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Val Onsernone

Certo non si può pretendere di visitare tutta una valle in una giornata, men che meno una vallata così misteriosa e “inaccessibile” come la val Onsernone. 

Dopo una prima fugace visita di più di 10 anni orsono, decido di tornare a visitare la valle in concomitanza del primo agosto, giorno della Patria. La scelta non é casuale, l’obiettivo principale sono i bagni di Craveggia dove si é tenuto uno degli episodi che hanno coinvolto l’esercito svizzero durante la seconda guerra mondiale. Di questo mi occuperò in un post a parte. Oltre a questo primo obiettivo un secondo che consiste nella visita del museo onsernonese a Loco, anche questo in un post a parte. Oltre a questi due obiettivi si inserisce la visita "in esplorazione" della valle in ricerca di qualche traccia storico-culturale. Per far questo mi prefiggo la visita di Spruga, Comologno e un paio di tratte a piedi: Russo - Barione e Loco - Intragna (via delle Vose).

Non si vede il fiume

Ci sono varie peculiarità che si potrebbero usare per descrivere la Val Onsernone. La prima che mi viene in mentre é la nuova strada carrabile che la percorre sul lato destro: attaccata al fianco della montagna, percorre innumerevoli ponti e viadotti. Guardando verso il fondovalle non si riesce mai a vedere il fiume che vi scorre da tanto é irta e profonda e di riflesso si ha la certezza che per ogni metro da Auressio e Spruga se si dovesse andare fuori strada si morirebbe. 
Sempre.

Foto scattata dal bus salendo nella valle: il biglietto da visita della valle

Sarà forse per questa asperità, questa difficoltà nel raggiungerla, anche se prima si utilizzava una mulattiera che da Intragna arrivava a Loco passando per Vosa, che la “grande Locarno” vi rinuncia, tutti vi rinunciano come a dire "ma si lasciamoli far da loro, tanta fatica per una terra così ostica "

Il Comun Grande onsernonese non fu mai integrato a pieno titolo nella Magnifica Comunità di Locarno che riuniva tutte le altre comunità locali della regione, mantenendo in tal modo una certa qual autonomia decisionale, sia nel periodo della dominazione milanese, sia poi durante l’epoca dei Baliaggi. La questione non è ancora stata approfondita dalla ricerca storica e, al momento, può considerarsi un’anomalia, rispetto alla diversa posizione delle comunità delle Centovalli o della Verzasca.

 

L’ormai consolidata realtà viciniale del Comun Grande subì un profondo scossone con la Rivoluzione francese del 1789, ma soprattutto con la formazione della Repubblica Elvetica nel 1798, la cui costituzione aboliva di fatto i secolari privilegi viciniali. Essa conteneva un principio importante che di fatto creava un nuovo tipo di Comune, costituito dall’insieme di tutti i cittadini domiciliati e non più solo composto dalle famiglie originarie di antica data. Con la nascita del Canton Ticino nel 1803 questo principio venne sancito definitivamente, non senza grosse difficoltà di applicazione nei decenni successivi, soprattutto per la continua messa in discussione dei privilegi e dei diritti derivanti dall’origine familiare.

L’altro elemento caratteristico sono i villaggi che si incontrano proseguendo man mano lungo la valle. Arroccati su un fianco della montagna emanano sapore di libertà e natura selvaggia.
Certo, non c’è un campo di calcio in tutta la valle perché non esiste lo spazio necessario, e questo é un bene, la scelta dello stile di vita é limitato ed imposto dalla conformazione della valle che costringe a rallentare i ritmi di vita adattandoli a quelli scandìti dalla natura.

Bambini per la strada principale di Spruga con le mani libere. 
Ah i bei tempi senza tecnologia

Non é un caso che alcuni scrittori e artisti si sono ritirati in questa oasi di pace, in particolare durante il 20esimo secolo quando personaggi legati al mondo della cultura e dell’arte – come gli scrittori Max Frisch, Gol Mann o Alfred Andresch – ne fecero la loro residenza stabile per periodi più o meno lunghi.

Se però con l'immaginazione facciamo qualche ulteriore salto indietro nel tempo sono altre le immagini che scorrono nelle nostre menti: immagini della solita vita contadina fatta di stenti e privazioni.

La sorpresa poi quando si scopre che gli abitanti trovano un metodo per cavarsela, e alla grande anche. Basti dire che le fatiche di caricare gli Alpi in queste asperità non é un lavoro necessario, anzi possono farlo gli altri se necessitano, anzi visto che ci siamo affitteremo loro gli alpi e mentre li vedremo sgobbare su e giù noi ci occuperemo di altro; la lavorazione della paglia.
 
Donne che intrecciano la paglia a Loco. Fotografia realizzata nel 1933 da Rudolf Zinggeler (Biblioteca nazionale svizzera, Berna, Archivio federale dei monumenti storici, Collezione Zinggeler).
La valle Onsernone offriva poche possibilità di guadagno. La lavorazione della paglia fu praticata dal XVI al XX secolo.

