È durante una mia visita al monastero di Claro che incappo in un succoso libricino. Esso funge da linea guida per chi si appresta a passare il resto dei suoi giorni nell’ordine benedettino.
Di costoro dice il Signore: «Appena il suo orecchio ha inteso, mi ha obbedito», e ancora dice ai maestri: «Chi ascolta voi, ascolta me».
Non ci è permesso di fare la nostra volontà, poiché la Scrittura ci dice: «Allontanati dalle tue volontà»; "così pure nell'orazione preghiamo Dio affinché si compia in noi la sua volontà.
Il nono gradino dell'umiltà è che il monaco sappia frenare la lingua nel parlare e, mantenendosi fedele al silenzio, non parli fino a quando non è interrogato, poiché la Scrittura insegna che «nel molto parlare non si evita il peccato» e che «l'uomo chiacchierone se ne va per le vie della terra senza direzione».
Da Pasqua invece fino al suddetto inizio di novembre, l'orario venga disposto in modo tale che, dopo un brevissimo intervallo in cui i fratelli possono uscire per le necessità naturali, all'Ufficio notturno seguano immediatamente le Lodi, che devono celebrarsi allo spuntar della luce
Nel monastero è necessario soprattutto estirpare fin dalle radici questo vizio, che nessuno cioè osi dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell'abate, né avere alcunché di proprio, assolutamente nulla, né codice, né tavolette, né stilo, ma proprio nulla,
«Tutto sia comune a tutti», come è scritto e «nessuno dica» o consideri «qualche cosa come sua». Se si troverà qualcuno che si compiace in questo tristissimo vizio, venga ripreso una prima ed una seconda volta; se non si correggerà, sia sottoposto ad una punizione.
Si osservi però un rigoroso silenzio in modo che alla mensa non si oda bisbiglio né la voce di alcuno se non quella del lettore. Ciò poi che è necessario per mangiare e per bere se lo porgano a vicenda i fratelli stessi, in modo che nessuno abbia bisogno di chiedere nulla. Se proprio occorrerà qualche cosa, si chieda col richiamo di un qualsiasi segno piuttosto che con la parola. Né alcuno osi far qualche domanda sulla lettura o su qualche altro argomento, per non dare occasione di parlare, a meno che il superiore non voglia dire qualche breve parola per edificazione.
Il fratello lettore di settimana prima di cominciare a leggere prenda un po' di vino sia per rispetto alla santa Comunione, sia perché non gli riesca troppo gravoso sopportare il digiuno; "dopo mangi con i settimanari di cucina e con i servitori di mensa.
I fratelli poi non leggano o cantino in ordine di anzianità, ma solo quelli che siano capaci di edificare chi ascolta.
Crediamo che per la refezione quotidiana, sia di sesta che di nona, bastino ad ogni mensa due pietanze cotte per riguardo alle diverse debolezze dei fratelli, di modo che chi non potrà mangiare l'una, si possa ristorare con l'altra. Dunque due pietanze cotte bastino a tutti i fratelli; e se sarà facile procurarsi frutti o legumi freschi, se ne aggiunga una terza.
Ai fanciulli più piccoli non si dia però la stessa quantità ma molto meno che ai grandi, osservando in tutto la sobrietà. "Quanto alle carni dei quadrupedi, tutti si astengano assolutamente dal mangiarne, eccetto i malati che siano molto deboli."Non si neghi che spesso si associ la figura di qualche frate ben panzuto vicino ad una botte con un boccale in mano. La presenza poi di innumerevoli birre e grappe prodotte in monasteri non fanno che rafforzare questa voce. Incredibilmente sembrerebbe che in questo frangente la regola di San Benedetto sia disposta a chiudere un occhio. Ora non resta che scoprire a quanto corrisponde un emina
Colui che per gravi colpe è scomunicato dal coro e dalla mensa, al termine dell'Ufficio divino se ne stia prostrato dinanzi alla porta del coro e non dica nulla, ma se ne stia lì disteso con la faccia a terra ai piedi di tutti i fratelli che escono dal coro. E lo continui a fare, finché l'abate giudicherà che abbia soddisfatto. Quando poi l'abate glielo comanderà, si getti ai suoi piedi e quindi ai piedi di tutti, perché preghino per lui.
Se qualcuno sbaglia nel recitare salmo, responsorio, antifona o lezione, e non ripara umilmente subito lì, sul posto, davanti a tutti, sia sottoposto a punizione più grave, poiché non ha voluto riparare con l'umiltà l'errore commesso per negligenza. I fanciulli poi per tale colpa siano battuti.
Se poi le condizioni del luogo o la povertà richiedono che i fratelli stessi siano occupati nei raccolti della campagna, non si rattristino, perché allora sono veri monaci quando vivono del lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli apostoli.
Gratis?
