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L'elaborazione della morte - Airolo, il Ticino e Seneca

Airolo. In data 23.08.2026 pubblico uno stato di Whatsapp che ritrae una sorgente vicino alla località Pianon. In discesa da Sctüei interpreto come un buon augurio la presenza di tante madonnine vicino alla fonte, questo per quel paio di passaggi esposti che riserva il sentiero. Ma poi l'abbinamento con l'acqua e la presenza di un mestolo mi fa cambiare idea. 

Ho sete, ma che importa se l'acqua viene dalla cisterna o dal monte, se la bevo dal cristallo o dal cavo della mano? La natura non chiede eleganza, chiede misura. Guarda sempre al fine: e, se fisserai gli occhi su di esso, le cose superflue ti cadranno dalle mani come polvere.
Seneca - Lettere a Lucilio / capitolo 119

Vengo inoltre a sapere da un compaesano che un arzilla signora che incrociavo spesso intenta a fare delle camminate, si recava quotidianamente in questo luogo per bere dalla fonte. Che la signora Pola credesse fermamente nel movimento per mantenersi in forma era assodato, il dettaglio della bevuta alla sorgente appare come un secondo elemento, quasi che quell'acqua, unita al movimento, aiutasse a mantenere in salute e posticipare ad oltranza l'appuntamento con la morte.

Morte che evidentemente anche per la buona Pola é arrivata, mentre fonte e mestolo sono ancora li per chi vuole fruire dei presunti effetti terapeutici. Un certo effetto placebo non é da scartare.

Rimango nel nostro piccolo cantone e divertito sfoglio ilo dizionario lessicale del Ticino (due tomi che trasudano saggezza e tradizione) alla ricerca di modi di dire che mi fanno capire come era percepita la morta nel secolo scorso

San Cristoforo a Barione in Val Onsernone ha l'acqua fin sotto le ginocchia mentre da un passaggio a Gesù.

Modi di dire in Ticino

Forte dell’acquisto del doppio tomo mi lancio alla ricerca della voce “morire”

“chiamata alle nozze celesti” detta così la morte sembra quasi un affare. Cimitero di Olivone

Dal “Repertorio italiano-dialetti

Ticino

andá a cürá i galinn dal prèvad;
dá indré i targh;
dismentigá da tirá al fiaa;
indormentass par sémpro;
slongá i gamb;
tirá sứ i calz;
tirá sứ i calzétt;

Nelle varie località 

prafundè (Malvaglia);
andá a badalücch (Morbio Inferiore);
andá a brüsass i ciapp (Pollegio, Palagnedra, Bedigliora, Lugano); 
andá a monatass i ciapp (Verzasca);
andá ai can (Dalpe);
andá dóva che i è andaa i altri (Cimadera, Grancia);
andá in dala cá da tütt (Cavergno, Caviano, Grancia); andá in man al poián (Menzonio, SottoC.); 
andá in paradís a mangiá al pan d'or (Brissago, Brione Verz., Rovio, Roveredo Grig.);
andaa cui sòci (Sigirino);
čambiè madéi (Airolo);
cargá l'alp (S. Vittore, Roveredo Grig.);
dismentigass da fiadá (Grancia);
fá i bagn cula tèra (Russo):
fá la valís (Minusio);
fè sú la crazza (Airolo);
finí al gir de ròda (Cama);
finí da vedénn (Gorduno, Auressio);
indèr sül térz plan (Vicosoprano);
liberá i sò (Grancia);
liberá ra gént (Grancia);
métt giú / pondá i orécc (Montecarasso, Gorduno, Soazza);
molá i al (Chironico);
ná in man al barbée (Medeglia);
naa a staa bégn (Peccia);
naa a staa ila stéssa čá (Cavergno);
nè a rustíi ciapp (Airolo);
nè fò a čürè i galinn du Lari (Airolo);
piú raspónd (Gorduno);
rivá al grópp da l'impicaa (Gordevio);
sbarazzá ra cá (Grancia);
será sú l'ombrèla (Airolo, Mendrisio, Poschiavo);
slongá i garitt (Tic.);
slongá i listón (Sessa, Cureglia, Tesserete);
slungá i röd (Pazzallo);
traa l'ültim pétt (Gravesano);
voltá i quadri (Aquila, Olivone);
voltá sứ al bianch di öcc (Sonogno);

morire celibe: 
murí cun la suménza in corp (Auressio)

morire improvvisamente
podé gnanca più dí Gesú; podé gnanca più dí gesümaría; podé più dí amen;
morí con sü i scarp (Viganello);

Bettola Olivone

“Lo facciamo poi settimana che arriva”
“Se ci sarò ancora....”
“Tu é 40 anni che dici che muori”


Proverbi giapponesi

La vita è come la fiamma di una candela davanti al vento 
[La nostra vita non è che un soffio.] 
La fragilità e la perdita improvvisa della vita sono lezioni che ogni generazione deve imparare. L'esistenza è breve e può spegnersi facilmente. Prima e dopo c'è solo oscurità. Come recita il rito funebre nel The Book of Commen Prayer: "Cenere alla cenere, polvere alla polvere."

