Una domanda lecita, più che lecita. Sembra incredibile che questa costola di svizzera, dalla cultura e lingua completamnete diversa dal resto di Svizzera non sia andata a congiungersi con quella che da un occhio esterno sarebbe la soluzione più logica: l'Italia.
Niente derby Svizzera- Italia, niente frontalieri, niente corsa alla spesa, sarebbe tutto completamente stravolto. Ma come mai questo non é successo?
Svizzeri da 500 anniBisogna rispondere a tale domanda con una risposta che sia interpretazione e coscienza della storia. Cioè di quelle ragioni durevoli che si fissano nel cuore e nello spirito, per costituire un modo di pensare, una ragion d'essere, l'anima elvetica.
Ci sono fatti che tutti conoscono: il Ticino fu conquistato dagli Svizzeri, per assicurarsi la strada del S. Gottardo, tra il 1500 e il 1513; la Leventina, già agli inizi del '400.

L'assedio a Bellinzona da parte dei Confederati agli inizi del dicembre del 1478, poco prima della battaglia di Giornico; illustrazione della Luzerner Chronik (1513) di Diebold Schilling (Zentral- und Hochschulbibliothek Luzern, Sondersammlung, Eigentum Korporation Luzern).
L'attuale Cantone non esisteva come unità politica e neppure godeva di libertà: gli Svizzeri lo ordinarono in otto baliaggi, corrispondenti agli attuali Distretti; ogni baliaggio era governato da un Capitano o Landfogto proveniente dai Cantoni sovrani, i quali ultimi inviavano ogni anno nel baliaggio i loro Sindacatori Ispettori, che controllavano l'operato del Landfogto e decidevano di cause in appello o di taluni crimini riservati al loro giudizio.
Arriva Napoleone
A Lugano esisteva, alla fine del secolo XVIII, un Corpo di Volontari, di sentimenti elvetici. Negli stessi anni, violenti e profondi sconvolgimenti si avveravano nella vicina Lombardia: il Generale Bonaparte la invadeva per ordine del Direttorio di Francia, ne cacciava gli Austriaci, la costituiva in Repubblica Cisalpina.

Repubblica Cisalpina 1799
Nella notte dal 14 al 15 febbraio del 1798, una spedizione di bande armate, partita da Campione, approdava alla foce del Cassarate, in Lugano, si dirigeva sollecitamente verso il centro della cittadina, per arrestarvi i rappresentanti dei Cantoni elvetici. A questa prima operazione sarebbe seguito il disarmo dei Volontari; indi, la proclamazione della libertà e l'annessione alla Repubblica Cisalpina.
I Volontari, allarmati, si gettano al contrattacco: dopo una breve mischia sotto i Portici di Piazza Maggiore, i Cisalpini vengono ricacciati sulle loro barche e respinti.

Sulla Piazza di Lugano i Volontari drizzano l'albero della libertà, sormontato dal cappello di Tell. Con questo simbolo i Luganesi proclamano di voler essere liberi — dopo il secolare periodo di sudditanza agli Svizzeri — ma di voler egualmente restare con la patria elvetica.