Spruga - Comologno

Come detto mi prefiggo diversi obiettivi per la giornata: dopo la visita ai bagni di Craveggia, teatro di scontri durante la seconda guerra mondiale, mi appunto alcuni tratti da compiere a piedi per immergermi più profondamente nell'anima della valle. Il primo é una micropasseggiata tra i villaggi di Spruga (ultima fermata del postale) e Comologno. L'obiettivo principale é la via crucis ai piedi del secondo villaggio. Riesco purtroppo a visitarla parzialmente e di fretta, sono legato agli orari dell'autopostale e perderne uno si corre i rischio di compromettere il resto della giornata.

Riesco comunque a gettare un occhiata dall'alto e sbirciare in un paio di stazioni


La Via Crucis di Comologno è un complesso monumentale di straordinaria importanza storica e culturale, iscritto nell'Elenco cantonale dei monumenti storici ed artistici. Situato sul pendio sottostante la settecentesca Chiesa di San Giovanni Battista e disposto intorno al cimitero locale, questo percorso si sviluppa in una singolare formazione triangolare racchiusa da terrazzamenti in pietra. Le 14 edicole furono erette nella seconda metà del Settecento (attorno al 1756-1772) grazie al finanziamento di ricche famiglie locali, in particolare la famiglia Remonda e Giovan Antonio Gambone.

Il suggestivo villaggio di Comolgno con la sua iconica via crucis

Lascio in fretta la parte bassa in paese per recarmi in piazza ad aspettare l'autopostale, ho ancora modo di apprezzare una chicca

Fontana monolitica a Comologno

La tradizione vuole che la grande vasca monolitica sia stata ricavata da un masso di notevoli dimensioni
trovato sul luogo dove fu poi costruita la struttura di copertura


Anno di costruzione: 1771
Ristrutturazione: 1972
Dimensioni:
lunghezza: cm 250
larghezza massima: cm 115
larghezza minima: cm 84
altezza esterna: cm 55
altezza interna: cm 40
spessore: cm 25

Il ponte oscuro e la sua leggenda

Nemmeno il tempo di buttare un occhio sulla fontana monolitica di Comologno che la posta per Russo é in procinto di arrivare. 

Lungo il percorso ripercorro l'inquietante ponte situato al bivio con la valle Vergelletto. È quasi inevitabile che a questo posto così carico di fascino siano associati dei racconti o delle leggende, e infatti...

Ponte oscuro fotografato dal postale sulla via verso Russo

Ai tempi di Carlo Magno, nell’Onsernone viveva una donna anziana in estrema povertà, che si chiamava Miseria. Aveva una sola capra; si guadagnava da vivere intrecciando paglia e viveva in una capanna sotto il Ponte Oscuro.

Una sera di marzo, con un freddo gelido, qualcuno bussò alla sua porta chiedendo rifugio. Miseria fece entrare il povero uomo e gli diede pane, formaggio e vino, quel poco che le era rimasto. Poi gli chiese di
passare la notte sul suo misero letto e gli porse l’unica coperta che aveva. Lei invece dormì sulla sedia, vicino al fuoco. La mattina si svegliò presto – su una sedia non si dorme bene – e notò che c’era un profumo particolare nell’aria. Aprì la porta e… era arrivata la primavera. Miseria pensò che il suo ospite potesse c’entrare qualcosa.

L’uomo lo ammise e aggiunse di essere San Remigio, il santo patrono della valle, venuto a prendersi cura dei suoi protetti. Doveva però ammettere che, a parte lei, tutti gli abitanti lo avevano cacciato via e
addirittura maltrattato.
San Remigio le disse: «Voglio ricompensarti per il tuo atteggiamento cristiano e per tutto quello che mi hai dato». Miseria rifiutò, dicendo che non voleva più di quello che già aveva. Ma San Remigio insistette; alla fine Miseria ammise che alcuni monelli le rubavano la paglia, cosa che non le andava affatto a genio. Il santo promise di fare in modo che chiunque avesse toccato la sua paglia finisse in acqua e non ne uscisse più, finché non fosse placato e purificato e Miseria glielo permettesse. Dopodiché San Remigio benedisse Miseria e se ne andò.

La vita continuò. I monelli – dopo alcune cadute involontarie nell’ acqua e ai bagni di purificazione forzati – smisero di rubare la paglia . Diffusero in tutto il villaggio la voce che il ponte fosse nelle mani del diavolo e tutti avevano paura di attraversarlo.

Una sera, appena tornata a casa sua da Locarno, stanca morta, Miseria sentì bussare alla porta. Era la Morte che era venuta a prenderla. Per temporeggiare, Miseria finse di dover finire un bel cappello di paglia per una cliente affezionata e gli chiese di andare a prendere un po’ di paglia al fiume. La Morte obbedì, si inginocchiò con la sua grande falce per raccogliere la paglia, cadde in acqua e rimase intrappolata lì dentro.
Miseria non vide alcun motivo per liberare la Morte. Ne seguì un caos mondiale : i becchini non avevano più lavoro, i notai non potevano più redigere testamenti, gli anziani erano sempre più numerosi e nessuno poteva più ereditare.

Carlo Magno dovette risolvere questo problema. Chiamò a sé scienziati e medici e li incaricò di trovare un veleno estremamente efficace che uccidesse le persone che la Morte non riusciva più a prendere. Ma tutto questo non servì a nulla. Solo un miracolo della Provvidenza poteva porre rimedio a questa drammatica situazione. Si manifestò sotto forma di un cavaliere di Como, che si stava dirigendo verso nord e attraversava l’Onsernone. Voleva rinunciare al mondo e vivere da eremita in una grotta sulle Alpi. Una sera, mentre si avvicinava al ponte maledetto, aveva sete e andò al fiume, dove la Morte era ancora prigioniera.