Quest’aura di amore e buonismo si offusca un po’ quando scopriamo che un compenso esiste, certo non materiale, ma pur sempre un compenso. Nessuno, ma proprio nessuno, fa qualcosa senza voler qualcosa in cambio. Ma che cosa può offrire di tanto prezioso isolarsi dal mondo per seguire una vita estremamente umile?
La vita eterna é sicuramente una ricompensa allettante. A questo va aggiunto che di conseguenza si scarta la possibilità di finire agli inferi. Questo messaggio é presente più volte qua e la nel libricino


Ma questa stessa obbedienza riuscirà gradita a Dio e dolce agli uomini solo se ciò che si comanda viene eseguito senza esitazione, senza lentezza, senza tiepidezza, senza mormorazione, senza rifiuto.
…ricorda sempre tutto ciò che Dio comanda, cosicché ripensa continuamente dentro di sé come l'inferno bruci per i loro peccati coloro che disprezzano Dio e come la vita eterna sia preparata per quelli che lo temono
Capitolo 7 - L’umiltà
L’ordine benedettino
Dell’ordine benedettino fino ad oggi avevo trovato solo degli estratti a Payerne o in qualche altro piccolo museo. L’opera completa mi ha sempre incuriosito. Il libretto prende presto la precedenza sulle mie altre letture e nel giro di pochi giorni lo porto a termine

La lettura é tutto sommato scorrevole e ricca di spunti di riflessione. Alcuni ancora validi oggi, mentre altri decisamente appartenenti ad una galassia parallela come può apparire oggi una vita monastica. Mi permetto di farcire ulteriormente le regole con osservazioni e note in blu
Tutto quello riportato dalla regola invece si presenta in italicoCapitolo 1 - Vari tipi di monaci
Definizione di eremita
Vivere soli potrebbe essere difficoltoso, specialmente per chi deve sentire di avere costantemente qualcuno al proprio fianco, ma non é questo il vero elemento che deve temere un monaco nel XV secolo, la presenza di Dio nella quotidianità é infatti garantita. Essere soli per i monaci é paragonabile a quando i genitori uscivano di casa lasciandoci soli quando eravamo adolescenti; innumerevoli le tentazioni; il frigo da svaligiare, i porno da guardare, tutta una serie di azioni dal chiaro stampo demoniaco. Ecco il vero pericolo nel fare vita da eremita; tenere lontane le tentazioni.La seconda specie è quella degli anacoreti o eremiti, cioè di coloro che, non per fervore noviziale di vita monastica, ma dopo una lunga prova nel monastero, resi esperti dall'aiuto di molti, hanno imparato a combattere contro il demonio. Se bene addestrati dalla lotta sostenuta insieme ai fratelli, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di combattere da soli nell'eremo con mani e braccia proprie, senza il conforto di altri, contro i vizi della carne e dei pensieri.
Capitolo 2 - Quale deve essere l’abate
Questo capitolo, come molti altri, potrebbe essere applicato a vari campi nella vita odierna; dall’ambiente lavorativo in ufficio, allo svezzamento della prole. Si va dalla considerazione che un gregge é da intendersi come composto da singole pecore che vanno considerate in maniera individuale e non come una massa uniforme, agli ormai accantonati “ben assestati ceffoni” facenti parte di generazioni passate
«Tu che vedevi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, non hai visto la trave nel tuo».
Riprenda, ammonendoli una prima ed una seconda volta, i monaci di animo più retto e assennato; ma i ribelli, ostinati, superbi e disobbedienti li tenga a freno con le battiture e le punizioni corporali al primo affiorare del vizio, sapendo che sta scritto:
«Lo stolto non si corregge con le parole»
e ancora:
«Percuoti tuo figlio con la verga e libererai la sua anima dalla morte».
Sia ben consapevole quanto difficile e arduo sia il compito che si assume, governare delle anime e adattarsi ai diversi temperamenti; tratti dunque uno con la dolcezza, un altro con rimproveri, un altro ancora con la persuasione; secondo l'indole e la capacità di ciascuno a tutti si conformi e si adatti, in modo che non solo non debba subire perdite nel gregge affidatogli, ma anzi possa godere dell'aumento del gregge buono.
Capitolo 4 - Gli strumenti delle opere buone
Sono quelli che iniziano con “non…”. Mi ricordano la mamma prima di andare via due giorni in passeggiata scolastica, una mitragliata di raccomandazioni su cosa NON fare. Nella regola ne sono riportati 78, riporto solo quelli che mi hanno colpito maggiormente, che non dovete uccidere tanto lo sapete già vero?