Un pollice più avanti è già buio.
[Nessuno conosce il proprio futuro.]
I giapponesi possono essere talvolta fatalisti: la vita può essere già decisa, anche se a noi sembra incerta. Issun, o un sun, è una piccola unità di misura pari a circa 3 centimetri.


Una candela si ravviva appena prima di spegnersi.
[La brace vecchia arde più viva.]
La vita non è soltanto una lenta discesa dopo la mezza età, e chi è vicino alla morte può mostrare un improvvisa vitalità. Come scrive Shakespeare nel sonetto 73: "In me tu vedi il bagliore di quel fuoco / che sulle ceneri della sua giovinezza giace."

Seneca - La brevità della vita

Questo breve saggio di seneca che si trova facilmente a prezzi stracciati é senza dubbio il libretto che più mi ha cambiato il modo di vedere la vita. I concetti sono esposti in maniera semplice ma molto efficace. Mi sono sentito preso moralmente a schiaffi

"Bisogna imparare a morire per tutta la vita".
La preparazione alla morte è, per Seneca, parte essenziale del saper vivere. Non nel senso della rinuncia, ma della lucidità.

Se puoi, liberati da quegli impegni che ti tengono prigioniero; e se non puoi, strappatene via con decisione. Abbiamo già sprecato troppo tempo; ora che la vita è più dietro che davanti, è tempo di preparare i bagagli dell'anima.

 Seneca su un francobollo da collezione della casa editrice Langenscheidt

Il tempo è il bene più prezioso, eppure è l'unico che gli uomini concedono senza riflettere. Quando la morte si avvicina, tutti si aggrappano disperatamente alla vita. Ma quando la vita è in corso, pochi sanno onorarla. Il tempo che perdi non torna: la sua perdita è silenziosa, ma definitiva. Chi non se ne prende cura, si sveglia troppo tardi.

Hai mai avuto paura della morte, o ti è capitato di giustificare certi rimpianti con "se solo avessi avuto più tempo..."? Seneca ti chiede con franchezza: non sarebbe il caso di vivere in modo da non dover chiedere proroghe?

Noi, ridicoli, tessiamo progetti di secoli con il filo di un giorno.

Chi vive nel disordine, nell'impegno incessante e nella finzione dell'eterna giovinezza, teme la morte come un ladro. Chi ha vissuto bene, invece, la accoglie con tranquillità. Non conta la durata della vita, ma il controllo che si ha sul proprio tempo. Una vita breve ma gestita pienamente vale più di una lunga trascorsa nell'inconsapevolezza.

La morte di Seneca nella Cronaca del mondo di Schedel

Seneca - Lettere a Lucilio

Trovo in questa raccolta di lettere una grandissima fonte di sollievo, una serie di toccasana, di pillole di saggezza da custodire e fare nostre. 

Il mattino ha l’oro in bocca rivisitato

Le giornate si sono fatte più brevi: l'anno declina, il sole affretta il suo cammino. Ma non lamentarti: non è il giorno che manca, è l'uomo che tarda a sorgere. Il tempo, per chi sa disporlo, è sempre abbastanza: si fa corto solo a chi lo lascia sfuggire. Beato chi, desto prima dell'aurora, guarda nascere la luce; più nobile è chi attende il sole, che non chi si fa svegliare da esso. È vergognoso vedere il sole alto sul mondo e l'uomo ancora nel suo giaciglio, oppresso dal sonno e dall'inerzia: a molti, anche il meriggio pare ancora alba e non di vita, ma di torpore.

Non dire che il giorno è breve: breve è la vita di chi non vive. Allunghiamo il nostro tempo con l'opera, non con il sonno. L'agire prolunga il giorno; l'ozio lo mutila. Guarda come la natura ti ammonisce: i volatili destinati ai banchetti vengono tenuti nelle tenebre, perché ingrassino nell'immobilità.