- Cosa ci fai qui, signor Morte, invece di adempiere al tuo compito nel mondo?
- Miseria, la donna che vive nella capanna vicino al fiume, non vuole lasciarmi libero.
- Sistemerò subito la cosa.


Il cavaliere andò da Miseria e le spiegò in che gran confusione avesse messo il mondo. Miseria, pentita, andò al fiume per liberare la Morte, ma gli fece promettere che sarebbe venuto a prenderla solo se lei lo avesse chiamato.

- Con l’aiuto di San Remigio riuscirò a mantenere questa promessa.

Una volta liberato dall’acqua, la Morte riprese il suo lavoro e – per portare a termine il compito più in fretta – chiese aiuto ai medici.

Fino ad oggi Miseria non ha chiamato la Morte e per questo in tutto il mondo si incontra Miseria – la miseria.

Russo

Ho sentito parlare di Russo in paese per un motivo piuttosto curioso: la vendita delle cittadinanze

In passato, molte persone hanno richiesto e ottenuto la cittadinanza svizzera tramite l'attinenza comunale di Russo (e più in generale dei comuni della Val Onsernone) principalmente per motivi di sopravvivenza economica legati al fenomeno storico della "vendita" delle cittadinanze.

Questo fenomeno, diffuso in diversi comuni periferici e poveri del Canton Ticino tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo, rispondeva a precise dinamiche storiche.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, il crollo dell'industria locale della paglia e l'isolamento geografico gettarono la Val Onsernone in una profonda miseria. I piccoli comuni come Russo non avevano le risorse finanziarie per costruire infrastrutture fondamentali (come le strade di collegamento, gli acquedotti o le fognature) né per far quadrare i bilanci.

Dato che in Svizzera la cittadinanza nazionale è subordinata all'ottenimento dell'attinenza comunale (si diventa svizzeri solo se si è accettati da un Comune), molte amministrazioni locali ticinesi sfruttarono un vuoto legislativo dell'epoca. Iniziarono così a concedere l'attinenza a facoltosi cittadini stranieri (spesso italiani, tedeschi o francesi) in cambio di ingenti somme di denaro (tasse di naturalizzazione).

I richiedenti non avevano alcun reale interesse a trasferirsi a vivere a Russo, un villaggio alpino allora impervio. Pagavano la tassa unicamente per ottenere il passaporto svizzero, che garantiva neutralità, protezione diplomatica e libertà di movimento internazionale durante i periodi di forti tensioni politiche o guerre in Europa. Per il comune di Russo, queste entrate rappresentavano una vera e propria boccata d'ossigeno per finanziare le opere pubbliche ed evitare il fallimento finanziario. 

Questa pratica creò una discrepanza storica enorme: il comune si ritrovò ad avere molti più cittadini "sulla carta" nel mondo (persone con luogo d'origine Russo sul passaporto) rispetto agli abitanti che risiedevano effettivamente nel paese. Il fenomeno andò progressivamente scomparendo con l'irrigidimento delle leggi federali sulle naturalizzazioni, che imposero severi vincoli di residenza effettiva sul territorio.

Elementi religiosi

Tappa obbligatorio in ogni paese é la chiesa, con la speranza di trovare qualche particolarità che va oltre al crocefisso sull'altare o i quadretti della via crucis sulle pareti. A Russo a farla da padrone é l'enorme San Cristoforo sulla parete esterna della chiesa.

Come spesso accade la parte non protetta dalle intemperie risulta molto rovinata ma in questo caso il visto del santo e del cristo che porta in spalla trasmettono ancora piacevoli sensazioni alla vista

Il dipinto è databile al XV secolo. San Cristoforo è tradizionalmente raffigurato come un gigante intento a trasportare Gesù Bambino attraverso un fiume impetuoso. Per questo motivo è stato a lungo venerato come patrono e protettore dei viandanti, dei pellegrini e di tutti coloro che si dedicavano al trasporto di persone o merci.

La consuetudine di raffigurare San Cristoforo in grandi dimensioni sulle facciate esterne delle chiese, particolarmente diffusa nelle valli alpine e in Ticino, era legata a un'antica credenza popolare. Si riteneva infatti che chi avesse contemplato l'immagine del Santo all'inizio della giornata sarebbe stato preservato da una morte improvvisa durante il viaggio o lungo il proprio cammino

Dentro la chiesa scovo i presunti resti del martire San Vincenzo

Questa teca custodisce il corpo santo (o santo delle catacombe) di San Vincenzo Martire.
L'iscrizione recita infatti "S.C. S. VINCENTII M." (Sanctum Corpus Sancti Vincentii Martyris).

Questi tipi di simulacri, diffusi a partire dal XVII secolo, presentano caratteristiche uniche: i "Corpisanti". Si tratta di scheletri interi o parziali estratti dalle catacombe romane, identificati originariamente come martiri cristiani per via dei simboli rinvenuti nelle sepolture (come la palma del martirio). 
Le ossa venivano ricomposte ed elegantemente rivestite all'interno di una figura antropomorfa in cera, cartapesta e ricchi tessuti ricamati, spesso abbigliata come un antico soldato romano o un nobile.