L’albero della libertà con il cappello di Tell in Piazza Grande a Lugano, 1799. Penna e inchiostro di Rocco Torricelli. Collezione Città di Lugano
In poco tempo, con le armi e con la parola, la decisione di Lugano si estese al resto del Ticino; uno dopo l'altro, i baliaggi si proclamarono liberi e lealmente svizzeri. Con un atto di volontà, il Ticino chiari il proprio avvenire e segnò la propria sorte.
Questi, i fatti che tutti conoscono.
La legittima domanda
Ma perché? Che cosa agì, nel cuore dei nostri padri, per indurli a una simile determinazione? Ecco la questione più profonda e più importante. Non basta, infatti, conoscere gli avvenimenti; bisogna rendersi conto delle ragioni morali, storiche, psicologiche che agiscono sugli uomini e che li spingono in una direzione piuttosto che in un'altra. Questo è ciò che si dice acquistare coscienza della storia, vedere la storia nelle sue radici, che sono le volontà degli uomini; scandagliare, sotto la superficie, quei sentimenti che già allora formavano l'anima elvetica dei ticinesi, e che mirabilmente si sono poi avvalorati nel secolo scorso e nel nostro.A uno straniero che voglia giudicare a fil di logica, la determinazione dei Luganesi del 1798 può non apparire evidente.
« Ma come? — potrebbe dire — il Ticino era suddito degli Svizzeri, stava sotto la dominazione di gente d'altra stirpe e d'altra lingua... Ebbene, giungono i Cisalpini; sono della vostra razza, parlano la vostra lingua, perfino il vostro dialetto. Vi offrono (dono impensato!) di unirvi alla loro Repubblica libera. La libertà, a voi che eravate sudditi. lo, straniero, immaginerei che li aveste accolti a braccia aperte... Invece no; invece, li accoglieste a fucilate e, pur proclamando la vostra indigena libertà, decideste di rimanere con i padroni di un tempo. Francamente non comprendo...».
Eppure, fu logica anche la decisione dei padri; profondamente svizzera. Non basta l'eguaglianza di stirpe, di lingua, di dialetto a dare la comunanza di sentimenti, la sicurezza dell'avvenire, l'orgoglio della patria. La Svizzera d'oggi abbraccia tre stirpi, quattro parlate; ma al di sopra sta un'idea morale, comune a tutte. Nazione politica, animata dalla volontà di stare uniti, dalla simpatia, dalla coscienza individuale e collettiva di rappresentare una storia, un diritto, una fede. Si rivedano le ragioni per cui i Leventinesi del '400 accolsero gli Svizzeri.
E così nel 1798, nel momento in cui si doveva decidere il nostro avvenire. I Luganesi misero tutto sulla bilancia:
- 1° Andare con i Cisalpini voleva dire unirsi a una vasta ma informe Repubblica che aveva due anni di vita; restare con gli Svizzeri voleva dire rimanere con uno Stato di oltre cinque secoli, glorioso per imprese militari e per sicurezza di politica.
- 2° La « libertà » che i Cisalpini offrivano era almeno una libertà indigena, italiana, lombarda? Era la libertà comunale, come nel Medio Evo? No, era una libertà controllata dalla Francia della Rivoluzione, cioè dal giacobinismo.
- 3° Giacobinismo-irreligiosità-negazione di quei valori morali e religiosi nei quali l'anima del Ticino aveva fede. I principi della Rivoluzione non erano nè latini nè cattolici: venivano dalla Francia dall'Olanda e dall' Inghilterra, cioè da una filosofia nordica e luterana.
- 4° A Milano, i « portatori della libertà », Bonaparte e compagni, avevano compiuto ogni sorta di soprusi e di spoliazioni; una delle prime decisioni del Generale vittorioso era stata quella di trasferire in Francia il Banco di St. Ambrogio, con i risparmi dei milanesi; i quali dicevano amaramente: « Liberté-Egalité-Fraternité... i Frances i và in carrozza e nun a pee ». Leggete il Porta, se volete una conferma, leggete il Parini... E perciò comprensibile il timore dei Luganesi, di diventare a loro volta una provincia di saccheggio.
- 5° Il regime dei baliaggi non era stato, in complesso, per il Ticino, un regime d'infamia. Non fu l'ideale certamente, ma non fu nemmeno, e malgrado il martirio dei Leventinesi nel 1755, uno stato di licenza e di terrore. Basta confrontare, per convincersene, la vita dei baliaggi ticinesi con quella della vicina Lombardia sotto la Spagna del '600 (occhio ai Promessi Sposi/) o sotto l'Austria.
Culturalmente, possedeva quattro scuole umanistiche a Mendrisio, Lugano, Ascona, Pollegio, di cui qualcuna - Lugano - salita in grande reputazione.
Economicamente, organizzava ogni anno la Fiera di Lugano, istituita dagli Svizzeri nel 1513, che offriva un'occasione periodica di attività e dava incremento agli scambi tra il mondo meridionale e il settentrionale.
Rocco Torricelli, Veduta de Contorni di Lugano dove si fa la fiera,
inchiostro e acquarello su carta, 1799
