Anche se il nome suggerisce la presenza esatta di cento valli, in realtà si tratta di un numero imprecisato ma altissimo di gole, sporgenze e piccoli valloni scavati dai torrenti lungo il fiume Melezza.
Già nel Medioevo (nel 1185) la zona era nota con il nome latino di Centum valles.Questa volta però mi trovo dall’altra sponda della valle che ho avuto modo di percorrere in passato, e come vedremo porta a emigrazioni diverse per destini simili.
Arrivo a Camedo via trenino Centovallina, da lì seguo il sentiero (che in realtà segue per quasi la totalità la strada) fino a Borgnone. La giornata é splendida, la valle bella come non mai, mi sento già completamente immerso e lontano da tutto e tutti.
Strada vs. Ferrovia
La via del Mercato
il trasporto era un compito quasi sempre esclusivamente femminile.
Il patrimonio in pericolo
I tre livelli
Il patrimonio perduto
Alcuni tratti della via del mercato sono andati persi proprio per la costruzione della strada carrabile. Le strade che portano ai villaggi superiori sono state costruite negli anni '50, quindi in tempi in cui non ci si faceva tante domande, si sceglieva la strada, il percorso migliore e tutto quello che era lì andava distrutto.Un pezzo di via del mercato è andata distrutta. Delle stalle sono state eliminate, delle case, per esempio sulla strada, proprio dietro la chiesa di Brognone c'era un'osteria, è stata demolita per far posto alla strada. E forse quello che fa ancora più tristezza, c'era una via Crucis. A Camedo, davanti alla chiesa c'è una cappella, quella è la seconda stazione di una Via Crucis.
La prima stazione si trova sulla facciata davanti alla chiesa, è stata pitturata con una mano di bianco, non esiste più, ma é stata trovata grazie a una fotografia storica. Sappiamo che adesso è lì sotto la prima stazione. E poi probabilmente tutto il resto, le stazioni sono 14 in una Via Crucis, saliva fino a Borgnone. Purtroppo lungo il sentiero di una volta dove oggi passa la strada. E quindi a quei tempi la modernità che risaliva i fiumi, risaliva le valli, si è portata via tanti oggetti come questi.
La cappella dei Salé
La cappella dei Salè, che ha fatto l'oggetto di un intervento di restauro. L'inverno scorso é stato rifatto il tetto e da questa primavera fino al mese di agosto sono stati fatti i restauri degli affreschi. È un oggetto particolarmente pregevole, prima di tutto perché non è una piccola edicola, è proprio una cappella grande, con questo grande portico e con dei dipinti molto generosi, molto preziosi che risalgono al 1694. Quindi questa cappella ha 332 anniSi trovava in uno stato pietoso; qui tutto attorno al bosco ci sono diversi ceppi per terra; una tempesta nell'estate 2017 ha fatto cadere tanti alberi, alcuni alberi sono caduti sopra la cappella, hanno fatto entrare acqua e hanno rovinato in maniera molto rapida gli interni. Come se non bastasse nel '54 il prete di Borgnone ha chiesto a un pittore di dare un colpo di mano bianca su tutta la cappella ad eccezione dei dipinti centrali.
Tante volte questa era la pratica, si diceva: "Vabbè, una parte rovinata dà fastidio alla vista, la copriamo col bianco e teniamo solo quello che è ancora in buono stato". Per esempio, tutte le decorazioni floreali. Rimaneva praticamente solo quello che si trova all'interno delle cornici. C'era solo questo. Tutto quello che era all'esterno era stato coperto con una mano di bianco.
Sono state fatte delle scoperte molto belle, ad esempio alcune figure, come una donna che alza le tre dita, trinità, o come il soldato che scappa. Il medaglione ha permesso di scoprire che questa Madonna è la Madonna della campagna di Piacenza. Caso unicum in Ticino. Ci sono le Madonne di Re, la Madonna del Rosario, la Madonna col Bambino, la Madonna di Ansieda, ce ne sono tantissime di Madonne rappresentate, alcune sono particolarmente comuni.
Ci sono tantissime Madonne di Caravaggio, ad esempio, ma la Madonna di Piacenza è l'unica finora censita in Ticino. Il medaglione era stato coperto da uno strato di pittura bianca.
Quindi il lavoro che probabilmente al pittore negli anni '50 ha richiesto un paio d'ore di tempo, ai restauratori oggi ha richiesto centinaia di ore col bisturi a far saltar via gli strati di pittura bianca e anche molti soldi, evidentemente.
Come spesso accade nelle parti basse l'intonaco è proprio stato saltato via, ci sono delle parti irrecuperabili, che non esistono più, mentre spesso come succede nelle parti alte invece i dipinti si conservano in migliori condizioni. Questo a causa soprattutto dell'umidità di risalita che sale dal terreno.L'occasione di questi interventi di restauro è anche quella di andare a fare un lavoro sul terreno, per scoprire, per mettere in sicurezza e valorizzare gli affreschi, ma è anche sempre un'occasione propizia per andare a fare un po' di lavoro negli archivi e cercare di resuscitare la storia che sta attorno a un oggetto come questo. Alcune volte cercando di capire chi è il pittore, in questo caso rimane ancora ignoto.
Si può dedurre che fosse un pittore venuto apposta in valle perché come si vede dopo ci sono altri dipinti fatti da questo pittore qui vicino, a un pittore locale non sarebbe mai venuto in mente di dipingere una Madonna della campagna di Piacenza. Esiste una chiesa a Piacenza dove è raffigurata questa Madonna che tiene un fiore in mano. Probabilmente queste famiglie, questa famiglia Guizzi era presente in Emilia Romagna dove ha fatto venire un pittore.
Guizzi e Tondù, due emigrazioni di successo
In tutti questi villaggi, gran parte di ciò che si vede, queste case, alcune anche di notevoli dimensioni, e queste chiese, è il risultato di emigrazioni che hanno avuto successo. Pensiamo, per esempio, alla chiesa di Borgnone: non l'abbiamo visitata all'interno, ma sappiamo che è ricca di dipinti e affreschi.