11. Mortificare il proprio corpo (curpus castigare)
12. Non cercare le comodità.
13. Amare il digiuno.
31. Amare i nemici
32. A quelli che dicono male di noi non ricambiare l’ingiuria, ma piuttosto parlarne bene
35. Non dedito al vino
36. Non smodato nel mangiare
37. Non sonnolento
38. Non pigro
42. Se uno scorge in sé qualche cosa di buono, lo attribuisca a Dio, non a se stesso
43. Sappia invece che il male é sempre opera sua e se ne ritenga responsabile lui solo.
44. Temere il giorno del giudizio
45. Avere il terrore dell’inferno

47. Avere ogni giorno davanti agli occhi la possibilità della morte (Mortem cotidie ante oculos suspectam habere)
52. Non amare il molto parlare
53. Non dire parole leggere o che provochino il riso
54. Non amare il riso frequente e grossolano
60. Odiare la volontà propria
62. Non voler essere detto santo prima di esserlo, ma prima diventarlo, perché lo si possa dire con più verità.
69. Fuggire l'alterigia. (Pomposa ed eccessiva estimazione di sé)70. Rispettare gli anziani.
71. Amare i giovani.
71. Amare i giovani.
73. Tornare in pace con chi si è in discordia prima del tramonto del sole.
Capitolo 5 - L’obbedienza
Di difficile realizzazione nei giorni nostri invece le regole inerenti l'obbedienza. Mi balza alla mente un gioco padrona-schiavo in chiave erotica o, in alternativa, la scuola reclute nelle prime settimane dove gli ordini raggiungono l’apice in quanto a rigidità.La più evidente espressione dell'umiltà è l'obbedienza senza indugio.
Questa è propria di coloro che non hanno niente di più caro di Cristo, sia per il servizio santo a cui si sono consacrati, sia per timore dell'inferno o per la gloria della vita eterna. Essi, appena viene comandato loro qualche cosa dal superiore, non ammettono ritardo nell'eseguirlo come se il comando venisse direttamente da Dio.Di costoro dice il Signore: «Appena il suo orecchio ha inteso, mi ha obbedito», e ancora dice ai maestri: «Chi ascolta voi, ascolta me».
Capitolo 6 - L’amore del silenzio
Il silenzio fa sempre più parte della nostra quotidianità, basta recarsi sui mezzi pubblici, quelli che prima dell'avvento delle nuove tecnologie ospitavano chiacchericci per non dire vere e proprie dispute orali. Oggi ognuno é immerso dentro i cazzi suoi (per dirla alla Vasco), con occhi e cervello nella scatoletta elettronica, con tanto di cuffiette. Un silenzio assordante caratterizza i mezzi di trasporto. E ora che l'abbiamo scoperto potrebbe addirittura urtare se venisse infranto, il livello di sopportazione inerente il rumore é decisamente mutato. Sarebbero contenti i monaci, almeno sui mezzi di trasporto.
Il profeta ci mostra che, se talvolta bisogna astenersi anche dai discorsi buoni per amore del silenzio, tanto più è necessario evitare i discorsi cattivi per la pena del peccato!
Quindi, per la gravità del silenzio, si conceda raramente ai discepoli perfetti il permesso di parlare sia pure su argomenti buoni, santi ed edificanti; poiché sta scritto: «Nel molto parlare non eviterai il peccato» Se altrove: «La morte e la vita sono in potere della lingua».
Quindi, per la gravità del silenzio, si conceda raramente ai discepoli perfetti il permesso di parlare sia pure su argomenti buoni, santi ed edificanti; poiché sta scritto: «Nel molto parlare non eviterai il peccato» Se altrove: «La morte e la vita sono in potere della lingua».
Parlare e insegnare appartengono al maestro, tacere ed ascoltare è proprio del discepolo
Quindi, se si deve domandare qualche cosa al superiore, lo si chieda con tutta umiltà e rispettosa sottomissione. Le banalità poi e le parole inutili o che provochino il riso le escludiamo per sempre e in ogni luogo, né permettiamo che il discepolo apra mai la bocca per simili discorsi.
Capitolo 7 - L’umiltà
Questo capitolo é composto da diversi sottocapitoli, essi rappresentano dei gradini di un ipotetica scala di Giacobbe che viene percorsa su e giù ininterrottamente come i titoli in borsa. Inutile sottolineare che per poter salire ed accedere alla zona VIP lounge occorre prostrarsi ed annullarsi come presto appureremo.
«Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
Dobbiamo innalzare, con le nostre azioni dirette verso l'alto, quella scala che apparve in sogno a Giacobbe e per la quale egli vedeva angeli che scendevano e salivano. Senza dubbio quel discendere e quel salire non possiamo interpretarlo se non che con l'esaltazione si discende e con l'umiltà si sale. Quella scala eretta è la nostra vita sulla terra che, per l'umiltà del cuore, viene da Dio innalzata verso il cielo. Noi diciamo poi che il nostro corpo e la nostra anima sono i lati di questa scala tra i quali la divina chiamata ha inserito diversi gradini di umiltà e di disciplina da salire.