Finalmente - ed è la cosa più importante - i Confederati che governavano gli otto baliaggi si conformavano quasi dappertutto agli Statuti locali, cioè ai codici che le popolazioni nostre avevano approvato libera-mente, in Assemblee di popolo. Bisogna rileggere i vecchi Statuti! sono commoventi per il loro spirito di giustizia e di equità. Scritti con grafie impacciose e rozze, essi racchiudono nondimeno nelle loro pagine molto buon senso, le più antiche consuetudini e tradizioni della nostra terra (risalenti ai Comuni medievali, alle vicinanze, ai patti e agli statuti del secolo XIII°) e un profondo concetto dei diritti e dei doveri. Tutte le nostre valli alpine, per esempio, ebbero i loro statuti.
Di fronte a un passato come questo e a condizioni che, se non erano di libertà, non erano però neppure di oppressione e di tirànnide, i Ticinesi del 1798 non sentirono il bisogno di cambiare. « Non si deve giudicare — ci avverte il Janner — il regime dei landfogti alla stregua delle concezioni di libertà, sorte qualche secolo dopo... Tre secoli di convivenza crearono un legame, un'amicizia, come sempre avviene fra padroni e soggetti quando il modo di trattare è onesto, leale e non ignora il senso della propria e dell'altrui dignità.
Che i padroni, poi, fossero repubblicani e democratici, molto favori questa reciproca comprensione ».
Sentite confusamente come aspirazioni o chiarite all'intelletto come ragionamenti, queste sono le spiegazioni di un atto di volontà. La volontà, nel momento in cui il Ticino dovette decidere, di restare con la Svizzera.
Si potrebbe riassumere con F. Chiesa: « Malvolontieri, e solo per necessità, ci separiamo da colui che è venuto a lungo onestamente camminando con noi per la medesima strada... Naturalmente, questa disposizione cordiale si fa più calda se alle ragioni meccaniche della vicinanza e dell'abitudine s'aggiungono quelle ben più energiche della riconoscenza. Essere svizzeri voleva dire essere liberi... Essere svizzeri voleva dire possibilità di reggersi mediante leggi conformi alle tradizioni ed ai bisogni paesani... di conservare alla nostra vita pubblica una fisionomia più nativamente paesana, di rimanere fedeli, direi quasi, al nostro modesto e rustico, ma infinitamente caro genius loci ». Si spiega quest'ultima preoccupazione col « timore di non esser più noi, più così noi, qualora da minuscolo Stato sovrano diventassimo semplice provincia. Una specie di non trista avarizia ci lega alle cose nostre; una non so quale tenace passione ci trattiene entro i limiti del nostro piccolo mondo...».
Gioverà appena osservare, concludendo, che il genius loci di cui è cenno più sopra e che determinò gli avveni-menti del 1798-99 (così come quelli posteriori del 1848) si venne formando e manifestando, sempre e per chiari segni più attivamente, nella comunanza secolare della vita svizzera, cioè all'ombra di un genio più alto: quello del San Gottardo ».
La Repubblica Elvetica
Nell’estate del 1798, l’intervento militare francese trasformò l’ex Confederazione in uno Stato unitario centralizzato sul modello francese. I generali francesi volevano unire gli ex Paesi soggetti delle Alpi meridionali in un unico Cantone, ma non ci riuscirono. Due Cantoni, Lugano e Bellinzona, furono creati in fretta e furia a seguito di profonde differenze locali e di forti richieste di autonomia.
Atto di mediazione
La Repubblica Elvetica scomparve quasi subito, dissolta dall’Atto di mediazione del 1803. Napoleone istituì la Confederazione Elvetica, che d’allora in poi fu concepita come uno Stato federale. Questa riorganizzazione vide, tra l’altro, la creazione del Canton Ticino, un piccolo Stato sovrano che comprendeva gli otto ex baliaggi.
Durante le guerre d’indipendenza italiane del 1848 e del 1859, diverse migliaia di combattenti che volevano liberare la Lombardia dalla dominazione straniera austriaca trovarono rifugio in Ticino. Anche molti ticinesi parteciparono a queste lotte. Quando Milano fu liberata dalla dominazione austriaca dopo la battaglia di Solferino nel 1859, il desiderio di unificazione nazionale si diffuse nell’Italia settentrionale e queste rivendicazioni trovarono ampia eco anche nel Cantone italofono. Disturbato da queste richieste e dalla simpatia talvolta molto pronunciata della popolazione ticinese per l’unificazione italiana, il Consiglio federale pose ai ticinesi la fatidica domanda: volevate davvero rimanere svizzeri?
Furioso, il governo ticinese inviò a Berna una lettera graffiante, negando con veemenza qualsiasi mancanza di fedeltà alla Confederazione. E per dimostrare ulteriormente il suo attaccamento alla Svizzera, ricordò al Consiglio federale gli eventi del 15 febbraio 1798, il cappello di Tell sull’albero della libertà, lo slogan “liberi e svizzeri” e il rifiuto della Repubblica Cisalpina: tutte prove inconfutabili dell’appartenenza del Ticino alla Svizzera
La Repubblica Elvetica scomparve quasi subito, dissolta dall’Atto di mediazione del 1803. Napoleone istituì la Confederazione Elvetica, che d’allora in poi fu concepita come uno Stato federale. Questa riorganizzazione vide, tra l’altro, la creazione del Canton Ticino, un piccolo Stato sovrano che comprendeva gli otto ex baliaggi.

