Da Marignano 1515 al 1798 dalle nostri latitudini si visse in relativa tranquillità, o questo almeno é l'impressione osservando quegli stati che ci circondano e che sono stati negli stessi secoli al centro di guerre e tribolamenti vari. Ma era poi veramente tutto rose e fiori quello che avveniva nelle nostre vallate?
Chi erano questi personaggi che le leggi e le consuetudini confederali investivano di poteri assoluti nei confronti dei sudditi ticinesi?
Alcune città ticinesi avevano ottenuto delle carte dei diritti sociali, ma ogniqualvolta sorgeva una questione con il landfogto era consuetudine inviare una delegazione oltralpe a chiedere spiegazione cercando di ottenere, negoziando, il rispetto di quanto avrebbe già dovuto essere sancito dalla carta.
Un imputato poteva trovarsi assolto dalla precedente condanna derivante da un gravissimo reato e l'accusatore "vittima" vedere ribaltato il ruolo iniziale, e quando la situazione non era tra le peggiori capitava che uscisse dall'aula del tribunale con addosso accuse infamanti. In ogni caso, chi ricorreva all'opera del tribunale finiva con il pagare al landfogto le tariffe del caso.
Ogni baliaggio aveva le sue tariffe, e il landfogto era il maggior beneficiario di quanto il colpevole era chiamato a pagare. Alcune briciole, pochissime, erano di pertinenza dei consiglieri del tribunale, solitamente cittadini ticinesi, ai quali non sembrava vero di poter partecipare alla festa cui il landfogto era quotidianamente abituato. Intorno a questo meraviglioso albero della cuccagna giravano anche gli azzeccagarbugli ticinesi in misura notevole: alla fine del '700 Locarno contava ben 33 legulei (avvocato di mezza tacca) mentre Lugano ne aveva "soltanto" ventiquattro.
Nonostante l'evidenza dei fatti vi era chi, membro della Dieta confederale, giudicava il Ticino "una magra fonte di lucro finanziario", anche se il barone U. V. de Roll del Canton Soletta, governatore di Lugano, ebbe a confidare al celebre amico Casanova "...che la sua carica era molto lucrativa per cui era assai dolente che durasse solo due anni"
Quando dovevano situarsi nel mondo, evitavano spesso il riferimento allo "Stato elvetico" o "Stato dei Svizzeri", poiché l'insieme era visto come qualcosa di estraneo, lontano. Erano definiti italiani quando lavoravano a nord delle Alpi, lombardi se a Venezia, Firenze o Roma. Le maestranze d'arte luganesi in Piemonte preferivano l'indicazione "Stato di Lugano" Altri sceglievano il nome della giurisdizione ecclesiastica (pieve e diocesi) oppure il termine Italia, nel senso di regione dove si trova il villaggio o il borgo, come in queste citazioni tratte dai carteggi di mastri costruttori sparsi in Europa:
In Leventina quello urano della Leventina, che prestava giuramento a Faido dinnanzi agli uomini della valle, restava in carica più a lungo (tre, poi quattro anni).
A Locarno il landfogto prestava giuramento nella chiesa di San Francesco, dove si riunivano le assemblee dei nobili e dei borghesi, accompagnato da «una guardia del corpo, generalmente un suo conterraneo, il quale non si allontana mai ed è sempre al suo fianco, armato di alabarda e spada»

Casa dei Landfogti Lottigna
Il periodo che va dal 1521 al 1798 è conosciuto nel Canton Ticino con il nome di Signoria svizzera. Questo angolo di terra lombarda, strappato dalla Confederazione ai suoi antichi riferimenti naturali, subì per anni la volontà e i capricci di governatori provenienti dai cantoni d'oltralpe: i vogt, o landvogt. Il loro nome di origine venne adattato nel dialetto Ticinese, che è poi il lombardo, in fogti o landfogti per via della pronuncia dell'iniziale vu in effe e addolcendo la pronuncia con l'aggiunta di una vocale finale.
Non è compito facile pronunciare giudizi generali sul grande numero di persone che hanno svolto questo incarico poichè ciascuno di loro era dotato di qualità e personalità proprie, ma non si può parlare del Canton Ticino senza spiegare chi dominava la scena in quel periodo.
Non è compito facile pronunciare giudizi generali sul grande numero di persone che hanno svolto questo incarico poichè ciascuno di loro era dotato di qualità e personalità proprie, ma non si può parlare del Canton Ticino senza spiegare chi dominava la scena in quel periodo.
Chi erano questi personaggi che le leggi e le consuetudini confederali investivano di poteri assoluti nei confronti dei sudditi ticinesi?
Paternalisti e pittoreschi, quasi mai all'altezza del compito affidato loro, a volte dotati di umanità a volte meno; sempre comunque tesi a ottenere il massimo dei vantaggi personali durante il breve periodo (non più di due anni) nel quale erano investiti del mandato di signore del baliaggio.
Il landfogto di Lugano Jost Remi Traxler, nidwaldese,
in un ritratto che lo nobilita nonostante le critiche ricevute per il suo operato.
Terminato il turno, appena iniziavano a capire il funzionamento dei rapporti sociali interni al baliaggio se ne tornavano nei loro cantoni di origine. Nella maggioranza dei casi i signori del baliaggio parlavano solamente la loro lingua e ignoravano usi e costumi ticinesi.
Per svolgere il compito istituzionale assunto si attorniavano di alcuni vice e un codazzo di personaggi con il compito di curare l'aspetto burocratico derivante dall'incarico; tutto il gruppo impiegatizio e dirigenziale era rigorosamente di origine oltramontana.
Un quasi podestà lombardo
Il Ticino della Signoria svizzera era suddiviso in otto territori o, come si diceva allora, baliaggi. Erano quindi otto le squadre che periodicamente si alternavano, guidate ciascuna da un signore. Per trovare un accostamento a una figura storica nota ai lombardi, si deve risalire all'epoca comunale dei podestà. Ciò che differenziava le due figure consisteva nel fatto che in Lombardia era il partito dominante (guelfo o ghibellino) di un comune italiano a invitare il cittadino di un'altra città amica a svolgere il ruolo di podestà, mentre i baliaggi del Canton Ticino dovevano accogliere, facendo buon viso, il signore che veniva inviato dai cantoni sovrani.
Alcune città ticinesi avevano ottenuto delle carte dei diritti sociali, ma ogniqualvolta sorgeva una questione con il landfogto era consuetudine inviare una delegazione oltralpe a chiedere spiegazione cercando di ottenere, negoziando, il rispetto di quanto avrebbe già dovuto essere sancito dalla carta.