Rimanere sul posto e vivere esclusivamente dei prodotti della terra permetteva certamente di sopravvivere, ma molto difficilmente consentiva di accumulare le risorse necessarie per costruire edifici di questo genere. Dietro una casa importante, una chiesa riccamente decorata o un'opera pubblica, c'è quindi spesso la storia di qualcuno che è partito, ha avuto fortuna altrove ed è poi riuscito a reinvestire parte delle proprie ricchezze nel paese d'origine.
La persona che non partiva e rimaneva in valle faceva il contadino, la sua dimostrazione della propria fede era magari una piccola cappella. Per costruire una cosa più importante c'è sempre dietro una storia di emigrazione. E da Lionza e Borgnone ci sono due famiglie che si distinguono in modo particolare, i Guizzi e i Tondü, i quali costruiscono un palazzo. Queste due famiglie sono imparentate, evidentemente per non disperdere i beni della famiglia ci si sposava anche tra famiglie, c'erano delle politiche matrimoniali ben calibrate.Queste due famiglie emigrano verso due direttrici: una è l'Italia centrale, la Toscana e l'Emilia Romagna, dove commerciano tessuti, si arricchiscono col commercio di tessuti, tessuti pregiati, la seta in modo particolare. E l'altra direttrice, forse quella ancora di maggior successo, è quella verso l'allora Impero austriaco, Vienna e dintorni. Questo Domenico Guizzi é stato trovato negli archivi proprio li.
Bisogna dire che ce ne sono diversi Domenico Guizzi, perché come sempre in questi villaggi non avevano una grande fantasia nel scegliere i nomi. Quindi Antonio figlio di Antonio, padre di Antonio e nonno di Antonio. Era abbastanza classico. È curioso, per esempio, nelle lettere degli emigranti, quando magari una moglie rimasta a casa annuncia nella lettera la nascita del figlio al marito emigrato, è divertente constatare che tante volte la moglie non dice neanche il nome che è stato dato al figlio, perché è dato per scontato che sarà lo stesso del padre.
Domenico Guizzi ne abbiamo tanti, però probabilmente questo è nato nel 1634 a Lionza. Nel 1670 sposa Domenica Bianchi di Costa sopra Borgnone e due anni dopo hanno il primo figlio e più o meno nel '73, '74 emigrano a nord di Vienna per svolgere il mestiere di Spazzacamino.
Spazzacamini
Per capire l’importanza di questa attività bisogna però immaginare un mondo in cui non esistevano le assicurazioni. La perdita di una casa a causa di un incendio poteva vanificare gli sforzi accumulati nel corso di molte generazioni. Costruire una casa significava investire le risorse proprie, quelle del padre, del nonno e degli antenati: un patrimonio costruito lentamente e trasmesso di generazione in generazione. Un incendio, in assenza di qualsiasi forma di assicurazione, poteva quindi rappresentare una vera catastrofe.
E sappiamo quanto gli incendi fossero frequenti e devastanti nelle città del passato. Il caso più famoso è probabilmente quello del grande incendio di Londra, nel 1666, immortalato anche da numerosi artisti nelle loro raffigurazioni della città avvolta dalle fiamme.
Il legno, accanto alla pietra, era uno dei principali materiali da costruzione e le abitazioni erano spesso addossate le une alle altre. In queste condizioni, un incendio poteva propagarsi con estrema rapidità. Il rischio era quindi concreto e costante. Per questo motivo le autorità cittadine emanavano regolamenti molto severi, imponendo ai proprietari di mantenere puliti i camini e le canne fumarie e stabilendo, in molti casi, l'obbligo di farli pulire almeno una volta all’anno. I regolamenti prevedevano anche multe e altre sanzioni per chi non rispettava queste disposizioni.
Si creava così una vera e propria domanda obbligatoria di servizi di spazzacamino.
Oggigiorno, oltre alla presenza in Ungheria di diversi cognomi originari delle Centovalli, sussistono ugualmente altre tracce che ci ricordano l'emigrazione di nostri antenati spazzacamini in questo lontano paese.
Vienna era separata in 18 quartieri i quali venivano messi all'asta. E i nostri antenati erano molto intraprendenti e compravano queste, a quel tempo le chiamavano le privative, il diritto di essere gli unici a poter esercitare quel mestiere in un determinato perimetro. Erano spesso delle privative che si compravano senza scadenza, quindi passavano con l'eredità. Questo faceva sì che la vedova di uno spazzacamino, malgrado avesse una certa età, trovasse subito marito, perché erano dei diritti preziosi, che permettevano la nascita di aziende di successo.
Spesso, cosa molto affascinante, questi emigranti, malgrado poi si stabilissero in maniera definitiva nei luoghi di destinazione, non si dimenticavano casa.
Non sappiamo se è tornato o non è tornato per dei soggiorni. Sappiamo però che lui definitivamente con la sua famiglia si stabilisce in Austria. Infatti nei registri parrocchiali il nome dei Guizzi, a partire dalla fine del '600 scompare. Non lo troviamo più. Proprio perché queste emigrazioni di successo poi li fanno rimanere là.
Probabilmente questa cappella risponde alla volontà di questo Domenico Guizzi di lasciare una traccia nella sua terra d'origine, 20 anni più o meno dopo la partenza, probabilmente al momento in cui aveva già raggiunto un certo benessere economico, dopo 20 anni di lavoro in Austria, e ha voluto lasciare traccia del proprio nome, perennizzare il proprio nome nel tempo e, alla luce del fatto che sono qui oggi, è riuscito nel suo intento.
Non si andava solo in Austria. Vienna in particolare era la New York del '900. Era il posto dove tutti guardavano con brama. Vienna era la capitale del mondo occidentale assieme a Parigi. Mozart è andato a fare la musica a Vienna, non è andato a San Francisco. Era lì il centro del mondo. Però si emigrava nella Vienna Austria, ma anche in tutti gli altri Paesi che oggi compongono l'Europa dell'Est, in modo particolare l'Ungheria, l'attuale Repubblica Ceca, ad esempio, forse qualcosa in Polonia, in Boemia.
Era un'emigrazione questa, degli spazzacamini, ben diversa da quella che conosciamo attraverso il libro di Schwarzer Bruder.