Mi lascio Russo alle spalle per percorrere i pochi chilometri che lo dividono da Mosogno. Finalmente sono solo in mezzo alla natura.

Tra Russo e Mosogno

Barione

Giungo in vista di uno degli innumerevoli punti di interesse della valle. Fin dal primo sguardo percepisco che questa chiesetta situata appena sopra l'abitato di Mosogno ha un aurea speciale e può riservare qualche piacevole sorpresa. L'unico timore che ho mentre mi avvicino ad essa é quella di trovarla chiusa, e non mi sorprenderebbe nemmeno più di quel tanto.

Vista su Barione tra Russo e Mosogno

Situato nella bella campagna del Bairone (o Barione?), l'oratorio è dedicato alla natività di Maria, che cade l'8 settembre. Ogni anno in tale data viene celebrata una messa. La storia dell'edificio sacro inizia nel 1657, quando fu edificato, ma senza le due cappelle laterali. Quella a destra è stata fatta realizzare dalla famiglia Vanotti, quella a sinistra dall'illustre notaio Tommaso Rima nel 1767.

Siamo al momento clou, non c'é nemmeno l'emozione stile roulette russa di dover scoprire se la chiesa é aperta o meno pigiando sulla maniglia. La porta é infatti spalancata.

Ho sempre amato i primi istanti dall'ingresso nelle chiese, in primis per la sensazione di fresco che si percepisce appena varcata la soglia, in secondo punto per scoprire a colpo d'occhio i suoi contenuti, un po' come aprire un pacchetto di figurine o un ovetto Kinder, c'é la sorpresina e c'é quel secondo di emozione che anticipa la scoperta del suo contenuto, arricchente o deludente che esso sia.


Sotto il pavimento dell'oratorio, subito dentro la porta, nel 1677 fu costruita una tomba. In quel tempo i morti del Bairone venivano tumulati nel sagrato.

Di notevole nell'oratorio ci sono due reliquiari a tempietto, con rivestimento policromo e dorato, collocati e chiusi nella nicchia a destra e a sinistra dell'altare maggiore. Questi ultimi risalgono al 1675 e furono donati da Romerio Darni e Francesco Ferrazzini.

Il campanile è del 1759, data scritta sull'architrave della porta. In origine aveva due campane, rottesi entrambe e non più rifuse. Per non lasciarlo muto, gli fu messa una campana dell'oratorio di Mosogno Sotto e una del Chiosso.

Oggi l'edificio sacro, iscritto nel elenco dei monumenti storici, necessita di vari interventi. Per questo il Consiglio parrocchiale è intenzionato a promuoverne il restauro generale.

La hit, almeno personalmente, é il quadro Vanotti presente nella cappella a sinistra
Il quadro Vanotti porta la scritta a pennello: "R.F. Mignon pinxit a Valentienne 1707 - Io Giovan Wanot ho fatto fare per mia devotion in Fiandre anno 1707" 
Esso rappresenta la madonna del Monte Aigu, presso Reims.

 
Riproduce il panorama del luogo e la storia dell'apparizione della Vergine e quella del concorso dei pellegrini a quel santuario. In fondo a destra, in grandezza naturale, reca il ritratto del pio donatore all'età di 27 anni e lo stemma della famiglia Vanotti.

Giovanni Vanotti (noto anche come Giovanni Wanot) di Mosogno emigrò nelle Fiandre
Visse a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo

Questa testimonianza storica certifica il percorso migratorio di Giovanni Vanotti, che si era stabilito con successo nelle Fiandre come commerciante o artigiano. Al tempo era comune per i migranti della valle finanziare opere d'arte sacra nei paesi natali come segno di ringraziamento e devozione. 

Molto prima del 1500, in un albero situato al posto dell'altare maggiore attuale, esisteva una statuetta che si invocava con successo contro le febbri. Nel 1587 un devoto la sostituisce con un'altra alta 49 centimetri. 

Nel 1602 per la prima volta si viene in processione. Il 19 luglio 1602 gli arciduchi Alberto e Isabella iniziano la costruzione della prima parte della chiesa attuale e il 21 novembre ci vengono in pellegrinaggio da Bruxelles con tutta la corte. Il quadro dell'altare maggiore è dono dei fratelli Francesco e Tommaso Rima nel 1791.

Degni di nota anche i tre affreschi sulla facciata principale all'esterno

Madonna tra San Giuseppe e San Francesco d'Assisi

Non é proprio ina bella cera quella del vescovo dipinto sulla facciata a destra. Se non fosse per il caratteristico naso adunco e le vesti talari non sarebbe facile riconoscere San Carlo Borromeo, si sempre lui.

L'onnipresente churchstar San Carlo Borromeo

Anche San Cristoforo presenta un colore tendente al cianotico

San Cristoforo a Barione ha l'acqua fin sotto le ginocchia mentre da un passaggio a Gesù.