Cosi gli uomini che abitano il buio diventano molli, pesanti, senza sangue né vigore. Hanno un pallore che non è vita, ma anticipo di morte; una carne che non vive, ma sopravvive.

La casa

Felice, credimi, fu il tempo in cui gli uomini non conoscevano architetti né decoratori. Si costruivano rifugi semplici, solidi, naturali: travi di legno, fronde intrecciate, fango e paglia bastavano a proteggere dal vento e dalla pioggia. Sotto quei tetti poveri abitavano uomini liberi; oggi, sotto soffitti d'oro, vivono servi del proprio corpo e dei propri desideri.
La saggezza non nacque con la sega e il martello, ma con la misura e il limite.
I primi uomini erano forti perché non avevano ancora imparato a complicare la vita. Non servono arti per vivere ma solo la natura.
Essa ci diede tutto ciò che serve: pelli per il freddo, anfratti per il sole, acqua per la sete. Siamo stati noi, disdegnando la semplicità, a rendere difficile ciò che era facile. Abbiamo reso cari e rari i beni che erano gratuiti, e abbiamo creduto che la felicità consistesse nel possedere, non nel bastare a sé.

I tetti del lusso s'innalzano sulle montagne e si distendono sul mare; le case si moltiplicano, ma chi le abita resta uno solo. "A che ti serve," potresti dire, "un palazzo grande come una città, se il tuo corpo occupa una sola stanza?"

Il tempo

Gran parte della vita svanisce mentre agiamo male, la maggior parte mentre non facciamo nulla, e tutta mentre ci distraiamo in altre cose.

Mentre rimandiamo, la vita passa.

La saggezza di Seneca non ci chiede di cambiare vita, ma di cambiare sguardo: imparare a misurare la giornata non dal numero delle cose fatte, ma dalla qualità della coscienza con cui le abbiamo vissute.
"Non ci manca il tempo, ma ne sprechiamo troppo."

E sciocco chi dice: "È bello morire di morte naturale."
Ogni morte è naturale, perché ogni vita si compie nel giorno assegnato dal destino. Non perdi ciò che non ti appartiene: il tempo che ti resta non è tuo, solo quello vissuto lo è stato davvero.

Il tempo perduto è motivo di rimpianto per il volgo, ma per il saggio è già storia consegnata all’eternità.


Ogni singolo giorno

Nessuno è così vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita.
E un solo giorno, Lucilio, è una vita intera in miniatura.

La vita si compone di cerchi che si chiudono: uno abbraccia l'intera esistenza, un altro l'adolescenza, un altro ancora la fanciullezza; poi c'è l'anno, il mese e infine il giorno — un piccolo cerchio che, come gli altri, va dall'inizio alla fine, dall'alba al tramonto.
Perciò Eraclito, il "filosofo oscuro" , aveva ragione nel dire: "Ogni giorno è uguale a ogni altro."
Non per la durata, ma per il suo valore: in un solo giorno puoi ritrovare tutto il senso della vita.
Ogni giorno, dunque, vivilo come se fosse l'ultimo.

Ogni mattina, per me, è Capodanno: rendo propizio l'anno con pensieri onesti, levando lo spirito al suo culmine, là dove, scacciato ciò che è estraneo, si conquista la tranquillità togliendo le paure e la ricchezza togliendo i desideri.

Eppure, nulla è più stolto che meravigliarsi d'un evento che ogni giorno può ripetersi.
Il confine della vita è fissato dal destino, ma nessuno di noi sa dove sia.
Per questo, disponiamoci come se fosse vicino. Non rimandiamo nulla, chiudiamo ogni giorno il conto con l'esistenza.
Il vizio più grave della vita è la sua continua sospensione: nulla si compie, tutto si rinvia.
Chi ogni giorno completa la propria vita, non ha bisogno di domani.
È dalla brama di tempo che nascono l'avidità e la paura del futuro, le due più tristi malattie dell'anima.

La consapevolezza di usare bene il tempo

C'era un uomo, Pacuvio, governatore di Siria, che ogni sera celebrava i propri funerali: banchettava, beveva, poi si faceva portare a letto tra gli applausi dei servi che cantavano: "Ha vissuto, ha vissuto!"
Faceva questo per cattiva coscienza.
Noi, invece, facciamolo per buona coscienza andiamo a dormire ogni notte sereni, potendo dire:
"Ho vissuto. Ho compiuto il mio cammino."
E se il destino ci concederà un altro giorno, accogliamolo come un dono.
È veramente libero chi può guardare al domani senza ansia, chi può dire:
"Ho vissuto," e ogni mattina si sveglia sentendo di aver già guadagnato una vita intera.
Quindi mentre Pacuvio aveva bisogno di una parodia per esorcizzare la morte, il saggio filosofo dovrebbe andare a dormire ogni sera dicendo serenamente e con buona coscienza «Ho vissuto e ho completato il percorso che la sorte mi ha assegnato», accogliendo il giorno successivo come un dono inaspettato.