Questo è un altro tipo di emigrazione, emigrazione più tardiva, che risponde a altre dinamiche, risponde soprattutto alla necessità di liberarsi di bocche da sfamare. Nella fine del '700, inizio '800 c'è un grandissimo aumento demografico nelle valli del Ticino. C'è un'esplosione demografica con numeri incredibili. Saremmo ben contenti di avere oggi un pochino di quell'aumento demografico lì per ripopolare la valle.
Ci si trova in una situazione in cui l'emigrazione è una necessità. Mentre questa emigrazione è un'emigrazione di calcolo economico. Non perché qui muoio di fame, ma parto perché lì ci sono delle opportunità di vita economiche interessanti.
Gli scarabocchi
Sono anche dei nomi. Certe volte queste scritte hanno anche un valore storico. È qualcuno che saluta, parto per l'America, addio Borgnone. È inventato, ma ci sono anche cose di questo genere, datate magari 150 anni fa. È qualcuno che abita in paese e che sulla cappella di casa lascia una scritta, un addio.
Non sono sempre facili da leggere. Qui abbiamo un nome, Cometti, Cometta, non si riesce facilmente a decifrare. Questi oggetti sono spesso avvolti in un alone di mistero. Dei nomi, delle scritte, delle date. E lo scopo di una giornata come questa è anche restituire i risultati delle nostre ricerche, ma questo alone di mistero non viene spazzato via completamente, qualcosina rimane.
È anche bello così, che ci sia questo alone di mistero, una parte della storia spiegata, in parte no.
I due versanti della valle
Rasa e Terra Vecchia si trovano dall'altra parte della valle rispetto a Borgnone e Lionza. Essi condividono una particolare pagina della storia dell’emigrazione ticinese: quella che porta in Toscana, soprattutto a Livorno, dove molti emigranti delle nostre valli si dedicarono al mestiere di facchino.I villaggi della sponda destra delle Centovalli, come Palagnedra e Rasa, ma anche quelli delle Terre di Pedemonte, Tegna, Verscio, Cavigliano e Ronco sopra Ascona, hanno tutti un legame con questa storia livornese. Rasa, inoltre, appartiene a quei villaggi sorti in un secondo momento, in un contesto di sviluppo legato anche alle fortune accumulate con l’emigrazione.
Per capire come mai tanti abitanti delle nostre montagne finirono proprio sulle banchine di un porto toscano, bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino al Seicento.
A quell’epoca Livorno era ancora poco più di un villaggio di pescatori. I Medici, però, avevano in mente un progetto ambizioso: trasformarla in una vera città portuale, capace di competere con gli altri grandi scali del Mediterraneo.
Per farlo servivano persone. Gente che arrivasse da fuori, che lavorasse, commerciasse e contribuisse a far crescere la città.
Vennero così emanate le famose Leggi Livornine, una serie di provvedimenti particolarmente liberali per l’epoca, pensati proprio per attirare nuovi abitanti. Le autorità offrivano condizioni favorevoli a chi fosse disposto a trasferirsi a Livorno, contribuendo a creare una città aperta a persone di origini diverse.
In questo contesto si inserisce anche l’emigrazione dalle Centovalli e dalle Terre di Pedemonte. Per molti abitanti di questi villaggi, partire significava cercare un’opportunità che a casa, tra montagne, terreni difficili e risorse limitate, non era sempre possibile trovare.
Livorno diventò così una delle destinazioni dove alcuni emigranti riuscirono a costruirsi una posizione economica solida, soprattutto lavorando come facchini.
Una storia che ci ricorda come, dietro la prosperità di certi villaggi ticinesi, non ci siano soltanto i campi, le case e il lavoro di chi è rimasto, ma anche le fortune costruite lontano da casa.

Nel 1631 o 1632, due emigranti ticinesi, tra cui un certo Tosetti, ottennero dai Medici la privativa per l’esercizio delle dogane del porto di Livorno. L’altro socio, il cui nome non ricordiamo, condivideva questa importante concessione.
Si trattava di un’attività tutt’altro che leggera: comprendeva il carico e lo scarico delle navi, la movimentazione delle merci e la gestione delle operazioni legate ai dazi doganali. Un lavoro faticoso, certamente, ma anche un’opportunità concreta di guadagno.
La concessione aveva una portata notevole. Il contratto prevedeva infatti che almeno cinquanta persone provenienti dalla regione fossero presenti a Livorno per svolgere queste attività.
Per oltre due secoli, fino al 1848, questa organizzazione garantì dunque un collegamento costante tra le nostre valli e il porto toscano. La privativa venne infine revocata dalle autorità che governavano Livorno in quel momento, ponendo termine a un sistema che aveva favorito la presenza di emigranti ticinesi nel mondo portuale.
La storia della sponda destra delle Centovalli, Rasa, Palagnedra, Ronco sopra Ascona e le Terre di Pedemonte, mostra come l’emigrazione non fosse un fenomeno uniforme.
Anche all’interno di una stessa valle, infatti, i percorsi migratori potevano svilupparsi in maniera molto diversa. Alcuni villaggi costruirono i propri legami con Livorno e con il lavoro portuale; altri seguirono destinazioni e attività differenti.
Dietro queste esperienze c’era però un elemento comune: la capacità di cogliere le opportunità offerte dal mondo esterno e trasformarle, quando possibile, in una fonte di prosperità per le famiglie e per i villaggi d’origine.
Il maglio
Appena fuori Borgnone si giunge in un altro contesto, dove il patrimonio si manifesta in una maniera diversa, non attraverso un'opera d'arte, un dipinto, un affresco, ma siamo in un luogo dove sono i bisogni della società civile che vengono soddisfatti. Qui si trovano i resti di un maglio. Il maglio serviva alla lavorazione del ferro. Funziona un po' come un mulino, ha bisogno della forza dell'acqua per far, non girare la ruota di un mulino, ma per far funzionare il martello del maglio sull'incudine.L’acqua veniva prelevata più a monte dal riale e convogliata verso l’impianto. Scendendo, faceva girare la ruota, della quale rimangono ancora alcune tracce nella struttura in pietra. La rotazione veniva poi trasmessa a un grosso trave dotato di denti, che permettevano di sollevare e successivamente lasciare ricadere il martello sull’incudine.

