia perché sono molto sensibili alla luce, sia perché devono essere trattati con la dovuta attenzione: non sono infatti semplici decorazioni da appendere a una parete. Per questo motivo, se possibile, si scelgono dipinti adatti a una determinata stagione o a un evento specifico. I visitatori e gli ospiti dovrebbero apprezzarli come meritano. Un’ulteriore caratteristica di questo atteggiamento attento nei confronti delle opere d’arte è la nicchia a tutta parete per i dipinti (tokonoma), che costituisce un elemento fondamentale dell’architettura giapponese sin dal XV secolo.
Nebbia sui monti Huangshan – Dong Shouping (1904-1997)
Cina, XX secolo
Inchiostro di china e colori tenui su carta
Dono di Charles A. Drenowatz | RCH 1126A
Acque verdi e montagne blu
Zhang Daqian (1899-1983)
Cina, 1935 circa
Inchiostro e colori su carta
Donazione di Charles A. Drenowatz | RCH 1104A
Acque verdi e montagne blu
Zhang Daqian (1899-1983), Cina, 1935 circa
Una composizione
Liu Guosong (*1932)
Taiwan, datata 1968
Inchiostro e colori su carta
Dono di Charles A. Drenowatz | RCH 1156A
I diversi formati, come i rotoli appesi e i rotoli da mano, contribuiscono a facilitare il rapido scambio dei dipinti e la loro conservazione in uno spazio limitato. Poiché i dipinti non sono montati in una cornice fissa, possono essere facilmente arrotolati e riposti in piccole scatole di legno. Anche i paraventi pieghevoli, che fungono da divisori, possono essere chiusi o aperti in un luogo diverso.
Il tempo nell’arte narrativa giapponese - Dipinti della Collezione Tokuda
I rotoli dipinti (emaki) del Giappone premoderno costituiscono una testimonianza lampante della ricca tradizione narrativa del Paese. Già nel X secolo fungevano da mezzo per narrare storie attraverso una combinazione di testo e immagine. Nemmeno la diffusione della stampa nel XVII secolo riuscì a intaccare la popolarità di questi rotoli: al contrario, la loro produzione conobbe un boom senza precedenti.
Le opere esposte sono state realizzate in questo periodo, dal XVI al XVIII secolo, e provengono dalla collezione privata del rinomato studioso di letteratura narrativa Kazuo Tokuda. Raccontano eventi meravigliosi ambientati nei dintorni dei monasteri buddisti, narrano di sfortunate figliastre la cui vita è minacciata, oppure storie favolose di animali – compresi gli insetti – che provano emozioni e compongono persino poesie proprio come gli esseri umani.
Poiché i rotoli venivano osservati srotolandoli e riavvolgendoli gradualmente da destra a sinistra, questo mezzo espressivo possiede una dimensione temporale intrinseca. Inoltre, i dipinti narrativi e i testi costituiscono una ricca fonte di materiale per esplorare le concezioni storiche del tempo. Accanto ai racconti di intrattenimento del tardo Medioevo, che spesso avevano anche uno scopo didattico, le opere più antiche della letteratura cortese continuarono ad essere illustrate in formato rotolo. In alcuni casi sono sopravvissuti solo frammenti di rotoli, alcuni dei quali sono qui esposti su rotoli appesi. A partire dal XVI secolo, anche i libretti venivano dipinti e scritti a mano, spesso impreziositi da foglia d’oro.
Questa presentazione di opere selezionate della Collezione Tokuda è stata realizzata in collaborazione con il progetto di ricerca «Tempo ed emozione nella letteratura giapponese medievale», finanziato dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS) e condotto presso l’Università di Zurigo, con il sostegno finanziario aggiuntivo degli ex studenti dell’UZH.
La storia dei ratti (Nezumi monogatari)
Le sei fogli probabilmente fungevano da illustrazioni per un racconto ormai perduto. I dipinti mettono in evidenza come la vita dei topi vari in momenti diversi. Mentre in alcune scene sono raffigurati nella loro forma animale mentre saccheggiano le provviste degli umani, in altre appaiono antropomorfizzati. Autore/autrice sconosciuto/a, Giappone, periodo Edo, XVII secolo
Sei pagine di un libro illustrato; inchiostro e colori su carta
Collezione Tokuda


La terza pagina li mostra mentre fuggono da un gatto
La quarta raffigura un gruppo di topi riuniti in consiglio, intenti a discutere l’idea di appendere un campanello al collo dei gatti. Il soggetto rimanda con ogni probabilità alla celebre favola attribuita a Esopo, nella quale i topi, riuniti in assemblea, escogitano questo ingegnoso espediente per essere avvertiti dell’avvicinarsi del loro temibile nemico. Un’immagine di apparente leggerezza che cela, sotto forma di allegoria, una riflessione sulla distanza tra l’elaborazione di un’idea e la difficoltà di tradurla in pratica.

Qui, tuttavia, il piano sembra avere successo, poiché nel quinto dipinto i gatti indossano collari con campanelli
e nella sesta pagina i topi si godono tranquillamente la fioritura dei ciliegi.

La storia della fondazione del monastero di Döjöji (Döjöji engi emaki)
Autore/autrice sconosciuto/a
Giappone, periodo Edo, XVII/XVIII secolo
Frammento di rotolo orizzontale; inchiostro di china e colori su carta
Collezione Tokuda
Il Dōjōji engi emaki narra una delle più celebri leggende del Giappone medievale, quella di Kiyohime e Anchin, ambientata nel tempio di Dōjōji, nella provincia di Kii.
La vicenda racconta di Anchin, giovane monaco in pellegrinaggio, che viene ospitato nella casa di Kiyohime, figlia del proprietario. La ragazza si innamora di lui, ma Anchin, desideroso di mantenere il proprio voto religioso, promette di tornare da lei al termine del viaggio. Quando però non mantiene la promessa e cerca di sottrarsi all'incontro, Kiyohime, consumata dalla passione e dall'ira, lo insegue.

Secondo la leggenda, durante l'inseguimento Kiyohime si trasforma progressivamente in un enorme serpente. Anchin cerca rifugio nel tempio di Dōjōji e si nasconde sotto la grande campana. Kiyohime, ormai trasformata in creatura mostruosa, raggiunge il tempio, si avvolge intorno alla campana e, con il suo respiro infuocato, la incendia, uccidendo Anchin al suo interno.

Si avvolge – per quattro-sei ore, secondo una fonte dell’XI secolo – attorno alla campana del tempio sotto la quale lui si nasconde.
In seguito, di lui rimangono solo le ossa.
Il racconto prosegue con la tragica sorte di Kiyohime, che precipita nel fiume e muore. In seguito, secondo la tradizione, le anime dei due amanti vengono infine liberate dalla loro sofferenza attraverso la predicazione buddhista.
Nel Dōjōji engi emaki la storia è raccontata attraverso una successione di immagini e testi che permettono di seguire visivamente la trasformazione di Kiyohime: da giovane donna innamorata a creatura serpentina, fino alla drammatica scena della campana avvolta dalle fiamme.
È una storia in cui amore, desiderio, gelosia e collera assumono una dimensione soprannaturale, ma anche una forte valenza buddhista: la passione terrena, quando diventa attaccamento incontrollato, conduce alla sofferenza e alla distruzione.

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