Come diventare Landfogto
I cantoni sovrani potevano avere ordinamenti istituzionali assai differenziati e si spartivano a turno le nomine di chi avrebbe assunto l'onere e l'onore di governare il baliaggio.Nei cantoni a regime popolare la carica di landfogto dei baliaggi veniva assegnata mediante gara d'appalto. Insomma, vinceva chi sborsava più denari. Era logico che il landfogto vincitore dell'appalto cercasse, nel primo anno di carica, di recuperare il denaro "sborsato" per dedicare la seconda parte del mandato a raggranellare quanto gli bastava per far vivere di agi se stesso, la famiglia e chi lo aveva aiutato a portare a termine il suo impegno amministrativo.
Le tariffe minime che gli aspiranti governatori dei baliaggi dovevano pagare per risultare vincitori variavano da cantone a cantone: entrate certe per il cantone cui spettava l'incarico di indire l'appalto e ricchezza assicurata per il landfogto che assumeva l'incarico. Il signore del baliaggio riceveva uno Stipendio minimo, insufficiente a soddisfare persino le aspettative del più modesto dei governatori. Era giocoforza necessario che egli ricercasse strumenti utili a realizzare appieno gli obbiettivi per i quali si era candidato. L'aspetto morale circa l'assegnazione delle cariche è sempre stato lontano dalle coscienze dei landfogti almeno quanto lo era la verità dal giuramento solenne che dovevano pronunciare di "...non aver comperato la carica con denaro". Alla fine, dopo che l'indignazione popolare nei confronti di questa presa in giro istituzionale raggiunse un alto livello di pericolosità sociale, si dovette rinunciare al giuramento. La gente sapeva che il landfogto, in qualche modo, doveva essere assecondato.
I guadagni dei Landfogti

L'ottantaduenne Hans Bernard Falkeisen, l'ultimo landfogto di Mendrisio (1796-1798).
La gestione della giustizia era tra le maggiori fonti di entrata dei governatori.
Le sentenze di processi passati in giudicato potevano essere rivedute e corrette, anche anni dopo la sentenza; i processi per gravi delitti venivano trasformati in procedimenti dove, al massimo, era prevista una multa, vero obiettivo di ogni azione giudiziaria; infine si provvedeva a rendere più magre quelle multe che il giudice del tribunale non poteva evitare di comminare. Il tutto dietro pagamento di forti compensi destinati al governatore, il quale incassava con grande gioia dell'animo e della saccoccia propria.
Un imputato poteva trovarsi assolto dalla precedente condanna derivante da un gravissimo reato e l'accusatore "vittima" vedere ribaltato il ruolo iniziale, e quando la situazione non era tra le peggiori capitava che uscisse dall'aula del tribunale con addosso accuse infamanti. In ogni caso, chi ricorreva all'opera del tribunale finiva con il pagare al landfogto le tariffe del caso.
Ma questo plenipotenziario pro tempore non si limitava a incassare dal privato. Tra le sue maggiori fonti d'entrata vi era anche la sottrazione di parte delle multe che il privato era chiamato a versare al fisco. Per non parlare dei salvacondotti che venivano rilasciati dal landfogto a quei cittadini colpevoli dei più aberranti omicidi, cui si concedeva sottobanco la possibilità di rifugiarsi all'estero dietro pagamento di ingenti somme di denaro.
Il seguito della questione veniva ammorbidito dal signore del baliaggio con un aggiustamento ad hoc che rendeva libero il colpevole e ben retribuito il landfogto. E non si pensi che di questi casi ve ne fossero solo alcuni;
a volte venivano confezionate ad arte le condizioni per fare in modo che il delitto commesso fosse atroce agli occhi del giudice, così che la dipendenza del reo fosse totale e riposta nelle mani del clementissimo signore del baliaggio. Tutto era sottoposto all'accertamento di quanto il colpevole era in grado di pagare.
Anche il tariffario giudiziario presentava degli aspetti di grande curiosità. In Canton Ticino il dare dello stupido a un altro cittadino costava solamente due quattrini all'offensore, mentre per l'adultero la multa variava a seconda del numero di volte in cui si commetteva il reato; ferire un nobile costava quattro volte in più che fare del male a un normale contadino.Ogni baliaggio aveva le sue tariffe, e il landfogto era il maggior beneficiario di quanto il colpevole era chiamato a pagare. Alcune briciole, pochissime, erano di pertinenza dei consiglieri del tribunale, solitamente cittadini ticinesi, ai quali non sembrava vero di poter partecipare alla festa cui il landfogto era quotidianamente abituato. Intorno a questo meraviglioso albero della cuccagna giravano anche gli azzeccagarbugli ticinesi in misura notevole: alla fine del '700 Locarno contava ben 33 legulei (avvocato di mezza tacca) mentre Lugano ne aveva "soltanto" ventiquattro.
A dire il vero, la nomea di governatore sanguisuga spettava ai cantoni rurali poiché in quelli cittadini (Berna, Zurigo, Lucerna, Basilea, Soletta, Friburgo e Sciaffusa) la vendita delle cariche al miglior offerente era ufficialmente proibita e chi veniva chiamato a ricoprire quel ruolo avrebbe dovuto portare a termine il mandato con nobile spirito di servizio.
Casa dei Landfogti a Lottigna
I landfogti dei baliaggi ticinesi avevano cura della loro immagine e amavano apparire come i salvatori della patria, tanto che non badavano a spese pur di lasciare un segno positivo del loro passaggio terreno a sud delle Alpi.
Persino l'insigne poeta lombardo Giuseppe Parini venne ingaggiato da un "adoratore" del landfogto Wirz, tale G.B. Galli, il quale volle ritagliargli su misura un'ode senza che il poeta ne conoscesse il destinatario.
Nonostante l'evidenza dei fatti vi era chi, membro della Dieta confederale, giudicava il Ticino "una magra fonte di lucro finanziario", anche se il barone U. V. de Roll del Canton Soletta, governatore di Lugano, ebbe a confidare al celebre amico Casanova "...che la sua carica era molto lucrativa per cui era assai dolente che durasse solo due anni"
La patria
Lo stuccatore Francesco Andreazzi di Tremona, nella lettera scritta da Pavia il 24 febbraio 1769, comunica ai suoi cari che «le mie occupazioni non lo permettono di portarmi alla Patria», cioè di far ritorno a casa. La parola patria (e i derivati patrioto, patriotti per menzionare i conterranei) - che ricorre nelle lettere degli emigranti - era sinonimo di villaggio natale o tutt'al più del limitato spazio geografico che includeva il proprio comune. Non indicava come oggi la patria nazionale, poiché gli abitanti non si sentivano né uniti in una stessa patria, né appartenenti alla Lega dei cantoni svizzeri.