Nelle varie chiese sparse nella valle trovo diversi quadri a carattere religioso che spesso comprendono anche chi l'ha commissionato. La sensazione é quella che era in corso una vera e propria competizione tra i signorotti della valle per comparire su queste tele devozionali. Il dubbio resta se più per vera e propria fede o se per affermare il proprio status sociale

Un nobile devoto o committente è ritratto inginocchiato in una fervida attitudine di preghiera, con le mani giunte. Indossa abiti aristocratici tipici dell'epoca barocca, caratterizzati da una lunga parrucca bruna, un giustacuore scuro e un colletto in pizzo bianco. Davanti a lui, per terra, c'è un libro di preghiere aperto. 
A sinistra una figura spirituale protettrice, presumibilmente un frate o monaco santo con la barba bianca e il saio scuro (forse identificabile con un santo cappuccino o francescano), assiste il devoto ponendogli una mano vicino alla spalla per intercedere verso la Vergine.

Anche nella chiesa di Loco un signorotto fa capolino nell'angolo in basso.

Questo dipinto è una variante iconografica ex-voto basata sulla celebre effigie miracolosa della Madonna del Sangue di Re, venerata nel celebre santuario situato a Re, nella Valle Vigezzo. In basso a destra: Il committente o donatore del dipinto, raffigurato di profilo, a mani giunte e in atteggiamento di fervida preghiera con un rosario tra le dita.

Lo stemma araldico posto in basso, esattamente al centro tra le due iscrizioni dedicatorie, funge da sigillo di autenticazione e di appartenenza familiare o istituzionale del dipinto ex-voto.

La famiglia Ferrari è una delle stirpi più influenti, ricche e capillarmente diffuse della valle (celebri per i loro palazzi affrescati a Craveggia). Il personaggio ritratto in basso a destra, vestito con abiti neri austeri e dignitosi tipici del notariato o della ricca borghesia vigezzina del XVII-XVIII secolo, potrebbe appartenere a un ramo di questa casata

Mosogno é a un tiro di schioppo da Barione, l'entrata in paese promette bene...


L'immagine mostra uno scorcio del pittoresco villaggio di Mosogno, situato nella selvaggia e verde Valle Onsernone, nel Canton Ticino, in Svizzera. In primo piano si nota la strada che costeggia la caratteristica chiesa parrocchiale di San Bernardo di Chiaravalle

Memento mori a Mosogno

Quello chi mi colpisce qui sono le lapidi poste all'esterno della chiesa. Decido di fare una piccola ricerca su quella che riporta le scritte piu' leggibili; la seconda da sinistra.


Questa iscrizione rappresenta una lapide funeraria storica ("memento mori"), incisa in lingua latina e risalente all'anno 1721, che commemora la tragica o prematura scomparsa di un giovane ("iuniori"). 

Trascrizione del Testo

Il testo scolpito sulla pietra, sebbene parzialmente consumato dal tempo e coperto dalle ombre, può essere letto come segue:

  • 1 7 2 1 (L'anno della morte)
  • VII OCTOBR (Il 7 di ottobre, scritto in numeri romani e abbreviazione di October)
  • D O M (Abbreviazione di Deo Optimo Maximo, "A Dio, il più buono, il più grande")
  • [Simbolo del teschio con le ossa incrociate]
  • DUM ADHUC ("Mentre ancora...")
  • ORDIRER ("...stavo tessendo / iniziavo la mia vita...")
  • UCCIDIT ("...[la morte] stroncò...")
  • ME ("...me.")
  • THOME ("Di Tommaso / A Tommaso...")
  • IUNIORI ("...il più giovane / iunior").

Significato e Contesto Storico

La parte centrale dell'epigrafe ("Dum adhuc ordirer, uccidit me") è una celebre citazione biblica tratta dal Libro di Isaia (38,12), tradizionalmente tradotta come "Mentre stavo ancora tessendo la mia tela, mi ha tagliato il filo". Veniva utilizzata frequentemente sulle lapidi cristiane del XVII e XVIII secolo per indicare una morte improvvisa, inaspettata o avvenuta in giovane età, strappando la persona nel pieno dei suoi anni. 

La metafora del telaio rappresenta il lungo processo di costruzione di qualcosa di prezioso: il filo simboleggia il tempo, la pazienza e l'impegno necessari per dare forma a un'opera con dedizione e costanza.

Il taglio improvviso del filo assume invece un forte valore simbolico, evocando un'interruzione brusca e inattesa. Può rappresentare l'azione di una persona invidiosa o negligente, oppure un evento imprevedibile che il destino pone sul cammino.

Questa immagine richiama il mito delle Moire, o Parche nella tradizione romana, le divinità che tessevano il filo della vita di ogni essere umano e lo recidevano quando giungeva il momento della morte.

Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca.

Finisce qui il primo tratto a piedi, devo di nuovo aspettare il postale che mi porterà a Loco

Loco

Costruito in pietra viva nel 1506, il campanile di Loco svetta accanto alla struttura della chiesa parrocchiale. Quello che mi ha attirato già ad un primo sguardo mentre risalivo la valle in postale al mattino era il colore vivace che fa da cornica all'orologio. Troppo lontano e troppo poco tempo per carpire altri dettagli. Ma era solo questione di tempo, mi sono annotato questa ennesima pendenza da visitare in giornata, ed infine eccomi qui!
 

Sotto il grande quadrante con numeri romani è raffigurata una divinità allegorica del tempo (Chronos / il Tempo che scorre) distesa sul fianco, affiancata da putti.