Gli stemmi degli otto distretti del Canton Ticino, fondato nel 1803.
Museo nazionale svizzero

Cartina della Repubblica Elvetica e dei suoi cantoni nel 1799. All’epoca, il territorio dell’attuale Canton Ticino era diviso nei due cantoni di Bellinzona (giallo) e Lugano (blu) Zentralbibliothek Zurigo
Il vortice del Risorgimento
Ciò non significò però automaticamente pace e tranquillità per il Ticino. A partire dal 1848, il movimento di unificazione italiano, guidato dal Regno di Sardegna-Piemonte e da Giuseppe Garibaldi, ebbe un forte impatto sul Cantone a sud delle Alpi, la cui appartenenza alla Svizzera fu messa in discussione da ogni parte.Durante le guerre d’indipendenza italiane del 1848 e del 1859, diverse migliaia di combattenti che volevano liberare la Lombardia dalla dominazione straniera austriaca trovarono rifugio in Ticino. Anche molti ticinesi parteciparono a queste lotte. Quando Milano fu liberata dalla dominazione austriaca dopo la battaglia di Solferino nel 1859, il desiderio di unificazione nazionale si diffuse nell’Italia settentrionale e queste rivendicazioni trovarono ampia eco anche nel Cantone italofono. Disturbato da queste richieste e dalla simpatia talvolta molto pronunciata della popolazione ticinese per l’unificazione italiana, il Consiglio federale pose ai ticinesi la fatidica domanda: volevate davvero rimanere svizzeri?
Furioso, il governo ticinese inviò a Berna una lettera graffiante, negando con veemenza qualsiasi mancanza di fedeltà alla Confederazione. E per dimostrare ulteriormente il suo attaccamento alla Svizzera, ricordò al Consiglio federale gli eventi del 15 febbraio 1798, il cappello di Tell sull’albero della libertà, lo slogan “liberi e svizzeri” e il rifiuto della Repubblica Cisalpina: tutte prove inconfutabili dell’appartenenza del Ticino alla Svizzera

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