Quando dovevano situarsi nel mondo, evitavano spesso il riferimento allo "Stato elvetico" o "Stato dei Svizzeri", poiché l'insieme era visto come qualcosa di estraneo, lontano. Erano definiti italiani quando lavoravano a nord delle Alpi, lombardi se a Venezia, Firenze o Roma. Le maestranze d'arte luganesi in Piemonte preferivano l'indicazione "Stato di Lugano" Altri sceglievano il nome della giurisdizione ecclesiastica (pieve e diocesi) oppure il termine Italia, nel senso di regione dove si trova il villaggio o il borgo, come in queste citazioni tratte dai carteggi di mastri costruttori sparsi in Europa:
H. J. Oeri - F. Hegi, Tumulto al Castello, 1549.
La scena si riferisce al tentato arresto del frate predicatore Giovanni Beccaria, in occasione di una disputa fra esponenti cattolici e protestanti, ordinata dal landfogto Nicolaus von Wirz (a Locarno negli anni 1548-1550). Il salone del castello dove ebbe luogo l'incontro è stipato di popolo, preti e frati. In primo piano il landfogto e due lanzichenecchi.
A Locarno il landfogto prestava giuramento nella chiesa di San Francesco, dove si riunivano le assemblee dei nobili e dei borghesi, accompagnato da «una guardia del corpo, generalmente un suo conterraneo, il quale non si allontana mai ed è sempre al suo fianco, armato di alabarda e spada»
Il bodyguard di quei tempi. Manco fosse un capo di Stato!
Quale era il giudizio su questi governatori? Leggiamo le parole nella cronaca di un contemporaneo, il prevosto di Mendrisio Guido M. Torriani"
L'anno 1546 sotto il governo del signor Nicola von Wyl di Lucerna, homo di bona giustizia, sotto il quale io prete Guido sudetto diventai prevosto di questa prepositura [..].
L'anno 1547 venne per landvogt Enrico Troger di Altdorf, uomo crudele e tiranno; acquistò poco onore, uomo iracondo di vita, e collerico come bestia.
L'anno 1555 venne per landvogt messer Andrea Freuler di Glarona [...] homo di poco giudizio, tirando danario, senza scienza, homo corporale.
L'anno 1557 venne per landvogt il sign. Jacopo Heptenring di Basilea, uomo dotto, di buona giustizia, timorato del timor di Dio, senza timor del mondo, si partì con grande amor di tutti.
Non sappiamo quanto questi giudizi soggettivi fossero condivisi dai sudditi. Dagli atti ufficiali emergono casi di soprusi e tirannie, inettitudine e malgoverno, corruzione e rapacità, come nel caso di quel balivo di Sciaffusa che in un solo anno appioppò multe ai valmaggesi per circa 70.000 scudi (quando il salario annuale di un cancelliere ammontava a 62 scudi).
Vi furono anche coloro che agirono nell'interesse della comunità. Nel 1776 il balivo friborghese elabora dei progetti per la creazione di un ospedale e di una scuola a Mendrisio.
Il landfogto, che in generale non conosceva l'italiano e i costumi locali, era assistito da un "magnifico officio" o camera che comprendeva il proprio luogotenente, suo sostituto e consigliere. Le scritture erano affidate al landscriba (scriba) o cancelliere - che sapeva il tedesco e il latino - potendo così fungere da interprete. Un fiscale gestiva l'esecuzione delle confische e le finanze del tribunale, comprese riscossione di multe e tasse di giustizia: a Locarno sosteneva l'accusa nei processi penali.
Nel 1590 un ladruncolo di spiccioli in alcune chiese è condannato a morte e alla confisca dei pochi averi.
Caterina di Caneggio, autrice di vari furti, è assolta dopo pagamento di una multa.
Grazie a un accordo è prosciolto nel 1604 un maggiorente autore di violenza sessuale verso la serva.
Fare i conti o saldare il debito con la giustizia, espressioni che oggi si usano in senso figurato, erano da intendere letteralmente, in un'altalena di severità e mitezza.
Il landfogto in primis è un giudice. Nella funzione - con il bastone di comando in mano - è assistito dal cancelliere e da altri ufficiali. I suoi compiti vanno dal giudizio civile a quello penale e nei casi più complessi può chiedere consiglio ai colleghi o ai superiori. Le questioni urgenti per i baliaggi inferiori sono affidate a un direttorio formato da Lucerna, Uri e Zurigo, detti cantoni provvisionali.
La giustizia, come dappertutto a quei tempi, è terribile e feroce. Le condanne sono a discrezione dei giudici, inclini al compromesso anche finanziario. Rimanendo in carica un biennio, i landfogti spesso recuperano le somme pagate per ottenere l'incarico. Buona parte della loro retribuzione e quella degli ufficiali deriva dalle confische, balzelli vari, multe e sportule. Da pagarsi a pronti contanti, come prescrive nel 1791 il tariffario di Brissago. Gli accordi, che salvano dal peggio l'imputato, permettono al balivo, ai suoi collaboratori e a una piccola schiera di procuratori e notai di guadagnare sulla litigiosità o criminalità dei sudditi e sui garbugli delle leggi. La «fabbrica ordinaria di processi» - come evidenziò il Bonstetten - rappresenta una fonte di reddito non trascurabile
bastonate nelle gambe
bastonate con l'apertura dell'osso
percosso con pugni e con effusione di sangue vicino ad un occhio.
In ogni baliaggio si affiggeva sulla casa del landfogto la scala dettagliata delle multe, previste già dagli antichi statuti, come quelli di Locarno del 1588:
«Chi batte l'altro con bastoni, sassi, arme o simili senza effusione di sangue, paghi lire sei, con sangue lire dieci, e se ciò farà in giorno di mercato, sarà doppia la pena». Con un maggiore concorso di gente aumentano le probabilità di scontri, non solo verbali. Poi bisogna risarcire il danneggiato: «Chi ferisce o batte un altro, è obbligato pagarli spese e danni»
Attribuisce la sottrazione del bue, macellato il giorno seguente il misfatto, al fratello Cesare e a un contadino di nome Giacomo. Le udienze continuano con l'interrogatorio di Cesare che, sollevato a sua volta con la carrucola, accusa il fratello Badino anche d'aver rubato panni, una tovaglia, un lenzuolo, una veste, un grembiule, due archibugi.