Questa è per la lavorazione grezza del ferro. Il ferro poi andava, per la costruzione degli oggetti più piccoli, lavorato in una fucina più piccola.

Se non fosse stato fatto questo intervento alla cappella vista in precedenza, non dico in un anno, due anni, 10 anni, ma alla fine il destino sarebbe stato questo.
Ogni x generazioni bisogna mostrare un attaccamento alle tracce del passato e occuparsi di fare in modo che queste non scompaiano.
La roccia sopra il maglio è stata spaccata in tempi più recenti, negli anni '40, quando si voleva cercare di sfruttare il sasso. Con la dinamite hanno fatto dei buchi, hanno spaccato la roccia perché volevano fare una piccola cava. E poi si sono resi conto probabilmente che il sasso non era bello o era troppo complicato e hanno lasciato perdere. Però originariamente quando c'era il maglio qui, il sasso non era spaccato.Senza strade le cose le devi portare a mano e quindi le devi andare a cercare il più vicino possibile. Noi oggi diamo per scontato la disponibilità del materiale. Per noi oggi quando calcoliamo il costo di costruzione di qualcosa, di una casa, è il costo di fabbricazione. Una volta il grande costo era portare la roba lì. Le prime case le hanno costruite sicuramente coi sassi che han trovato in giro, ma poi mano a mano ci si doveva allontanare.
Era coperto sicuramente, tutti questi muri erano coperti, c'era un tetto sicuramente. Poi quando una cosa va in rovina i sassi sono recuperati per altre cose. Quindi sicuramente hanno portato via tanto materiale che è servito a costruire qualcos'altro da un'altra parte.
I mulini sono molto fragili perché si trovano sempre a bordo dei corsi d'acqua e dove c'è acqua, dove c'è umidità, le cose durano meno. Si é anche tagliato molto gli alberi attorno perché è importante che ci sia sole quando piove, che le cose si asciugano bene. In un posto così, invece, una cosa che si bagna rimane tutto l'inverno bagnata. La dimostrazione è che in 20 anni questo centrale comincia già a rovinarsi.
C'é anche una carbonaia. Il museo una ventina d'anni fa ha fatto una dimostrazione. Abbiamo trovato nel bergamasco dei signori che stanno ancora a fare i carbonari e avevano tagliato degli alberi qui attorno. È stato fatto un grande mucchio che poi coperto con la terra e si è fatto il carbone. Se si vuole avere del carbone che é stato fatto qui, al museo delle Centovalli ci sono ancora alcuni sacchi.
La sorgente
La sorgente è un po' stata modificata, quindi non è più così calda. Però in inverno, rispetto a quella del fiume, del riale, è meno fredda. Evidentemente le macchine da lavare i vestiti non esistono da sempre e che le donne di un tempo si riunivano in posti come questo a lavare i panni. In estate può essere anche un piacere mettere le mani nell'acqua, ma ci sono almeno sei mesi all'anno in cui non è un piacere mettere le mani nell'acqua e quindi ci si spostava in questi posti dove l'acqua era un po' meno fredda, proprio per fare in modo che fosse una sofferenza meno forte. In ginocchio. Di lavatoi ce ne sono tanti in giro. È stato fatto anche questo, abbiamo fatto gli interventi di restauro di questo tipo di oggetti. A Calezzo, per esempio.I manufatti legati all’acqua sono numerosi nei villaggi, anche se non si trovano necessariamente all’interno degli abitati. Spesso venivano realizzati a una certa distanza, proprio nei luoghi in cui era possibile trovare una sorgente o un corso d’acqua.
Oggi diamo per scontato che l’acqua potabile arrivi praticamente ovunque attraverso le tubature, ma in passato non era affatto così. L’acqua doveva essere cercata e trasportata manualmente. Uno dei compiti quotidiani dei ragazzi era proprio quello di andare con il secchio alla fontana o alla sorgente e riportare l’acqua a casa.
A Borgnone, per esempio, non esiste un vero e proprio lavatoio. Ne rimane uno di piccole dimensioni, mentre quello principale si trovava in un altro punto, favorito anche dalla temperatura leggermente più elevata dell’acqua, che rendeva più agevole il lavaggio durante i mesi freddi.
Sono testimonianze della vita quotidiana che, oltre al loro valore storico, possiedono spesso anche un notevole valore estetico e meritano quindi di essere conservate. La loro tutela, tuttavia, presenta caratteristiche diverse rispetto a quella di un dipinto o di un affresco.
La perdita di una struttura può talvolta essere parzialmente recuperata. Se, per esempio, dovesse crollare il tetto di un edificio di questo tipo, sarebbe probabilmente possibile ricostruirlo utilizzando tecniche e materiali compatibili. La perdita di un affresco, invece, è molto più difficile da compensare: una volta scomparso, il dipinto originale non può essere ricreato.
È anche per questo motivo che, nell’attività di tutela del patrimonio, viene attribuita particolare attenzione alle cappelle e agli edifici che conservano decorazioni pittoriche. L’elemento fondamentale è l’irreversibilità della perdita: ciò che viene distrutto e che costituisce una testimonianza originale del passato non può essere semplicemente sostituito con qualcosa di nuovo.
Lo stesso principio vale per gli interventi di restauro. Circa venticinque anni fa, per esempio, venne rifatto il tetto della cappella di Salè. Non furono utilizzate piode nuove, ma piode antiche di recupero: in parte quelle già presenti sul tetto e in parte provenienti da una cascina che era stata smontata a Borgnone. La scelta non rispondeva soltanto a una questione economica. Utilizzare piode nuove, tutte identiche, della stessa dimensione e perfettamente regolari, su una cappella del Seicento avrebbe rischiato di alterarne l’aspetto e, in qualche modo, di farle perdere parte della sua autenticità. Un materiale completamente nuovo avrebbe creato un contrasto troppo evidente con la struttura antica.