La scala di Giacobbe al Vaticano
Malgrado appaia molto più raffinata che quella del pollaio la merda che vi si trova per percorrerla é simile
Primo gradino
Per poter essere vigilante sui suoi cattivi pensieri, il fratello che vuole essere fedele ripeta continuamente nel proprio cuore: «Sarò senza macchia dinanzi a lui, solo se mi guarderò da ogni mia malizia».Non ci è permesso di fare la nostra volontà, poiché la Scrittura ci dice: «Allontanati dalle tue volontà»; "così pure nell'orazione preghiamo Dio affinché si compia in noi la sua volontà.
Dobbiamo guardarci da ogni desiderio cattivo, perché la morte si trova sulla soglia del piacere.
Per tale ragione la Scrittura ci insegna: «Non andar dietro alle tue passioni».Se poi viene da chiedersi chi é la talpa che va a spifferare tutto all'altissimo il buon San Benedetto non si fa problemi a rivelarlo:
Gli angeli a noi assegnati riferiscono quotidianamente notte e giorno le nostre azioni al Signore
Gli angeli a noi assegnati riferiscono quotidianamente notte e giorno le nostre azioni al Signore
Rivedete la vostra eventuale passione per gli angioletti, piccole carogne alate
Secondo gradino
«La volontà propria merita la pena, mentre la sottomissione procura il premio».
Il pensiero va a Fantozzi intento a riverire i vari megadirettorigalattici prostrandosi e umiliandosi ad oltranza. E noi lì a ridere mentre nel monastero si attua questa pratica accettata da tutti.
Quarto gradino
Il quarto gradino dell'umiltà è di chi, proprio nell'obbedire in cose difficili e contrarianti o anche di fronte ad offese che gli vengano inflitte, abbraccia in silenzio e consapevolmente la pazienzaSesto gradino
Il sesto gradino dell'umiltà è che il monaco si accontenti di tutto ciò che vi è di più povero e di più basso e, di fronte a ciò che gli viene ordinato, si consideri un operaio incapace e indegno, ripetendo a se stesso con il profeta: «Sono ridotto a nulla e non so nulla; nei tuoi riguardi sono diventato come un giumento, ma io sto sempre con te».Settimo gradino
Il settimo gradino dell'umiltà è che il monaco non solo a parole si dica inferiore e più spregevole di tutti, ma ne sia convinto nell'intimo del proprio cuore, sumiliandosi e dicendo con il profeta:«Sono proprio un verme e non un uomo, la vergogna degli uomini e il rifiuto della plebe»
«Sono stato esaltato, ma poi umiliato e confuso»; e ancora: «È stato bene per me che tu mi abbia umiliato, perché io impari la tua legge».
Ci si può prostrare ancora di più? Fantozzianamente parlando siamo al livello merdaccia
Nono gradino
Se questo punto fosse applicato ai programmi che trattano la politica sulle emittenti italiane lo share crollerebbe clamorosamente. Indubbiamente corretto quanto riportato ma in alcuni contesti decisamente noiosoDecimo gradino
Il decimo gradino dell'umiltà è che il monaco non sia facile e pronto al riso, poiché sta scritto: «Lo stolto nel ridere alza la voce»Undicesimo gradino
L' undicesimo gradino dell'umiltà è che il monaco, quando parla, lo faccia pacatamente, senza ridere, umilmente e con gravità, e dica poche e prudenti parole senza alzare troppo la voce, «come sta scritto: «Il saggio si riconosce per le poche parole».Dodicesimo gradino
Durante l'Ufficio divino, in chiesa, nel monastero, nell'orto, per via, nei campi e dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tenga sempre il capo chino e gli occhi bassi, «ritenendosi sempre colpevole dei suoi peccati e già si veda dinanzi al tremendo giudizio di Dio, ripetendo sempre nel suo cuore ciò che disse il pubblicano del Vangelo con gli occhi chini a terra: «Signore, non sono degno io peccatore di alzare i miei occhi al cielo». E ancora con il profeta:«Sono sempre curvo ed umiliato».
Capitolo 8-16 - Le lodi
Voi che dormite ininterrottamente, salute permettendo, per 8 ore nel vostro comodo lettone, voi che vi prendete il tempo necessario per il risveglio, ognuno ai suoi ritmi, voi, si voi, penateci. Pensate a chi si alza ancora prima dei contadini, a chi ha a disposizione solo un brevissimo intervallo per i bisogni corporali perché le lodi incombono, e guai a far aspettare le lodi...Lodi pardon
«A metà della notte io mi alzavo per lodarti»
Capitolo 11 - L’ufficio notturno nelle domeniche
Oggigiorno chi si alza la domenica prima delle 9 é già considerato un fenomeno. Se però questa evenienza dovesse capitare sarebbe sicuramente per poter passare del tempo sostanzialmente di qualità...Per i monaci la qualità é ben descritta nel capitolo 11, le domeniche quelle belle insomma...