Entrambi i fratelli sono riconosciuti colpevoli, Il 16 gennaio 1588 il tribunale del maleficio sentenzia che Badino «sia condotto al logo della giustizia... sia per il collo appiccato alle forche talmente che mora per castigo de suoi misfatti, et per essempio d'altri di non commettere tal cose».
Al fratello Cesare, «ladro publico, ma non però de tanti furti come il detto Badino», il verdetto stabilisce che gli «sia per il M.ro di Giustizia tagliata e troncata la testa per talmente che mora per gastigo de suoi delitti». A loro sono sequestrati tutti i beni
La pena inflitta a Cesare è tuttavia annullata poiché riesce a dimostrare che nella notte incriminata si trovava a casa di un amico. Trascorre un mese, sorpreso a rubare, il balivo lo costringe a remare in perpetuo sulle navi della flotta veneziana. Di fatto una condanna a morte diluita nel tempo. Diciassette anni più tardi, nel gennaio 1605, il landfogto Walter di Basilea lo richiama concedendogli la grazia, poiché il derubato gli ha accordato la "pace" a seguito della promessa di risarcimento con 18 ducati"
Con i furti di bestiame - e in genere la sottrazione di beni personali che costituiva un grave danno in un contesto sociale ed economico caratterizzato dalla povertà - la giustizia secolare non scherzava. Un giovane verzaschese è condannato per ruberie, minacce e vie di fatto a essere «sospeso con un lacio al collo alla Forcha». I giudici «piutosto inclinati alla clemenza» mitigano (?) la sentenza nel «solo taglio della testa»
Reo di aver rubato nella bottega di Bartolomeo Marliani qualche soldo dalla ciotola del banco, alcune calze e candele, coltelli da tavola e dei farzoletti. Furto commesso «per riparar la fame e sostenersi in tempi di tanta calamità, cosi vero che la refurtiva aveva convertito tutta in cibarie», coma redatto dal landscriba Beroldingen, il quale mette a verbale l'intervento del Padre guardiano dei Cappuccini:
nove preghiere ad usar maggior misericordia a considerazione ancho di sebi vare in qualche parte l'ignominia alla povera moglie et figli del detto Tora
(...I volendo per amore de Dio condescendere ai famigliari quali oltre Phaver domandato misericordia con le ginocchia a terra, hanno anche offerto trenta scudi benché poveri figli per mitigare la pena al padre e la ignomina a sé medesimi |...| volendo noi inclinare pintosto alla Miserscordia che al rigore di giustizia...)
La condanna a remare incatenato e al bando, secondo i giudici rappresen ta un atto di clemenza (I), dovuto all'intercessione del Padre guantano mobilitato dai parenti e soprattutto alla buona offerta (30 scudi equival gono al valore di una manza).
Sorte che tocca anche a un Rossinelli di Novazzano per insulti e prepotenze dopo un ballo: consegnato alle guardie del governatore spagnolo della Lombardia sarà costretto a remare sulla loro flotta.
La pena di «soldato sforzato ai remi» era in parecchi posti pronunciata in contumacia o anche solo come intimidazione. La grida del landfogto di Mendrisio, emessa la vigilia di Natale del 1754 (ma non aveva altro da fare il balivo?), ordina che tutti gli zingari, entro il termine di tre giorni, debbano lasciare la prefettura, altrimenti gli uomini rischiano dieci anni al remi e le donne pene minori non specificate.
Cosa fece il povero falegname leventinese per subire simile atrocità? Stroncato dalla prigionia e dalla tortura dichiara di aver rubato di notte, da una cantina e da un mulino di Giornico, vettovaglie, della biancheria, alcuni capponi e due pecore. Nell'imminenza della proclamazione della sentenza capitale, emessa dalla giustizia umana - presieduta dal Landvogt che rappresenta il cantone sovrano della valle - Carlo afferma: «ò tolerato questi tormenti, li ò offerti in penitenza de miej pecati a dio, e mi trovo più contento; mentre meglio ò discolpato la mia coscienza».
Alla domanda se è «contento di ricevere la sentenza dimani», risponde: «si, et pronto à ricevere la morte».
Il 23 settembre 1754 anche Caterina Mezoli, detta balona di Chironico, viene condannata «per causa de suoi maleficiosi delliti commessi contro il quinto, sesto e nono comandamento di Dio». È riconosciuta colpevole di ripetuto adulterio, aborto «con una bevanda per far scaciare la creatura» - avvalendosi della complicità dell'amante già sposato - e di aver lasciato morire un'altra creatura. Inoltre, come aggravante «avendo lei partorito senza chieder la dovuta assistenza d'una levatrice, ma da sola con grande pericolo del anima come del corpo tanto della madre quanto della prole, qual punto solo a rigor della legge comune sarebbe maleficio (..I per dar esempio particolarmte alla gioventù |...I gli sia troncata la testa a filo di spada»
A Roveredo Grigioni nella campagna verso San Vittore, lungo il fiume Moesa, i tre pilastri che si vedono piantati nel terreno sono le basi dove si ergeva il patibolo, voluto dai Signori della Mesolcina: vestigia di un passato fatto di storie tristissime, di tante presunte maliarde condannato ingiustamente sulla base di voci, superstizioni ed eventi ritenuti dabolici
Nell'agosto 1794, durante un viaggio nella vecchia Confederazione, la scrittrice inglese Helen Williams vede «su un pittoresco promontorio del grazioso lago di Lugano l'orrendo spettacolo di due uomini appesi alla forca». Tre anni dopo il generale francese Louis Desaix attraversa il nostro Paese per raggiungere Napoleone Bonaparte a Milano. Giunto al Ceneri riferisce che «sulla sommità ci si imbatte in alcune forche», con la macabra esposizione delle teste scarnificate dei briganti giustiziati.
La prima convenzione del baliaggio di Riviera con il mastro di giustizia, sottoscritta anche da Blenio, risale al 1587. Egli deve «servire ogni volta sarà richiesto dovunque farà bisogno»: la tariffa varia se dispone di un aiutante che beneficia di vitto e alloggio.
Con il peso per ciascuno tratto di corda mezzo scudo.
Adoperando il valle sopra la scalla, o simili inusitati modi di tormenti mezzo scudo per ciascuna volta.
Adoperando il torchietto a tormentare gli pollici un testone per volta.