In un altro intervento, invece, vennero utilizzati travetti tagliati in segheria, mentre probabilmente in origine sarebbero stati utilizzati elementi di forma più naturale e irregolare. Ormai anche questa scelta fa parte della storia dell’edificio, ma dimostra quanto siano importanti i dettagli negli interventi di restauro.
Conservare un edificio antico non significa quindi semplicemente mantenerlo in piedi. Significa anche cercare di preservare, per quanto possibile, le tracce del tempo, i materiali originali, le irregolarità e quella particolare patina di vetustà che racconta la sua storia. Un restauro troppo perfetto rischia infatti di cancellare proprio ciò che rende autentica una testimonianza del passato.
Il forno
Il lavoro del mugnaio richiedeva una presenza costante, perché era necessario controllare il funzionamento del mulino e intervenire quando serviva. Allo stesso tempo, però, il processo di macinazione prevedeva anche lunghi momenti di attesa. Questi tempi potevano essere sfruttati per svolgere altre attività legate alla trasformazione dei cereali.
Per questo motivo, in molti mulini, oltre alla macinazione della farina, si svolgevano anche altre attività, come la panificazione. Un esempio è il mulino di Loco, in Valle Onsernone, oggi di proprietà del Museo Onsernonese. Al piano inferiore si trovano le macine, dove il cereale veniva trasformato in farina, mentre al piano superiore era presente un forno per la cottura del pane.
Il mulino diventava così non soltanto il luogo in cui si produceva la farina, ma uno spazio nel quale diverse fasi della lavorazione potevano essere concentrate nello stesso edificio, sfruttando al meglio il tempo e le risorse disponibili. Oltre allo stoccaggio, il piano superiore del mulino poteva essere utilizzato anche per la produzione del pane.
Si trattava spesso di grandi forni comunitari, nei quali si preparavano diversi chili di pane alla volta, arrivando anche a 20 chili o più. Una parte poteva essere destinata alla vendita, mentre il resto veniva conservato nelle abitazioni.

Il modo di consumare il pane era infatti molto diverso da quello attuale. Oggi siamo abituati a mangiarlo fresco e ad acquistarlo frequentemente; in passato, invece, il pane veniva preparato in grandi quantità e doveva durare anche diverse settimane. La sua produzione rappresentava quindi un’attività importante nell’economia domestica e nella vita della comunità.
Questa tradizione viene ancora oggi mantenuta viva attraverso alcune iniziative dei musei locali. Al Museo di Intragna per esempio, la tradizionale festa del museo, dedicata al pane e al vino, prevede l’utilizzo di un forno a legna collocato all’interno della corte. Il forno viene acceso al mattino presto per la preparazione del pane, mentre nel pomeriggio i viticoltori della regione presentano i loro vini.Forni di queste dimensioni erano strutture importanti e potevano raggiungere dimensioni considerevoli. Anche in questo caso l'impianto era protetto da una copertura, indispensabile per preservarlo dalle intemperie e permetterne l'utilizzo nel corso dell'anno.
Cappella Tondù
Anche il nome della famiglia sembra essere legato a una caratteristica fisica. Secondo una tradizione, il soprannome potrebbe derivare proprio dalla particolare conformazione della testa di alcuni membri della famiglia.
Interessante è anche la presenza dello stesso pittore incontrato nella cappella precedente. Lo ritroveremo infatti anche più avanti, nella chiesa di Lionza. Si tratta di un artista che, nonostante le numerose opere lasciate sul territorio, non è ancora stato identificato con certezza. Il suo stile e la sua presenza in diverse località fanno pensare a un artista itinerante, probabilmente inserito nei circuiti migratori che collegavano queste valli con l’Emilia-Romagna e la Toscana.
Questi collegamenti aiutano a comprendere anche alcuni particolari delle opere. Nella cappella precedente, per esempio, la rappresentazione della Madonna sembra richiamare una specifica immagine mariana legata a Piacenza, testimonianza dei rapporti culturali e religiosi che accompagnavano gli spostamenti delle persone tra le regioni alpine e quelle italiane.
Anche la struttura della cappella racconta una parte della sua storia. Una delle pareti oggi visibili non appartiene alla costruzione originaria: venne realizzata in un momento successivo, probabilmente per ricavare una porta e impedire l’ingresso del bestiame. La modifica è facilmente riconoscibile osservando l’interno, perché i dipinti proseguono al di sotto della parete aggiunta.
È un dettaglio apparentemente secondario, ma molto interessante: permette di capire che l’edificio non è rimasto immutato nel corso dei secoli. Come molti edifici rurali, anche la cappella è stata adattata alle esigenze concrete della comunità, lasciando nelle sue strutture le tracce dei diversi momenti della sua storia.

Anche in questa cappella ritroviamo le stesse decorazioni pittoriche osservate in precedenza, a cominciare dai caratteristici motivi floreali. Originariamente era presente anche un altro elemento decorativo, oggi scomparso, raffigurante lo stesso grifagnone.
Proprio la presenza di questi elementi comuni ha portato a ipotizzare un collegamento tra le due cappelle e a riconoscere la possibile opera dello stesso artista o della stessa bottega, realizzate probabilmente a distanza di pochi anni.
La decorazione centrale raffigura invece la Madonna di Caravaggio, legata alla tradizione del miracolo della sorgente e della pianta nata da un ramo secco.
Anche la struttura architettonica della cappella riprende sostanzialmente quella osservata in precedenza. La disposizione degli spazi e degli elementi decorativi mostra quindi un modello che sembra essere stato riproposto, con alcune variazioni, nelle diverse cappelle della zona.

La composizione dei dipinti centrali, affiancati da finte strutture architettoniche che simulano delle sculture e all’interno delle quali sono inserite delle figure, si ritrova anche nell’altra cappella. Questo elemento costituisce un ulteriore indizio che permette di attribuire le decorazioni allo stesso pittore.
Ci troviamo quindi di fronte a un’opera di notevole interesse e valore artistico. Se in precedenza si è parlato di patrimonio in pericolo che è stato salvato, questo è invece un esempio di patrimonio ancora in pericolo e che necessita di un intervento.