Dopo queste lezioni seguano in ordine altri sei salmi con le antifone, come i precedenti e il versetto. Quindi si leggano di nuovo altre quattro lezioni con i propri responsori, secondo la norma sopra esposta. Poi si dicano tre cantici dai Profeti, a scelta dell'abate, da cantare con l'Alleluia. Detto quindi il versetto e data dall'abate la benedizione, si leggano altre quattro lezioni del nuovo Testamento, come già si è detto. Dopo il quarto responsorio, l'abate intoni l'inno "Te Deum laudamus". Finito questo l'abate legga la lezione dai Vangeli, mentre tutti stanno in piedi con ogni onore e riverenza. Alla fine della lettura tutti rispondano Amen e l'abate soggiunga immediatamente l'inno "Te decet laus" e data la benedizione si incomincino le Lodi.
Questo ordine dell'Ufficio notturno domenicale si osservi in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno, salvo il caso, che non sia mai, in cui si alzassero più tardi e in tale caso si dovranno abbreviare le lezioni o i responsori. Si stia però bene attenti che ciò non avvenga; ma se si verificasse, il responsabile di tale negligenza faccia degna riparazione a Dio nell'oratorio.
Facciamo però notare che, se a qualcuno questa distribuzione dei salmi non piacesse, li disponga pure in un altro modo, come crederà meglio, purché faccia attenzione che durante la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e nell'Ufficio notturno della domenica si ricominci sempre da capo
Il tutto si conclude con un sapiente consiglio
Se un fratello, già più volte corretto per una qualsiasi colpa, non si emenderà neppure dopo la scomunica, riceva una punizione anche più aspra, si adoperi cioè con lui il castigo delle battiture. E se neppure così si emenderà, oppure, non sia mai, montato in superbia vorrà persino difendere il suo operato, allora l'abate si regoli come un medico esperto: se, dopo aver usati i lenitivi, gli unguenti delle esortazioni, i rimedi delle Scritture divine e, alla fine, la bruciatura della scomunica e dei colpi di verga,vede ormai che la sua premura non serve a nulla, ricorra al mezzo più efficace, cioè alla preghiera sua e di tutti i fratelli, saffinché il Signore, che tutto può, operi la salvezza del fratello infermo.
Per ogni età ed ogni intelligenza deve esserci un trattamento adeguato. Perciò i fanciulli e i giovanetti e quelli che non sono capaci di comprendere la gravità della scomunica, quando commettono qualche colpa, o siano puniti con severi digiuni o repressi con aspre battiture, perché si correggano.
Questo ordine dell'Ufficio notturno domenicale si osservi in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno, salvo il caso, che non sia mai, in cui si alzassero più tardi e in tale caso si dovranno abbreviare le lezioni o i responsori. Si stia però bene attenti che ciò non avvenga; ma se si verificasse, il responsabile di tale negligenza faccia degna riparazione a Dio nell'oratorio.
Facciamo però notare che, se a qualcuno questa distribuzione dei salmi non piacesse, li disponga pure in un altro modo, come crederà meglio, purché faccia attenzione che durante la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e nell'Ufficio notturno della domenica si ricominci sempre da capo
Il tutto si conclude con un sapiente consiglio
«Salmeggiate con sapienza»
Capitolo 22 - Come dormono i monaci
Uno dei pochi punti positivi potrebbe essere rappresentato da una fonte di luce sempre presente. A mo di lucina per i fanciulli che in tenera età temono il buio. Stop.Dormire vestiti pronti a scattare in piedi in un nano secondo per andare a sbucciarsi le ginocchia davanti all'altissimo é un altra prerogativa irrinunciabile, manco fossero pompieri a dover andare dormire vestiti
In questo ambiente arda continuamente un lume fino al mattino.
Dormano vestiti e cinti di cingoli o funi e non abbiano coltelli al fianco mentre riposano, perché non abbiano per caso a ferirsi nel sonno; e così i monaci siano sempre pronti e levandosi senza indugio appena dato il segnale, si affrettino a prevenirsi a vicenda per l'Ufficio divino, sempre però con molta gravità e modestia.
I fratelli più giovani non abbiano i letti vicini, ma alternati con i più anziani. E quando si alzano per l'Ufficio divino si esortino a vicenda delicatamente, prevenendo così le scuse degli assonnati.
Il fratello poi che sia colpevole di mancanze più gravi, sia sospeso dalla mensa e anche dal coro. Nessun fratello gli si avvicini per alcun motivo, né parli con lui. Stia da solo a compiere il lavoro che gli sarà assegnato, e rimanga nell'afflizione della penitenza.