Al tormento del fuoco, tagliare le orecchie, tagliare la lingua, inchiodar la lingua, tuffare nell'aqua per ciascuna di queste azzioni un scudo.
Piacendo alli giudici di castigare li delinquenti in altre simili maniere e modi a loro beneplacito, che però non intervenga la morte, il mastro s'abbi accontentare d'un scudo per persona.
Il tariffario fu rinnovato nel 1613 e nel 1729, come si legge nei reca della Dieta
Per le prestazioni del boia devono essere pagate le seguenti tasse:
A ricordare la funzione e il rigore giudiziario rimangono la catena con il collare e due celle buie e umide a pianterreno. La gogna si vede pure all'esterno della casa dei landfogti di Lottigna, sede dal 1550 dei rappresentanti dei tre cantoni forestali.
Chiesa di San Francesco a Locarno
Quale era il giudizio su questi governatori? Leggiamo le parole nella cronaca di un contemporaneo, il prevosto di Mendrisio Guido M. Torriani"
L'anno 1546 sotto il governo del signor Nicola von Wyl di Lucerna, homo di bona giustizia, sotto il quale io prete Guido sudetto diventai prevosto di questa prepositura [..].
L'anno 1547 venne per landvogt Enrico Troger di Altdorf, uomo crudele e tiranno; acquistò poco onore, uomo iracondo di vita, e collerico come bestia.
L'anno 1555 venne per landvogt messer Andrea Freuler di Glarona [...] homo di poco giudizio, tirando danario, senza scienza, homo corporale.
L'anno 1557 venne per landvogt il sign. Jacopo Heptenring di Basilea, uomo dotto, di buona giustizia, timorato del timor di Dio, senza timor del mondo, si partì con grande amor di tutti.
Non sappiamo quanto questi giudizi soggettivi fossero condivisi dai sudditi. Dagli atti ufficiali emergono casi di soprusi e tirannie, inettitudine e malgoverno, corruzione e rapacità, come nel caso di quel balivo di Sciaffusa che in un solo anno appioppò multe ai valmaggesi per circa 70.000 scudi (quando il salario annuale di un cancelliere ammontava a 62 scudi).
I commissari finiti sotto inchiesta non furono però molti, a confronto delle centinaia scesi a sud delle Alpi nell'arco di quasi tre secoli: era difficile punirli e pressoché impossibile risarcire le vittime.
Un solo esempio. Nel 1529 Mendrisio e Balerna ricorrono al "sindacato", riunito a Lugano, per l'arbitrario prelievo di tasse sul transito di merci a favore del landfogto, il quale viene richiamato all'ordine e nulla più: nessun accenno alla restituzione del maltolto".Vi furono anche coloro che agirono nell'interesse della comunità. Nel 1776 il balivo friborghese elabora dei progetti per la creazione di un ospedale e di una scuola a Mendrisio.
Il landfogto, che in generale non conosceva l'italiano e i costumi locali, era assistito da un "magnifico officio" o camera che comprendeva il proprio luogotenente, suo sostituto e consigliere. Le scritture erano affidate al landscriba (scriba) o cancelliere - che sapeva il tedesco e il latino - potendo così fungere da interprete. Un fiscale gestiva l'esecuzione delle confische e le finanze del tribunale, comprese riscossione di multe e tasse di giustizia: a Locarno sosteneva l'accusa nei processi penali.
Questi funzionari erano scelti tra le famiglie notabili e si tramandavano di padre in figlio gli incarichi più redditizi. Rivestire cariche pubbliche, oltre a essere fonte di reddito, permetteva di acquisire prestigio e di allacciare importanti relazioni.
La debolezza dell'apparato amministrativo e la brevità della permanenza di ogni balivo lasciavano ampia libertà alle autorità locali e nel contempo impedivano ogni opera di rinnovamento.
L'alternanza al potere di cantoni cattolici e protestanti provocò preoccupazioni e conflitti a causa del loro influsso sui territori conquistati. A Locarno si formò una comunità riformata che i cantoni cattolici della Svizzera centrale non tollerarono, imponendo nel 1555 ai seguaci protestanti di scegliere tra l'abiura e l'esilio: circa 150 persone si rifugiarono a ZurigoChe sia frustato et flagellato
Il giovane Cristoforo, nel settembre 1569, è sottoposto al castigo della frusta lungo le vie di Mendrisio, poi allontanato dal baliaggio, a causa di ripetuti furti confessati sotto tortura.Nel 1590 un ladruncolo di spiccioli in alcune chiese è condannato a morte e alla confisca dei pochi averi.
Caterina di Caneggio, autrice di vari furti, è assolta dopo pagamento di una multa.
Grazie a un accordo è prosciolto nel 1604 un maggiorente autore di violenza sessuale verso la serva.
Fare i conti o saldare il debito con la giustizia, espressioni che oggi si usano in senso figurato, erano da intendere letteralmente, in un'altalena di severità e mitezza.
Il landfogto in primis è un giudice. Nella funzione - con il bastone di comando in mano - è assistito dal cancelliere e da altri ufficiali. I suoi compiti vanno dal giudizio civile a quello penale e nei casi più complessi può chiedere consiglio ai colleghi o ai superiori. Le questioni urgenti per i baliaggi inferiori sono affidate a un direttorio formato da Lucerna, Uri e Zurigo, detti cantoni provvisionali.
La Confederazione non ha un governo centrale, ma solo un'assemblea in cui i delegati cantonali discutono degli affari comuni - la Dieta federale - che rappresenta l'istanza superiore. Per i casi minori le riunioni hanno luogo a Bironico.
Le cause penali sono suddivise in due categorie, secondo la gravità del delitto malefici,
Le cause penali sono suddivise in due categorie, secondo la gravità del delitto malefici,
- crimini gravi per i quali è ammessa la tortura, come omicidio, eresia, furto, incendio doloso, brigantaggio, falsificazione e altro che comportano pene capitali, corporali, infamanti, confisca dei beni e bando (sanzioni che possono essere cumulate);
- criminali, cioè reati meno gravi che prevedono pene pecuniarie e atti di espiazione religiosa come la sosta in ginocchio davanti alla chiesa, confessarsi e comunicarsi, recitare il rosario, fare un pellegrinaggio, con l'eventuale aggiunta di punizioni d'infamia (esposizione alla berlina o fustigazione pubblica).
I processi sono inquisitori e non contemplano la presunzione di innocenza.