Il degrado delle pitture è infatti un processo costante e, senza un adeguato intervento di conservazione, rischia di compromettere progressivamente l’opera. Per questo motivo il museo prevede di avviare, già a partire dal prossimo anno, un progetto di restauro, con l’obiettivo di arrestare il deterioramento e preservare anche questa testimonianza per il futuro.
Anche in questo caso, dunque, ci troviamo davanti a un bene che merita di essere conservato non soltanto per il suo valore storico e artistico, ma anche perché rappresenta una parte importante della memoria culturale del territorio.
La leggenda dei Tondú
Il legame con questa cappella ha lasciato anche un’altra testimonianza, questa volta di carattere storico e documentario, particolarmente significativa per comprendere la storia dei Tondü. Come altre famiglie della valle, anche i Tondü parteciparono infatti a quel vasto fenomeno migratorio che portò molti abitanti verso Vienna e l’Austria, i Paesi dell’Europa orientale, ma anche verso l’Emilia-Romagna e la Toscana, dove alcuni si dedicarono al commercio dei tessuti.A questo mondo di migrazioni è legata anche una storia tramandata dalla tradizione e successivamente messa per iscritto da Guido Fiscalini. È il racconto, piuttosto drammatico, di un padre originario di Lionza che, intorno alla metà del Seicento, si recò nella periferia di Parma insieme ai suoi due figli per lavorare come spazzacamino.
Durante la pulizia del camino di una villa appartenente a una famiglia benestante, il padre ebbe un incidente e morì. I proprietari, colpiti dalla sorte dei due bambini rimasti improvvisamente senza padre e non avendo figli propri, decisero di accoglierli e adottarli.
Al di là degli elementi leggendari che possono aver arricchito il racconto nel corso del tempo, questa storia restituisce un’immagine molto concreta della condizione degli emigranti delle valli: famiglie che si spostavano lontano da casa alla ricerca di lavoro e che, in alcuni casi, finivano per costruire altrove una parte importante della propria vita.

I due bambini, una volta cresciuti, fecero arrivare a Parma anche il fratellino che era rimasto in paese. Secondo la tradizione, i benefattori che li avevano accolti, una volta diventati adulti, lasciarono loro una parte importante della propria fortuna.
La vicenda non è stata né smentita né pienamente confermata dalle ricerche storiche. Rimane quindi sospesa in quella zona d’ombra tra storia documentata e tradizione, quell’alone di mistero che accompagna molte delle storie legate alle famiglie emigrate.
È però documentato che i Tondü raggiunsero una notevole prosperità economica. Una volta consolidata la loro fortuna, mantennero un legame con il paese d’origine e tornarono a investire parte delle proprie risorse a Lionza. Non si limitarono alla costruzione di una cappella, ma contribuirono in diversi modi allo sviluppo del villaggio.
Costruirono innanzitutto una propria dimora, un vero e proprio palazzo che rappresenta una sorta di punto d’incontro tra l’architettura tradizionale della valle e forme più signorili, che si ritrovano in maniera ancora più evidente salendo verso Lionza.
Le loro risorse vennero inoltre impiegate nell’acquisto e nella costruzione di stalle e nella bonifica e valorizzazione di terreni, interventi che non andarono a beneficio esclusivo della famiglia, ma ebbero ricadute anche sulla comunità locale.
La prima generazione dei Tondü, e in parte anche la seconda, continuò a tornare a Lionza durante i periodi di villeggiatura. Con il passare delle generazioni, però, i discendenti ormai stabiliti a Parma persero progressivamente il legame diretto con la valle e smisero di tornare.
A metà del Settecento decisero quindi di lasciare un segno ancora più duraturo della loro presenza. Attraverso un legato testamentario, disposero che le proprietà ancora possedute nella valle venissero destinate ai Terrieri di Lionza, trasformando così una ricchezza accumulata attraverso l’emigrazione in un patrimonio destinato alla comunità d’origine.
Il lascito comprendeva numerosi beni, tra cui il Palazz, la casa del cappellano, diversi edifici e stalle e varie proprietà boschive. Da allora i Terrieri hanno amministrato questo patrimonio secondo una modalità comunitaria piuttosto particolare. Le proprietà venivano suddivise e utilizzate in funzione delle necessità e degli interessi dei singoli membri della comunità. Un sistema che riflette bene la realtà di un’epoca nella quale la terra, i boschi e gli edifici rappresentavano una risorsa fondamentale per la sopravvivenza delle famiglie.
Due secoli più tardi, nel 1984, il legato si trovò di fronte a un problema: non aveva più la possibilità di individuare una destinazione adeguata per il Palazz. A duecento anni dall’acquisizione del patrimonio, decise quindi di donare l’edificio alla Fondazione Casa Tondü di Lionza, permettendone la conservazione e una nuova valorizzazione.
Il legato Tondü, tuttavia, è tuttora attivo e continua ad amministrare i beni rimasti di sua proprietà. Ancora oggi ne fanno parte alcune famiglie originarie di Lionza, tra cui i Maggetti e i Fiscalini.
La sopravvivenza di questa istituzione può apparire oggi quasi anacronistica. Nel corso dei secoli, infatti, lo spopolamento della valle e l’emigrazione hanno progressivamente ridotto il numero dei Terrieri. I criteri per essere riconosciuti come tali erano inoltre molto selettivi: dovevano essere legati a Lionza e non semplicemente appartenere all’antico comune di Borgnone.
Questa selettività aveva una ragione precisa. In una società nella quale gran parte del sostentamento dipendeva direttamente dalla terra, dai boschi e dalle altre proprietà comuni, era necessario stabilire con attenzione chi avesse diritto a beneficiarne. Si trattava, in sostanza, di evitare che risorse limitate dovessero essere condivise con persone estranee alla comunità.
Oggi il contesto è completamente diverso. Quelle proprietà non rappresentano più una risorsa indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie e, al contrario, la difficoltà principale è trovare persone disposte a occuparsi della gestione e della conservazione di questo patrimonio.
Il legato continua comunque a esistere e rimane proprietario di diversi beni, tra cui anche la cappella. La speranza è che il futuro permetta di trovare nuove forme di collaborazione e nuove persone interessate a prendersi cura di queste testimonianze, così da poterle conservare e valorizzare nel tempo.