Nella parte inferiore si legge chiaramente il motto: FUGIT FRENA NON REMORANTE HORA (Il tempo fugge, l'ora non frena né indugia), un classico monito della tradizione barocca e rinascimentale sulla natura fugace del tempo.

All'interno della chiesa poi trovo tre quadretti piuttosto inusuali che decido di immortalare ripromettendomi di cercare di capire qualcosa di più.

Primo quadretto

La prima opera raffigurata nell'immagine rappresenta la celebre visione di Sant'Antonio di Padova, una delle iconografie più note dell'arte sacra cristiana, in cui il Santo riceve la visita di Gesù Bambino. Si tratta di una piccola tavoletta dipinta, riconducibile alla ricca tradizione italiana degli ex voto o delle tavolette votive.


Il dipinto immortala un momento di intensa spiritualità e raccoglimento attraverso una composizione ricca di significato.

Al centro della scena, Sant'Antonio è rappresentato in ginocchio, avvolto nel tradizionale saio marrone dell'Ordine francescano. Con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso l'apparizione, il Santo esprime un atteggiamento di profonda devozione e contemplazione.

Di fronte a lui appare Gesù Bambino, circondato da un'aureola luminosa e raffigurato in piedi sopra un mobile o un piccolo altare. Con le braccia protese verso Sant'Antonio, il Bambino sottolinea il legame privilegiato tra il Cristo e il Santo, elemento centrale di questa iconografia.

Sullo sfondo, sulla sinistra, si distingue infine una figura che osserva la scena attraverso una porta socchiusa. Questo particolare richiama direttamente il celebre episodio tramandato dalla tradizione: il conte Tiso, che aveva ospitato Sant'Antonio a Camposampiero, notò una luce intensa provenire dalla stanza del frate e, sbirciando dalla porta, fu testimone della miracolosa apparizione di Gesù Bambino.

Secondo quadretto


La forte presenza dei confratelli incappucciati (visibili nel dipinto) rispecchia i riti e la storia delle reali confraternite cattoliche attive nella parrocchia fin dal XVII secolo, come la Confraternita del Santissimo Rosario, che accompagnavano i momenti liturgici e processionali della valle.

Del SS. Rosario, concessa il i 7 giugno 1656 dal padr·e generale dei Domenicani Gìo. Ballista De-Marini, !'iconosciuta ii1 Como il l4 ollnbt·e 1659, affidata alla chiesa nuova il 10 marzo 1729.

Terzo quadretto

L'immagine illustra un celebre episodio devozionale e allegorico legato al Santo e alla lotta contro le tentazioni e l'azione di Satana: 

Elementi e significato dell'operaSan Francesco d'Assisi (al centro): Raffigurato con il tipico saio marrone francescano e la chierica, tiene le braccia allungate fungendo da mediatore e protettore tra le altre due figure.


La persona tormentata (a sinistra): Un uomo (o giovane novizio) che sembra patire gli effetti fisici o spirituali di una possessione o di un peccato (rappresentato dal getto o alterazione cromatica sul volto e sulla veste). San Francesco interviene stendendo la mano verso di lui per confortarlo, guarirlo o assolverlo. [
Il diavolo (a destra): Una figura zoomorfa scura, dotata di corna, coda e zampe artigliate, che stringe un foglio di carta (un cartiglio o documento). Questo elemento rappresenta tradizionalmente il "registro dei peccati" o un patto ingannevole che il demonio usa per rivendicare l'anima della persona. San Francesco, bloccando il braccio del diavolo, annulla e respinge la minaccia spirituale.

Quarto quadretto


La scena sembra riprodurre il celebre episodio agiografico del Miracolo eucaristico della mula (o del mulo), tradizionalmente attribuito a Sant'Antonio di Padova, in cui un animale affamato si inginocchia davanti all'Eucaristia rifiutando il cibo offerto da un non credente

Esco. Una piccola incursione nel cimitero (allegria) per vedere tra le altre questa splendida scultura funeraria

Via delle Vose

La Via delle Vose è il più antico e più veloce collegamento tra Loco e Intragna. Su questa via, nel XVIII e XIX secolo, le donne della Valle Onsernone portavano fasci di paglia e pacchi pieni di cappelli e bordure in paglia, destinati all’industria della moda in Italia e in Francia.

Lungo il suo percorso sono tuttora presenti diverse testimonianze della vita, delle attività e dell’importanza che rivestiva in passato la Via delle Vose. Innanzitutto, si segnalano i lunghi tratti strutturati con selciato in pietre, le imponenti murature di sostegno e le numerose cappelle che rappresentavano dei punti di sosta e di rifugio lungo il percorso (se ne contano ben 17).

Fino da tempi remoti esisteva la strada o sentiero che dalla frazione di Vosa immette alla Valle Onsernone. Per essa si fa transitare il bestiame che si manda sulle alpi ,di quella Valle, ed è l' unica strada di comunicazione della vallata stessa . Nel l 772 Onsernone domandò che la della strada fosse riattata sino alla Valle Scherpia (confine con Onsernone), essendo divenuta pressochè impraticabile. Mediante una convenzione dell'anno 1773 Intragna si obbligò a mantenere in perpetuo la detta strada, tenendola in buono stato sino al confine, ed Onsernone alla sua volta si obbligò a mantenere le strade sul proprio territorio per il libero passaggio del bestiame che si conduce su quelle alpi. Ratificata nello stesso anno la della convenzione' ed approvati i piani della strada da riattare, si fecero le pratiche per la relativa ricostruzione, la quale fu eseguita nel 1776 e collaudata nel 1777.