Seguono più o meno lo stesso schema: dopo la formula introduttiva («Avanti al Magnifico Officio» oppure «al sapientissimo Consiglio»), i magistrati - «che devono giudicare e interpretare solo in base al contenuto delle leggi e dei decreti» (statuti di Lugano 1696) - procedono con le domande di rito all'imputato/a. Come ti chiami? Dove stai di casa? Cosa fai di mestiere? Poi inizia la sfilata di querelanti, testimoni e nel prosieguo l'interrogatorio. I giudici possono ammettere la presenza di un procuratore (una sorta di avvocato difensore): solo in qualche atto processuale esaminato appare di sfuggita la sua figura.
La giustizia, come dappertutto a quei tempi, è terribile e feroce. Le condanne sono a discrezione dei giudici, inclini al compromesso anche finanziario. Rimanendo in carica un biennio, i landfogti spesso recuperano le somme pagate per ottenere l'incarico. Buona parte della loro retribuzione e quella degli ufficiali deriva dalle confische, balzelli vari, multe e sportule. Da pagarsi a pronti contanti, come prescrive nel 1791 il tariffario di Brissago. Gli accordi, che salvano dal peggio l'imputato, permettono al balivo, ai suoi collaboratori e a una piccola schiera di procuratori e notai di guadagnare sulla litigiosità o criminalità dei sudditi e sui garbugli delle leggi. La «fabbrica ordinaria di processi» - come evidenziò il Bonstetten - rappresenta una fonte di reddito non trascurabile
Comunque ciò che avviene realmente prima, ma soprattutto dopo i processi, può restare in parte ignoto.
A una punizione spietata per reati minori, può seguire un castigo mite per casi gravi e ciò pure a dipendenza del ceto di autore e vittima.
Espressione del potere, le esecuzioni capitali aumentarono dal Cinquecento, anche se il numero rimase piuttosto contenuto e con il passare degli anni divennero sempre più rare, a eccezione di chi era accusato/a di stregoneria diabolica.L'immunità dei luoghi sacri
Alla severità della pena fa riscontro la relativa facilità di evitarla - i luoghi sacri (chiese, conventi, sagrestie, cimiteri) offrono l'immunità ai delinquenti - perciò molte sentenze di morte sono pronunciate in contumacia.
Nel 1627 un individuo di Cavergno, che doveva essere arrestato per aver sparato a un compaesano, si rifugia nel cimitero di Bignasco: il curato lo ospita e rifocilla, poi il malvivente sparisce dalla circolazione. Il landfogto denuncia il caso agli illustrissimi signori elvetici. Questi episodi di intromissione nelle faccende secolari da parte degli ecclesiastici suscitavano insofferenza e irritazione nei governanti confederati.
In genere il carcere è solo preventivo: si preferisce liberarsi dei malfattori onde evitare l'onere finanziario della prigionia. Essi spariscono con gran facilità all'estero (Milanese, Piemonte), a giudicare dagli elenchi di banditi contumaci pubblicati. Con la messa al bando, che allontana i furfanti, ci si salva dalla morte fisica per essere condannati alla morte sociale: chi dispone di denaro può ottenerne la revoca. Altrimenti non rispettando il provvedimento si rischia grosso. Anche portare armi proibite è sconsigliabile. La pena alla forca è prescritta nel 1594 da una grida (avviso o decreto dell'autorità, "gridata" pubblicamente dal banditore o trombetta) emessa dal Landvogt Dietli di Uri. Nel 1763 un'altra grida, atta a frenare risse e delitti, punisce con la condanna a remare sulle galee (galere) veneziane chi porta coltelli appuntiti.
Parole ingiuriose che veranno proferte «Ladro, traditore, assassino, malefico stregone, o strega, heretico, spergiurato, becco o vero cornuto».
Queste sono, come prescritto dagli statuti di Riviera del 1632, le parole che se qualcuno «impetuosamente dirà ad un altro» comportano un'ammenda di lire 15 per ciascuna parola e ogni volta (circa il controvalore di tre pecore). Le parole oltraggiose sono considerate punibili se pronunciate in modo minaccioso. Sonvico - terra separata avente autonomia giudiziaria nei casi meno rilevanti - prevede delle sanzioni per ingiurie che sembrano frequenti sulle bocche femminili: invocare in ginocchio il decesso di qualcuno e augurare a un'altra donna di rimanere vedova entro l'anno".
Le offese all'onore riguardano soprattutto la sfera sessuale e la reputazione sociale, come nel caso di Caterina di Vico (Morcote): accusata d'essersi allontanata da casa per recarsi a Como da un medico a farsi curare dal «mal francese o gallico». Il podestà stabilisce «esser questa un'impostura e calunia contro il suo onore e suo parentato [...] e dichiara detta Catterina inocente ed onorata». Infetto era il marito!
A Vico esiste tuttora la Sala della Giustizia - in cui si celebravano i processi civili e penali meno gravi - affrescata con gli stemmi dei cantoni sovrani, la raffigurazione allegorica della Giustizia, la Vergine e nel mezzo uno scudo con l'aquila bicefala.
Agli insulti si accompagnano spesso gestacci, minacce e vie di fatto. Ecco alcune denunce e condanne riguardanti il Bellinzonese tra il 1734 e il 1736 contenute in tre quadernetti
Dalle minacce
In genere il carcere è solo preventivo: si preferisce liberarsi dei malfattori onde evitare l'onere finanziario della prigionia. Essi spariscono con gran facilità all'estero (Milanese, Piemonte), a giudicare dagli elenchi di banditi contumaci pubblicati. Con la messa al bando, che allontana i furfanti, ci si salva dalla morte fisica per essere condannati alla morte sociale: chi dispone di denaro può ottenerne la revoca. Altrimenti non rispettando il provvedimento si rischia grosso. Anche portare armi proibite è sconsigliabile. La pena alla forca è prescritta nel 1594 da una grida (avviso o decreto dell'autorità, "gridata" pubblicamente dal banditore o trombetta) emessa dal Landvogt Dietli di Uri. Nel 1763 un'altra grida, atta a frenare risse e delitti, punisce con la condanna a remare sulle galee (galere) veneziane chi porta coltelli appuntiti.
Parole ingiuriose che veranno proferte «Ladro, traditore, assassino, malefico stregone, o strega, heretico, spergiurato, becco o vero cornuto».
Queste sono, come prescritto dagli statuti di Riviera del 1632, le parole che se qualcuno «impetuosamente dirà ad un altro» comportano un'ammenda di lire 15 per ciascuna parola e ogni volta (circa il controvalore di tre pecore). Le parole oltraggiose sono considerate punibili se pronunciate in modo minaccioso. Sonvico - terra separata avente autonomia giudiziaria nei casi meno rilevanti - prevede delle sanzioni per ingiurie che sembrano frequenti sulle bocche femminili: invocare in ginocchio il decesso di qualcuno e augurare a un'altra donna di rimanere vedova entro l'anno".