Anche per questa cappella si auspica quindi un intervento di restauro che possa restituirle il valore che merita, seguendo l’esempio dei lavori recentemente conclusi nella cappella del Salè.
Cappelletta
Le cappelle incontrate finora rappresentano la manifestazione della devozione, ma anche del desiderio di lasciare una traccia della propria presenza, da parte di famiglie importanti che avevano raggiunto una certa prosperità economica.Il desiderio di esprimere la propria fede e, allo stesso tempo, di lasciare un segno della propria esistenza, però, non apparteneva soltanto alle famiglie più ricche. Era qualcosa che riguardava l’intera comunità.
Questa piccola cappella ne è un esempio particolarmente significativo. Probabilmente fu fatta costruire da qualcuno che era rimasto nel paese e che non aveva avuto un’esperienza di emigrazione e di successo economico paragonabile a quella delle grandi famiglie incontrate in precedenza.
Anche chi era rimasto a Lionza, però, poteva sentire il bisogno di lasciare una traccia della propria esistenza e della propria devozione. La differenza stava semplicemente nelle possibilità economiche: non una grande cappella decorata da importanti pittori, ma una costruzione molto più semplice, realizzata secondo le proprie disponibilità.
In questo senso, anche una piccola cappella può raccontare una storia importante.
Dietro queste dimensioni ridotte si può leggere lo stesso desiderio che animava le famiglie più facoltose: lasciare qualcosa di sé, un segno della propria vita destinato a rimanere nel paese anche dopo la propria scomparsa.
Anche questa piccola cappella fa parte del patrimonio. Non possiede un particolare valore artistico, almeno per quanto possiamo vedere oggi, anche se resta la curiosità di scoprire cosa si nasconda dietro quella lastra con la figura di un uomo dipinta e successivamente applicata alla parete. Non sappiamo ancora cosa ci sia sotto e proprio per questo sarebbe interessante poterla rimuovere con le dovute cautele e capire che cosa nasconde.
Anche una testimonianza apparentemente modesta come questa, però, può avere un grande valore. Il patrimonio di una comunità non è costituito soltanto dagli oggetti artisticamente più importanti o dalle opere realizzate dalle famiglie più ricche. A volte sono proprio le testimonianze più semplici a raccontare meglio la vita della maggioranza delle persone.
Da questo punto di vista, questa piccola cappella può essere persino più rappresentativa della comunità che ha vissuto a Lionza per secoli rispetto alle grandi cappelle delle famiglie benestanti. Quelle raccontano il successo economico e sociale di alcune famiglie; questa, invece, racconta una realtà molto più vicina alla vita quotidiana della maggior parte degli abitanti del paese.
È anche per questo che l'attività di un museo non può limitarsi alla conservazione delle opere più prestigiose. L'obiettivo deve essere quello di prendersi cura anche delle testimonianze più umili, soprattutto quando sono in pericolo.
Lo stato di conservazione di questa cappella ne è un esempio evidente. Una pianta è cresciuta direttamente sulla struttura, qualcosa che un tempo sarebbe stato impensabile: nessuno avrebbe lasciato che la vegetazione prendesse il sopravvento in questo modo. Probabilmente sono passati trenta o quarant'anni senza che qualcuno intervenisse per impedirne la crescita. Sarà quindi necessario occuparsene prima che possa provocare ulteriori danni.
E magari, proprio intervenendo su questa piccola cappella, potrebbe emergere una sorpresa. La lastra con il dipinto applicato alla parete potrebbe infatti nascondere qualcosa di più antico.
L'applicazione di immagini, quadri o altri oggetti di carattere religioso sulle strutture delle cappelle era del resto una pratica abbastanza comune. Si utilizzavano anche oggetti di devozione appartenuti alle famiglie, testimonianze della religiosità domestica che potevano essere trasferite dall'ambiente familiare allo spazio pubblico della cappella. Anche questi gesti, apparentemente semplici, raccontano un modo di vivere la fede e il rapporto con il patrimonio che oggi rischiamo di dimenticare.
Palazzo Tondù
Dalla nascita del Canton Ticino, 1803 fino al 1838, la valle era un comune unico, il comune di Centovalli. E poi Intragna stava da sé, quindi con Palagnedra. E poi nel '38 il vasto comune delle Centovalli si é diviso portando alla nascita di comuni autonomi tra cui Palagnedra e Borgnone. Nel 1864, da Palagnedra si staccò ulteriormente la frazione di Rasa, che divenne a sua volta un comune indipendente. Si vede, non andavano più d'accordo, non si sa. Volevano stare da soli. Evidentemente parliamo di un periodo storico in cui i villaggi erano popolosi, c'era tanta gente che abitava in questi villaggi. C'erano le scuole, c'erano i negozi, c'erano le osterie, quindi un periodo storico anche di un certo fervore. Bisogna però dire che la maggior parte delle costruzioni, quelle di maggior pregio, non riguardano questa fase storica ottocentesca, ma risalgono soprattutto al '600.
Il Palazz non fu verosimilmente concepito come residenza principale della famiglia, ma piuttosto come casa di soggiorno durante i periodi in cui i Tondü tornavano a Lionza. La parte più antica e costantemente abitata era invece la Casa Guizzi, l’edificio situato a nord, costruito anteriormente al Palazz e dotato di un ingresso indipendente.
A partire dal 1715 la presenza dei Tondü nelle Centovalli cominciò progressivamente ad attenuarsi. Nel 1728 i discendenti dei primi emigranti affidarono già ad alcuni abitanti della Vicinanza di Borgnone la gestione dei loro beni rimasti in valle. Questo processo portò, nel 1784, alla costituzione del Legato Tondü da parte del cavaliere Ferdinando.
In origine, il legato prevedeva che i beni fondiari della famiglia fossero messi a disposizione dei Terrieri di Lionza, che potevano prenderli in affitto. Il ricavato, una volta sostenute le spese di gestione, era destinato anche alla celebrazione di messe in suffragio dei defunti della famiglia Tondü. Nel corso dell’Ottocento la gestione dei beni passò progressivamente ai Terrieri di Lionza, che ancora oggi amministrano il Legato.