Il sentiero parte da Loco e inizia subito a scendere verso il fondovalle, occorre attraversare il fiume per passare sull'altro versante. Finalmente avrò modo di vedere quello che dall'alto si percepisce solamente.

Niva

Arrivo in località Niva dove mi aspetta un oratorio (purtroppo chiuso)

Oratorio di San Giovanni Neponucemo
L’oratorio è dedicato a San Giovanni Nepomuceno, protettore di chi attraversa ponti e corsi d’acqua; gli fanno da cornice numerosi e scenografici vigneti terrazzati che sono stati recuperati dall’abbandono.

Poco più in la un altra sorpresa: un torchio. Anche in questo caso purtroppo la costruzione risulta chiusa e possono solo dare una sbirciata al suo interno

Nel piccolo nucleo di Niva di Dentro, che fino alla metà dell'Ottocento era una Terra abitata tutto l'anno, si é conservata intatta questa imponente "macchina" per la spremitura delle vinacce la cui funzione eral legata alla disponibilità di grandi quantità di uva da torchiare. Si intuisce quindi come la frazione di Niva fosse stata nel passato lontano un luogo dove la produzione vinicola era molto importante anche dal profilo economico.

Niva di dentro

La sua costruzione dovrebbe risalire alla fine del XVI secolo: l'esame dendrocronologico eseguito sulla grande trave orizzontale fissa la data del suo taglio e della messa in opera all'anno 1596. Il torchio fu in esercizio per circa due secoli, cessando di essere utilizzato verso l'inizio dell'Ottocento, in concomitanza con il declino della produzione vitivinicola del luogo.
Dal momento della sua smobilitazione il torchio é fortunatamente rimasto intatto fino ai giorni nostri non avendo subito danno o demolizioni. 

Di notevole interesse é la grande vasca in pietra costituita da un unica lastra di 2m x 1.5m per raccogliere il mosto e il vino sottratto alle vinacce. È anche l'unico elemento che riesco ad immortalare


Nel torchio a leva – detto anche piemontese – la pressione esercitata sulle vinacce è data dall'elevato peso della lunga trave orizzontale e dal suo movimento di compressione dall'alto verso il basso, prodotto dalla rotazione della grossa vite verticale di legno mossa dall'«orzo del torchio». La vite è fissata alla sua base ad un pesante masso di pietra che funge da contrappeso.

1. Albero (trave di pressione): 7.45m
2. Vite (compreso il peso in pietra): 5m
3. Madrevite
4. Peso in pietra
5. Montanti 3m
6. Piano torchiatura
7. Scanalatura per inserimento dei "calastri"
8. Pietra di contrappeso

Le fasi della torchiatura dipendono quindi dallo spostamento del fulcro per determinarne il movimento a leva.

1. Posizione della trave di pressione nella fase iniziale. Sul piano di torchiatura, quasi sempre in pietra, vengono collocate le vinacce fermentate che sono poi ricoperte da un castello formato da assi.

2. Il movimento rotatorio della vite innalza il braccio della leva fino al punto in cui è possibile togliere i «calastri» che fungono da fulcro, collocati nella scanalatura.

3. I «calastri» vengono poi introdotti di seguito nella leva nella scanalatura passante per i montanti posteriori. L'albero man mano che si abbassa, con il movimento della vite, fa perno su questi sostegni. In tal modo avviene la torchiatura, la quale crea una forte pressione sulle vinacce.

4. Alla pressione della leva viene poi ad aggiungersi anche il peso della pietra ancorata alla base della vite stessa, sollevandosi anche dal suolo. Durante l'ultima fase di rotazione della vite, in questo modo le vinacce sono prosciugate dal vino, che viene raccolto in una vaschetta di legno. Normalmente la torchiatura avviene «tre volte» e, alla fine, rimane una massa compatta e asciutta, che poteva ancora essere distillata con l'alambicco per ottenere grappa.

Il ponte di Niva 

1. Ponte di Niva
2. Cimitero dei "Carasc"
3. Oratorio di San Giovanni Nepomuceno (1749)
4. Torchio di Niva di dentro
5. Oratorio dei Prei

Il nubifragio, che si abbatte sul Ticino e più in particolare sulle valli del Locarnese il 7 e 8 agosto 1978, sconvolge il volto dell'Onsernone lasciando dietro di sé incredibili danni e desolazione. In poche ore, l'intensità delle precipitazioni supera l'equivalente della media pluriennale di tutto il mese di agosto. Tutti i ponti sopra l'Isorno e il Ribo, tra i quali il ponte della Neveria sotto il villaggio di Mosogno, sono portati via dall'irruenza dei fiumi in piena.

Vecchio ponte di Niva 1973
Una pergamena del 1269, ci informa che qui vi era già nel Medioevo un ponte per accedere alla Valle Onsernone.

Il 7 agosto 1978. il ponte in pietra della metà del XVI, fu travolto dall'ondata di piena del fiume Isorno. Subito dopo quella disastrosa alluvione, l'esercito costruì una passerella per garantire la percorribilità della mulattiera.