Le offese all'onore riguardano soprattutto la sfera sessuale e la reputazione sociale, come nel caso di Caterina di Vico (Morcote): accusata d'essersi allontanata da casa per recarsi a Como da un medico a farsi curare dal «mal francese o gallico». Il podestà stabilisce «esser questa un'impostura e calunia contro il suo onore e suo parentato [...] e dichiara detta Catterina inocente ed onorata». Infetto era il marito!
A Vico esiste tuttora la Sala della Giustizia - in cui si celebravano i processi civili e penali meno gravi - affrescata con gli stemmi dei cantoni sovrani, la raffigurazione allegorica della Giustizia, la Vergine e nel mezzo uno scudo con l'aquila bicefala.
Agli insulti si accompagnano spesso gestacci, minacce e vie di fatto. Ecco alcune denunce e condanne riguardanti il Bellinzonese tra il 1734 e il 1736 contenute in tre quadernetti
Dalle minacce
...di volergli tagliare la canna della gola di levare la testa con una ranza voglio levarti l'anima del corpo
...all'azione:
bastonate nelle gambe
bastonate con l'apertura dell'osso
percosso con pugni e con effusione di sangue vicino ad un occhio.
In ogni baliaggio si affiggeva sulla casa del landfogto la scala dettagliata delle multe, previste già dagli antichi statuti, come quelli di Locarno del 1588:
«Chi batte l'altro con bastoni, sassi, arme o simili senza effusione di sangue, paghi lire sei, con sangue lire dieci, e se ciò farà in giorno di mercato, sarà doppia la pena». Con un maggiore concorso di gente aumentano le probabilità di scontri, non solo verbali. Poi bisogna risarcire il danneggiato: «Chi ferisce o batte un altro, è obbligato pagarli spese e danni»
Rubbato un bove a Castel di Sotto
In una notte d'autunno del 1587 qualcuno ruba un bue appartenente a Pietro Stoppa: grave perdita per un contadino. Incolpato è un certo Badino Bernasconi di Pedrinate. Il processo a suo carico inizia il 29 ottobre. Alle prime domande del giudice di Mendrisio Gian Giacomo Rudolf di Sciaffusa, il Bernasconi risponde in modo evasivo. Nella seduta de plano, ovvero senza tormenti, si proclama innocente. Per "convincerlo" a dire la verità viene sottoposto a tratti di corda, sollevato con i polsi legati dietro la schiena. «Lassatemi gió che dirò la verità».Attribuisce la sottrazione del bue, macellato il giorno seguente il misfatto, al fratello Cesare e a un contadino di nome Giacomo. Le udienze continuano con l'interrogatorio di Cesare che, sollevato a sua volta con la carrucola, accusa il fratello Badino anche d'aver rubato panni, una tovaglia, un lenzuolo, una veste, un grembiule, due archibugi.
Entrambi i fratelli sono riconosciuti colpevoli, Il 16 gennaio 1588 il tribunale del maleficio sentenzia che Badino «sia condotto al logo della giustizia... sia per il collo appiccato alle forche talmente che mora per castigo de suoi misfatti, et per essempio d'altri di non commettere tal cose».
Al fratello Cesare, «ladro publico, ma non però de tanti furti come il detto Badino», il verdetto stabilisce che gli «sia per il M.ro di Giustizia tagliata e troncata la testa per talmente che mora per gastigo de suoi delitti». A loro sono sequestrati tutti i beni
La pena inflitta a Cesare è tuttavia annullata poiché riesce a dimostrare che nella notte incriminata si trovava a casa di un amico. Trascorre un mese, sorpreso a rubare, il balivo lo costringe a remare in perpetuo sulle navi della flotta veneziana. Di fatto una condanna a morte diluita nel tempo. Diciassette anni più tardi, nel gennaio 1605, il landfogto Walter di Basilea lo richiama concedendogli la grazia, poiché il derubato gli ha accordato la "pace" a seguito della promessa di risarcimento con 18 ducati"
Con i furti di bestiame - e in genere la sottrazione di beni personali che costituiva un grave danno in un contesto sociale ed economico caratterizzato dalla povertà - la giustizia secolare non scherzava. Un giovane verzaschese è condannato per ruberie, minacce e vie di fatto a essere «sospeso con un lacio al collo alla Forcha». I giudici «piutosto inclinati alla clemenza» mitigano (?) la sentenza nel «solo taglio della testa»
Per castigo et per esempio
«Alla galera per anni otto [...] a servire alla Serenissima Repubblica Veneta di soldato sforzato nella Morea o sia nella Dalmazia contro il Turca come nemico» è punito nel 1695 dal Landvogt Gaspare Jacob, che rappresenta Untervaldo, un Torti di Mendrisio, cinquantaseienne, incensurato.Reo di aver rubato nella bottega di Bartolomeo Marliani qualche soldo dalla ciotola del banco, alcune calze e candele, coltelli da tavola e dei farzoletti. Furto commesso «per riparar la fame e sostenersi in tempi di tanta calamità, cosi vero che la refurtiva aveva convertito tutta in cibarie», coma redatto dal landscriba Beroldingen, il quale mette a verbale l'intervento del Padre guardiano dei Cappuccini:
nove preghiere ad usar maggior misericordia a considerazione ancho di sebi vare in qualche parte l'ignominia alla povera moglie et figli del detto Tora
(...I volendo per amore de Dio condescendere ai famigliari quali oltre Phaver domandato misericordia con le ginocchia a terra, hanno anche offerto trenta scudi benché poveri figli per mitigare la pena al padre e la ignomina a sé medesimi |...| volendo noi inclinare pintosto alla Miserscordia che al rigore di giustizia...)
La condanna a remare incatenato e al bando, secondo i giudici rappresen ta un atto di clemenza (I), dovuto all'intercessione del Padre guantano mobilitato dai parenti e soprattutto alla buona offerta (30 scudi equival gono al valore di una manza).
Sorte che tocca anche a un Rossinelli di Novazzano per insulti e prepotenze dopo un ballo: consegnato alle guardie del governatore spagnolo della Lombardia sarà costretto a remare sulla loro flotta.