Già dalla fine del Settecento, però, il Palazz aveva cessato di essere una vera e propria abitazione, salvo utilizzi occasionali. Le sue grandi dimensioni e la particolare configurazione degli ambienti non erano adatte alle esigenze della vita contadina. Per questo il complesso venne utilizzato per circa due secoli soprattutto come magazzino e deposito.
I diversi locali venivano messi annualmente all’asta e assegnati ai Terrieri interessati, che ne pagavano una pigione. È anche grazie a questa particolare destinazione d’uso che il Palazz ha subito relativamente poche trasformazioni nel corso del tempo. Paradossalmente, il fatto di non essere stato adattato alle esigenze di una normale abitazione ha contribuito a conservarne in modo eccezionale la struttura originaria

Da ormai più di trent’anni non è più il Legato Tondü a occuparsi direttamente del palazzo. È stata infatti costituita una fondazione apposita, la Fondazione Casa Tondü, che da tempo lavora per trovare un nuovo futuro a questo complesso di tre edifici.
L’obiettivo è mantenere, anche nel futuro, quella che è sempre stata la caratteristica fondamentale del Palazz: la sua dimensione collettiva. Non è mai stato semplicemente una residenza privata, destinata esclusivamente a una famiglia o a un singolo proprietario. Nel corso del tempo è rimasto legato alla comunità locale ed è stato utilizzato dalla popolazione di Lionza.
L’idea è quindi di proseguire lungo questa stessa strada, facendo in modo che il palazzo possa rimanere un luogo aperto e accessibile. Naturalmente, però, un edificio di queste dimensioni e di questo valore ha anche costi di gestione e manutenzione importanti. Per questo si è pensato a una forma di accoglienza particolare, capace di sostenersi economicamente e, allo stesso tempo, di valorizzare l’unicità del luogo.
L’idea è offrire qualcosa di diverso rispetto alle strutture turistiche tradizionali: la possibilità di soggiornare all’interno di un edificio storico, in un ambiente nel quale il tempo sembra essersi fermato e nel quale è ancora possibile percepire, attraverso gli spazi e i materiali, la storia di chi lo ha costruito e di chi lo ha vissuto.

Una parte del complesso era già esistente, probabilmente risalente al Cinquecento. Non sappiamo invece con precisione quale fosse la funzione originaria di ogni ambiente. L’edificio principale venne costruito successivamente, sul fronte, e fu collegato alla costruzione preesistente sia al piano terreno sia a quello superiore attraverso una serie di passaggi interni.
Quello che possiamo dire è che l’edificio principale era certamente la parte più prestigiosa del complesso: era destinato agli alloggi e alle camere, mentre gli altri spazi avevano probabilmente funzioni più legate alla gestione della proprietà.
In Centovalli, come del resto in tutto il Ticino, esistono numerosi palazzi risalenti al Seicento, ma quasi tutti hanno subito nel tempo modifiche, ampliamenti e adattamenti alle nuove esigenze.

Il progetto prevede anche la trasformazione del complesso in una piccola struttura d’accoglienza, una sorta di hotel de charme. L’idea è permettere ai visitatori non semplicemente di vedere il Palazz, ma di viverlo: trascorrere una notte all’interno di un edificio storico restaurato con grande attenzione, conservandone il più possibile l’atmosfera originaria. Una vera e propria esperienza di immersione nel passato.
La chiesa di Lionza
Con ogni probabilità si tratta infatti dello stesso pittore, autore delle prime due cappelle. È probabile che l’artista abbia soggiornato nella zona per un certo periodo e che, durante la sua permanenza, abbia ricevuto diverse commissioni dalle comunità e dalle famiglie locali. La presenza di un pittore già disponibile sul territorio rappresentava infatti un’occasione per affidargli più lavori.
Il suo nome, però, rimane ancora sconosciuto. Sarebbe naturalmente interessante riuscire a identificarlo e ricostruire meglio la sua attività, magari individuando altre opere realizzate nella regione.
Non sappiamo nemmeno se, sotto le pitture oggi visibili, si conservino altri dipinti più antichi. Non sarebbe affatto una sorpresa: molte chiese della zona furono infatti ripitturate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In numerosi casi, sotto gli strati più recenti sono riemersi affreschi precedenti, soprattutto nelle parti più importanti e decorate degli edifici.
L’idea di questo percorso era proprio quella di attraversare tipologie diverse di oggetti e di testimonianze, per offrire qualche chiave di lettura e imparare a guardare con maggiore attenzione il territorio e il patrimonio che ci circonda.
Si passa dalla cappella seicentesca, ricca di decorazioni e di interesse artistico, a un semplice scalino consumato dal passaggio di generazioni di persone. Uno scalino che, a forza di essere calpestato, si è lentamente scavato. Sono tracce apparentemente insignificanti, ma che raccontano una storia.
Se impariamo a osservare con attenzione ciò che abbiamo intorno, possiamo infatti percepire il susseguirsi delle generazioni: soprattutto di quelle persone anonime che hanno vissuto in questi luoghi, lavorato, camminato lungo questi sentieri e trovato qui ciò che serviva per vivere. Persone delle quali spesso non conosciamo il nome e che non hanno lasciato documenti o monumenti, ma che hanno comunque contribuito a costruire la storia di questo territorio.Sculture a Verdasio

Un’identità plasmata dalla storia, dalla natura e dalla comunità.
Vengono esplorate narrazioni personali e collettive e le opere si integrano con il paesaggio alpino e l’architettura storica del paese come simboli di resilienza e appartenenza.
Attraverso l’inserimento delle sculture nel contesto naturale e urbano di Verdasio, la mostra sottolinea quanto l’identità sia radicata nel luogo e nel tempo. I visitatori sono stimolati a riflettere su come le loro storie personali si intreccino con l’arte, il territorio e il patrimonio culturale comune di Verdasio, ma anche al di là di esso.
Mario Dilitz


Franziska Amstad



























Commenti
Posta un commento