Nel marzo 2016 è stato posato il nuovo ponte, la cui struttura portante è formata da due centine ad arco in legno di larice.
"L'opera è stata concepita dal prof. Christian Menn, già professore all'ETH di Zurigo e progettista di parecchi ponti. sia in Svizzera che all'estero.

Attraverso il fiume e il sentiero inizia a salire dall'altro versante. È completamente immerso nel bosco e sale in maniera costante. Sono molte le cappelle che incrocio, alcune regalano scorci che profumano di antico


Dopo il ponte, il sentiero sale dall’altra parte della valle verso le due Vose da cui prende il nome la mulattiera: Via delle Vose. Qua e là si notano anche dei muri che circondano un pezzo di terra quasi pianeggiante, un tempo coltivata, ma che oggi il bosco sta reclamando per sé. In una buona mezz’ora, dal ponte dell’Isorno si raggiunge Vosa

Cappella Jelmorini -  Le cappelle delle sorgenti miracolose

Una delle più affascinanti é piuttosto recente, si situa in una delle prime radure all'uscita del bosco, ora il sentiero spiana e si percepisce che si sta per arrivare sul valico, stiamo per uscire dalla valle Onsernone

Data di costruzione: 1927; committente: Pierino e Lucia Jelmorini
 
Una sorgente scorre ai suoi piedi, raccolta in una vasca di granito che funge da lavatoio.

Madonna di Caravaggio, incoronata, in piedi, benedicente giovane contadina inginocchiata che ha appena terminato la raccolta con la falce di un fascio di erba di bosco. Ai loro piedi una sorgente da cui sgorga acqua, e una pianta. Paesaggio con basilica e alberi.

Cappella dell'Oratorio di Vosa

Poco dopo la cappella Jermorini incappo nell'oratorio di Vosa con annessa cappella. 

Data di costruzione: 1750 ca.; committente: Theodoro Giubini

Sulla parete esterna l'unica morte trovata durante la giornata a ricordarmi la caducità della vita. Si, oggi ho usato bene il tempo, il monito della morte col passare degli anni si é trasformato da spauracchio ad incentivo.

Inizia ora la lunga discesa verso Intragna, una costruzione su tutte cattura la mia attenzione: strano trovare un edificio simile da queste parti, penso si tratti di una casa di vacanza una residenza di gente agiata....e invece mi sbaglio alla grande...

L'edificio raffigurato nella fotografia è l'ex scuola di Pila, una frazione collinare situata sopra Intragna, 

Si tratta di una tipica costruzione rurale ticinese a più piani, testimonianza dell'architettura tradizionale della regione. In passato l'edificio ospitava la scuola del villaggio, svolgendo un ruolo fondamentale nell'istruzione dei bambini delle piccole comunità montane circostanti. La sua presenza ricorda un'epoca in cui ogni frazione disponeva di una propria scuola, contribuendo alla vita sociale e culturale del territorio.

In vista di Intragna

All’improvviso si apre un panorama ampio, vedere nitidamente il fondovalle dopo una giornata passata in una valle stretta e angusta ha un certo effetto.

In basso a destra Intragna. In lontananza il lago Maggiore

Paolo Giuseppe Bustelli

Quasi casualmente capito su un fatto di sangue capitato da queste parti, più precisamente proprio a Intragna, che corrisponde anche con l’arrivo della mia splendida giornata. Se poi ci aggiungiamo che il mandante fu un onsernonese il fil rouge é completo

Nel 1758, Don Paolo Giuseppe Bustelli venne barbaramente ucciso a colpi d'accetta all'interno del proprio paese.

Prevosto. D. Paolo Giuseppe Bustelli pretlello, al quale, come ai di lui successori, nel maggio del 1747, venne dal Vescovo Neuroni conferito il titolo di prevosto. Morì nella mattina del 13 gennaio 1758, crudelmente assassinato da un empio sicario e sepolto avanti l'Altare Maggiore di S. Gottardo.

La tradizione racconta che l'assassinato parroco essendo anche Vicario della Valle Onsernone, un onseroonese che voleva obbligarlo a legettimare una sua tresca illecita e scandalosa, per vendicarsene si portò nottetempo ad Intragna, scalò il muro dell'orto parrocchiale, attese che il povero Bustelli aprisse la porta, e con una scure gli tagliò il collo. In quella notte, essendo nevicato, per non lasciare traccia a sospetto sopra di lui fece uso d'un paia scarpe da donna. Il cadavere dell'assassinalo prevosto fu rinvenuto la mattina immerso nel proprio sangue, sul limitare della porta della casa parrocchiale. L'assassino venne poi scoperto e condannato al taglio della testa. La di lui mano omicida fa lasciata parecchio tempo appesa in luogo esposto al pubblico, appesa all'ingresso della casa parrocchiale, a triste ricordanza del fatto.

Sono ormai sopra l'abitato di Intragna, 

Il campanile di Intragna svetta maestoso come un faro, un punto di riferimento di queste vallate.
La mia gita é finita e scorono dentro me le centinaia di immagini e scenari osservati. Sono questi i pensieri che mi accompagnano mentre rientro a Locarno sul trenino della centovallina.

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