Dormano vestiti e cinti di cingoli o funi e non abbiano coltelli al fianco mentre riposano, perché non abbiano per caso a ferirsi nel sonno; e così i monaci siano sempre pronti e levandosi senza indugio appena dato il segnale, si affrettino a prevenirsi a vicenda per l'Ufficio divino, sempre però con molta gravità e modestia.
I fratelli più giovani non abbiano i letti vicini, ma alternati con i più anziani. E quando si alzano per l'Ufficio divino si esortino a vicenda delicatamente, prevenendo così le scuse degli assonnati.
Capitolo 25 - Le colpe più gravi
Analogamente alle carceri l'isolamento é la punizione inflitta per le colpe più gravi (gravità probabilmente del tutto trascurabili in una normale economia domestica). Il tocco di astenersi nel benedire il cibo che gli viene dato rappresenta la classica goccia che fa traboccare il vasoConsumi il cibo da solo, nella quantità e nell'ora che l'abate giudicherà più conveniente per lui; non sia benedetto da chi lo incontra e non si benedica neppure il cibo che gli viene dato.
Capitolo 28 - Di quelli che ripetutamente corretti non si vogliono emendare
Non ci resta che pregare. Appare evidente in questo capitolo che se dopo averle provate tutte, quando le speranze sono ridotte al lumicino non resta che pregare. Non sarebbe infatti quello che si farebbe mentre l'aereo precipita?Capitolo 30- Come si correggono i fanciulli più piccoli
Questa a questo punto deve essere facile da indovinareCapitolo 33- Se i monaci devono avere qualche cosa di proprio
Il capitolo 33 si differenzia dagli altri per portare avanti un concetto di eterna attualità; per l'ultimo viaggio non abbiamo il portapacchi si suol dire. Poi come al solito San Benedetto la mette giù dura e come sempre esagera.poiché i monaci non sono ormai più padroni né del loro corpo, né della loro volontà;
tutto ciò che è necessario si speri dal padre del monastero, né è lecito avere alcuna cosa che l'abate non abbia dato o permesso.
«Tutto sia comune a tutti», come è scritto e «nessuno dica» o consideri «qualche cosa come sua». Se si troverà qualcuno che si compiace in questo tristissimo vizio, venga ripreso una prima ed una seconda volta; se non si correggerà, sia sottoposto ad una punizione.
Capitolo 34 - Se tutti devono ricevere il necessario in uguale misura
"Cala do dit" verrebbe da dire a chi si pavoneggi per aver ricevuto di più. Non se ne intuiscono i motivi per cui questa evenienza dovrebbe capitare ma il messaggio di più di volare basso giunge ben nitido e chiaro...chi invece ha bisogno di più, si umili per la sua infermità e non si insuperbisca per le attenzioni che gli vengono usate
Capitolo 38 - Il lettore della settimana
Mentre nelle famiglie più collaborative si esegue una rotazione dei compiti quali "lavare i piatti" o "portare fuori la spazzatura" nel monastero questa rotazione é associata al ruolo di lettore della settimana.Lo scopo del gioco é riuscire a mangiare e farsi passare l'acqua, quella gassata piuttosto che quella liscia, sanza proferire parola mentre la voce del lettore domina incontrastata la mensa.
L'unico vantaggio per il lettore sta nel poter sollazzarsi un buon bicchiere di vino, ma non credo questo basti per creare un eccedenza di volontari.
Si osservi però un rigoroso silenzio in modo che alla mensa non si oda bisbiglio né la voce di alcuno se non quella del lettore. Ciò poi che è necessario per mangiare e per bere se lo porgano a vicenda i fratelli stessi, in modo che nessuno abbia bisogno di chiedere nulla. Se proprio occorrerà qualche cosa, si chieda col richiamo di un qualsiasi segno piuttosto che con la parola. Né alcuno osi far qualche domanda sulla lettura o su qualche altro argomento, per non dare occasione di parlare, a meno che il superiore non voglia dire qualche breve parola per edificazione.
Il fratello lettore di settimana prima di cominciare a leggere prenda un po' di vino sia per rispetto alla santa Comunione, sia perché non gli riesca troppo gravoso sopportare il digiuno; "dopo mangi con i settimanari di cucina e con i servitori di mensa.
I fratelli poi non leggano o cantino in ordine di anzianità, ma solo quelli che siano capaci di edificare chi ascolta.
Capitolo 39 - La misura del cibo
In poche righe San Benedetto mette all'angolo mental coach, diete mediterranee, polari, marziane...., anche le frotte di bonazze perennemente incollate alla borraccia Herbalife perdono inevitabilemte di interesseAi fanciulli più piccoli non si dia però la stessa quantità ma molto meno che ai grandi, osservando in tutto la sobrietà. "Quanto alle carni dei quadrupedi, tutti si astengano assolutamente dal mangiarne, eccetto i malati che siano molto deboli."