La pena di «soldato sforzato ai remi» era in parecchi posti pronunciata in contumacia o anche solo come intimidazione. La grida del landfogto di Mendrisio, emessa la vigilia di Natale del 1754 (ma non aveva altro da fare il balivo?), ordina che tutti gli zingari, entro il termine di tre giorni, debbano lasciare la prefettura, altrimenti gli uomini rischiano dieci anni al remi e le donne pene minori non specificate.
Penitenza de miej pecati
Il 12 agosto 1752 il collo di Carlo Jurieti di Calpiogna è avvicinato alla mannaia del boia: la sua testa esposta sopra la forca e il corpo seppellito sottoCosa fece il povero falegname leventinese per subire simile atrocità? Stroncato dalla prigionia e dalla tortura dichiara di aver rubato di notte, da una cantina e da un mulino di Giornico, vettovaglie, della biancheria, alcuni capponi e due pecore. Nell'imminenza della proclamazione della sentenza capitale, emessa dalla giustizia umana - presieduta dal Landvogt che rappresenta il cantone sovrano della valle - Carlo afferma: «ò tolerato questi tormenti, li ò offerti in penitenza de miej pecati a dio, e mi trovo più contento; mentre meglio ò discolpato la mia coscienza».
Alla domanda se è «contento di ricevere la sentenza dimani», risponde: «si, et pronto à ricevere la morte».
Il 23 settembre 1754 anche Caterina Mezoli, detta balona di Chironico, viene condannata «per causa de suoi maleficiosi delliti commessi contro il quinto, sesto e nono comandamento di Dio». È riconosciuta colpevole di ripetuto adulterio, aborto «con una bevanda per far scaciare la creatura» - avvalendosi della complicità dell'amante già sposato - e di aver lasciato morire un'altra creatura. Inoltre, come aggravante «avendo lei partorito senza chieder la dovuta assistenza d'una levatrice, ma da sola con grande pericolo del anima come del corpo tanto della madre quanto della prole, qual punto solo a rigor della legge comune sarebbe maleficio (..I per dar esempio particolarmte alla gioventù |...I gli sia troncata la testa a filo di spada»
A Roveredo Grigioni nella campagna verso San Vittore, lungo il fiume Moesa, i tre pilastri che si vedono piantati nel terreno sono le basi dove si ergeva il patibolo, voluto dai Signori della Mesolcina: vestigia di un passato fatto di storie tristissime, di tante presunte maliarde condannato ingiustamente sulla base di voci, superstizioni ed eventi ritenuti dabolici
I tre pilastri di Roveredo
Il promontorio alle falde del San Salvatore denominato Capo San Martino, situato sulla strada che da Lugano porta a Melide, è noto nei linguaggio comune come la Forca di San Martino, perché durante l'antico regime sorgevano il patibolo per le impiccagioni e poco lontano una cappella per l'estrema preghiera.
Capo San Martino
Nell'agosto 1794, durante un viaggio nella vecchia Confederazione, la scrittrice inglese Helen Williams vede «su un pittoresco promontorio del grazioso lago di Lugano l'orrendo spettacolo di due uomini appesi alla forca». Tre anni dopo il generale francese Louis Desaix attraversa il nostro Paese per raggiungere Napoleone Bonaparte a Milano. Giunto al Ceneri riferisce che «sulla sommità ci si imbatte in alcune forche», con la macabra esposizione delle teste scarnificate dei briganti giustiziati.
Boia
C'era una volta il manigoldo. Il termine che oggi designa un furfante, un birbante - anche scherzosamente rivolto a un bambino - in passato indicava il carnefice, il boia, il braccio punitivo che aveva il compito di torturare, somministrare pene corporali e giustiziare. Essendo la carica e la figura invise, si preferiva utilizzare la locuzione mastro di giustizia, più opportuna nella prassi. Un solo individuo, che risiede a Lugano con alloggio gratuito, serve tutte le otto regioni. Riceve un salario fisso corrisposto dai cantoni e applica un preciso quanto truce e piuttosto cospicuo tariffario.La prima convenzione del baliaggio di Riviera con il mastro di giustizia, sottoscritta anche da Blenio, risale al 1587. Egli deve «servire ogni volta sarà richiesto dovunque farà bisogno»: la tariffa varia se dispone di un aiutante che beneficia di vitto e alloggio.
Con il peso per ciascuno tratto di corda mezzo scudo.
Adoperando il valle sopra la scalla, o simili inusitati modi di tormenti mezzo scudo per ciascuna volta.
Adoperando il torchietto a tormentare gli pollici un testone per volta.
Al tormento del fuoco, tagliare le orecchie, tagliare la lingua, inchiodar la lingua, tuffare nell'aqua per ciascuna di queste azzioni un scudo.
Piacendo alli giudici di castigare li delinquenti in altre simili maniere e modi a loro beneplacito, che però non intervenga la morte, il mastro s'abbi accontentare d'un scudo per persona.
Il tariffario fu rinnovato nel 1613 e nel 1729, come si legge nei reca della Dieta
Per le prestazioni del boia devono essere pagate le seguenti tasse:
per ogni colpo con tenaglie roventi
per impiccare, giustiziare con la spada strangolare alla colonna, bruciare, squartare
per inchiodare una testa sul patibolo
per seppellire sotto il patibolo per preparare un rogo
per bruciare una strega o un altro malfattore
per tagliare una mano per perquisire un malfattore
per tagliare la lingua, un orecchio, il naso per ogni colpo quando uno viene arrotato per torturare
per mettere alla berlina
per bastonare
per mettere alla berlina
per bastonare
Due hore alla berlina
Nel 1605 un giovinastro di Castello è sanzionato con la fustigazione e alla espiazione infamante della berlina o gogna, incatenato a un anello per due ore presso la torre nella piazza di Mendrisio, poiché reo di aver percosso la madre: inoltre è messo al bando dal dominio svizzeroIl condannato viene sottoposto al disprezzo popolare: un cartello reca nome ed eventualmente colpa. Tre ganci a forma di animale con anelli di ferro, visibili sulla facciata della seicentesca casa della Ragione di Sonvico - sede giudiziaria e amministrativa della Castellanza dal 1622 - servivano appunto a tale scopo.
Un «anello per bloccare a una colonna di scherno» - usato fin dal Quattrocento - sussiste tuttora a Sornico, capoluogo della Lavizzara.
A ricordare la funzione e il rigore giudiziario rimangono la catena con il collare e due celle buie e umide a pianterreno. La gogna si vede pure all'esterno della casa dei landfogti di Lottigna, sede dal 1550 dei rappresentanti dei tre cantoni forestali.









Commenti
Posta un commento