Capitolo 40 - La misura del bere
Crediamo che basti un'emina di vino al giorno per ciascuno. Quelli poi a cui Dio concede di sapersene astenere, sappiano che ne riceveranno una particolare ricompensa. Di questa particolare ricompensa non si trova traccia in tutta la regola
Se invece le esigenze del luogo, o un'eccessiva fatica, o il calore dell'estate richiedessero una misura più abbondante, sia in potere del superiore concederla, vigilando però che nessuno giunga alla sazietà o all'ubriachezza.
Se invece le esigenze del luogo, o un'eccessiva fatica, o il calore dell'estate richiedessero una misura più abbondante, sia in potere del superiore concederla, vigilando però che nessuno giunga alla sazietà o all'ubriachezza.
"Leggiamo, è vero, che il vino non è assolutamente per i monaci, tuttavia, poiché ai monaci dei nostri tempi non è facile farlo comprendere, conveniamo almeno in questo, di non bere fino alla sazietà, ma sobriamente, perché «il vino fa apostatare anche i saggi».
Quando poi le condizioni del luogo sono tali che non si possa trovare neppure la suddetta misura, ma molto meno o anche nulla affatto, i monaci che vi abitano benedicano Dio e non mormorino; a questo soprattutto li esortiamo, ad evitare ogni mormorazione.Capitolo 43 - Di quelli che giungono tardi all'Ufficio divino o alla mensa
La puntualità é il primo biglietto da visita, sintomo di serietà ed affidabilità. Ci si previene anche contro i furbetti che potrebbero arrivare in ritardo di proposito, prevenirsi contro i furbetti dovrebbe dare un bonus per un ascesa diretta verso l'alto dei cieliSe qualcuno giungerà all'Ufficio notturno dopo il Gloria del salmo 94, che per questo motivo vogliamo sia cantato con pause e molto lentamente, non stia al suo posto in coro, ma vada all'ultimo posto o nel luogo separato che l'abate avrà stabilito per tali negligenti, perché siano veduti da lui e da tutti, e vi rimanga finché, terminato l'Ufficio divino, ne faccia penitenza con pubblica riparazione.
Abbiamo creduto opportuno che costoro rimangano in ultimo o in disparte, perché, esposti alla vista di tutti, si correggano almeno per la vergogna. "Se verranno lasciati fuori del coro, ci sarà forse qualcuno che ritorna a letto e si mette a dormire, oppure si accomoda fuori e si dà alle chiacchiere e così si offre occasione al demonio."
Entrino dunque dentro, per non perdere proprio tutto e si correggano per l'avvenire.
Abbiamo creduto opportuno che costoro rimangano in ultimo o in disparte, perché, esposti alla vista di tutti, si correggano almeno per la vergogna. "Se verranno lasciati fuori del coro, ci sarà forse qualcuno che ritorna a letto e si mette a dormire, oppure si accomoda fuori e si dà alle chiacchiere e così si offre occasione al demonio."
Entrino dunque dentro, per non perdere proprio tutto e si correggano per l'avvenire.
Capitolo 44 - Come devono riparare gli scomunicati
Il buon "crocefisso in sala mensa" di fantozziane memorie é meno umiliante.Colui che per gravi colpe è scomunicato dal coro e dalla mensa, al termine dell'Ufficio divino se ne stia prostrato dinanzi alla porta del coro e non dica nulla, ma se ne stia lì disteso con la faccia a terra ai piedi di tutti i fratelli che escono dal coro. E lo continui a fare, finché l'abate giudicherà che abbia soddisfatto. Quando poi l'abate glielo comanderà, si getti ai suoi piedi e quindi ai piedi di tutti, perché preghino per lui.
Capitolo 45 - Di quelli che sbagliano nel coro
Pure per il cantono non si tollerano errori. La punizione é come sempre molto proporzionata al misfattoCapitolo 48 - Il lavoro manuale quotidiano
Nella canzone "via da qui" i Vomitors elevano il duro lavoro del contadino a motivo di orgoglio, i campi diventano "terra di eroi", qualcosa di analogo si legge tra le righe del capitolo 48
Affresco Santa Maria al Castello Mesocco - Giugno: un giovane contadino falcia l'erba (fienagione); l'espressione del suo volto è attenta i capelli sono corti; indossa una veste da lavoro con cintura ed ha i piedi scalzi. Con questa scena si riprende il ciclo delle attività rurali legate ai me
L’ozio é nemico dell’anima
Dopo l'ora sesta, levatisi da tavola, riposino tutti nei loro letti in perfetto silenzio; se qualcuno però volesse leggere, legga pure per conto suo senza disturbare nessuno.Se poi le condizioni del luogo o la povertà richiedono che i fratelli stessi siano occupati nei raccolti della campagna, non si rattristino, perché allora sono veri monaci quando vivono del lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli apostoli.
Se poi qualcuno fosse così negligente o svogliato da non volere o non potere meditare o leggere, gli si assegni qualche lavoro, perché non stia in ozio.
Sottragga cioè al suo corpo un po' di cibo, di bevanda, di sonno, di loquacità, di leggerezza e nel gaudio di soprannaturale desiderio attenda la santa Pasqua.
Quello però che ciascuno vuole offrire, lo sottoponga umilmente all'abate e poi lo compia con la preghiera e l'approvazione di lui, perché ciò che si fa senza il permesso del padre spirituale sarà attribuito a presunzione e vanagloria, non a merito.
Il fratello che viene inviato fuori per qualche incarico e spera di ritornare in monastero quel giorno stesso, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualcuno; salvo il caso che ne abbia ricevuto il permesso dall'abate. 'Se agirà diversamente sia scomunicato.
Appena dunque viene annunziato un ospite, il superiore o qualche fratello gli vadano incontro con tutte le premure della carità; per prima cosa preghino insieme e così si scambino l'abbraccio di pace. Questo bacio di pace non si offra se non dopo che si é pregato, per evitare gli inganni del demonio.
Il superiore, a motivo degli ospiti, interrompa pure il digiuno, a meno che non sia un giorno di digiuno particolare, che non possa essere violato; li fratelli invece proseguano i digiuni consueti.
L'abate versi l'acqua sulle mani degli ospiti; lui poi e tutta la comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti
Capitolo 49 - Quaresima
Chi non é mai stato sopraffatto dal gaudio di soprannaturale desiderio? Uno slogan alternativo al "il piacere é l'attesa stessa del piacere"Quello però che ciascuno vuole offrire, lo sottoponga umilmente all'abate e poi lo compia con la preghiera e l'approvazione di lui, perché ciò che si fa senza il permesso del padre spirituale sarà attribuito a presunzione e vanagloria, non a merito.
Capitolo 51 - I fratelli che non vanno molto lontano
Anche in fatto di relazione di interesse San benedetto non scherza.Capitolo 53 - Come si ricevono gli ospiti
Basta pregare assieme e poi per l'ospite il peggio é fatto.Il superiore, a motivo degli ospiti, interrompa pure il digiuno, a meno che non sia un giorno di digiuno particolare, che non possa essere violato; li fratelli invece proseguano i digiuni consueti.
L'abate versi l'acqua sulle mani degli ospiti; lui poi e tutta la comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti
Capitolo 58 - Norme per l’accettazione dei fratelli
Degno di nota il processo inerente il vestito con cui si presenta l'aspirante monaco, ricorda i regimi matrimoniali, ok l'amore eterno, ma prevediamo comunque una soluzione se questo non dovesse avvenireAllora quel fratello novizio si prostri ai piedi di tutti, perché preghino per lui e da quel giorno sia ormai considerato membro della comunità. Se ha dei beni, o li dispensi prima ai poveri o li ceda al monastero con una solenne donazione, non riservando per sé nulla di tutto quello che ha, poiché sa che da quel giorno non sarà più padrone neppure del proprio corpo. Subito quindi, in coro, sia spogliato degli abiti che indossa e rivestito di quelli del monastero. Le vesti però delle quali viene spogliato siano conservate nel guardaroba, di modo che se un giorno acconsentisse, il che non sia mai, a uscire dal monastero, cedendo all'istigazione del diavolo, lo si mandi via senza gli abiti del monastero.
I giovani onorino dunque gli anziani; gli anziani amino i più giovani.
Dovunque i fratelli si incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; quando un anziano passa, il più giovane si alzi e gli offra da sedere, né il più giovane osi sedersi di nuovo, se l'anziano non glielo ordini,
Capitolo 63 - L’ordine della comunità
Altro classico evergreen. Sul bus il giovane si deve alzare e lasciare il posto all'anziano. Vecchie abitudini non sempre scontate. Un pollice su per il capitolo 63Dovunque i fratelli si incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; quando un anziano passa, il più giovane si alzi e gli offra da sedere, né il più giovane osi sedersi di nuovo, se l'anziano non glielo ordini,
Capitolo 68 - Se ad un fratello vengono comandate cose impossibili
Se eventualmente ad un fratello venisse ordinato qualche cosa di gravoso o addirittura di impossibile, accolga ugualmente il comando del superiore con tutta mansuetudine e spirito di obbedienza. Se poi si rende conto che il peso di quell'incarico supera proprio la misura delle sue forze, con animo tranquillo e al momento opportuno faccia presenti al superiore le ragioni della sua impossibilità, senza atteggiamento di superbia, di resistenza o di contraddizione. Ma se anche dopo tale umile esposizione l'ordine del superiore resterà immutato, il fratello sappia che è bene per lui fare in quel modo fe, spinto dalla carità, fiducioso nell'aiuto di Dio, obbedisca.In sostanza: se ti viene chiesto qualcosa di impossibile tu fallo ugualmente




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