Che importa se l'esistenza è breve, se è compiuta? Anche un corpo piccolo può essere perfetto, e una vita breve può essere intera. Il tempo non è nostro; nostro è l'uso del tempo. Non posso comandare alla durata, ma posso dare alla mia vita una pienezza che la durata non conosce. Pretendi questo da me, Lucilio: che io non viva nell'ombra, ma che guidi la mia vita come un timoniere che non lascia che la nave lo porti, ma la conduce.

Accettare il destino

Qualunque cosa accada, non la accolgo con volto accigliato o con pianto: non pago tributi alla vita con gemiti o lacrime. Tutto ciò che ci atterrisce o ci affligge è parte del pedaggio da versare per il dono di esistere. E non sperare, te ne prego, in un'esenzione da questo tributo: sarebbe come chiedere di vivere senza respirare.

Hai dolori nel corpo, cattive notizie, perdite, timori di morte? E te ne stupisci? Quando auguravi a te stesso una lunga vita, non sapevi che chiedevi anche lunghe prove?

Come in un viaggio che dura anni si attraversano la polvere, la pioggia, il fango, così nel lungo cammino della vita s'incontrano dolori, ansie, cadute.
Non è un disordine, è il prezzo del tempo.

"Ma io volevo vivere," dici, "non sopportare tutti questi fastidi."
No, Lucilio mio: chi parla così è già sconfitto prima della battaglia. Queste sono parole molli, degne di chi ama soltanto il dolce della vita e rifugge dal necessario amaro che la rende vera.

Io, invece, ti auguro un bene più grande e lo faccio, credimi, con animo generoso: che gli dèi non ti concedano i favori della fortuna. Perché chi è caro alla fortuna è schiavo dei suoi capricci, e chi le sfugge è libero.

Pensa, se un dio ti offrisse di scegliere: vorresti vivere in un mercato o in un accampamento?
La vita è un campo di guerra. Il destino non ci tratta come ospiti, ma come soldati: ci chiama alla fatica, ci scuote col pericolo, ci tempra nella veglia. I migliori non sono quelli che dormono al sicuro, ma quelli che restano in piedi sotto la pioggia, che avanzano anche quando il vento sottia contrario. La virtù non cresce nei letti morbidi, ma tra le lance e le ferite.

I più forti sono coloro che la vita sospinge qua e là, tra strade dure e spedizioni rischiose, e non si lamentano. Essi conoscono il volto del dovere e lo seguono senza tremare.

Gli altri, quelli che si abbandonano all'ozio tiepido, che cercano il riparo del piacere e l'ombra della sicurezza, sono come colombe domestiche: al riparo, sì, ma non libere.

Meglio la fatica che onora che la quiete che umilia.
Meglio essere scossi dal destino che cullati dalla fortuna.
Perché vivere non è soggiornare: è combattere.

Non importa quando verrà la morte: verrà comunque.
Ciò che conta è vivere bene e spesso il vivere bene consiste proprio nel non vivere a lungo.

Impariamo la lezione che la sorte ci offre: la fortuna ha potere su tutto, sugli uomini, sui popoli, sulle città. Chi si ribella alle sue leggi si ribella all'universo. Non possiamo scegliere se obbedire: possiamo solo scegliere di obbedire serenamente. Se accetti, ti sarà lieve; se rifiuti, ti sarà comunque imposto.
Nulla ci è stato promesso per sempre: la vita, la salute, le ricchezze

Metrodoro ha detto bene alla sorella che piangeva un figlio straordinario:
"Ogni bene dei mortali è mortale."
Parlava dei beni che si vedono e si toccano, non di quelli che fanno l'uomo davvero felice.
La virtù, la saggezza, la serenità dell'animo: questi non muoiono, perché non sono nati dal caso.
Sono l'unica immortalità concessa ai mortali.
Eppure l'uomo dimentica ogni giorno che passa: si stupisce di perdere qualcosa, come se non dovesse perdere tutto.
E follia pretendere stabilità nel mondo che scorre.
Tutti i beni che credi tuoi, li tieni in mano come acqua: non puoi stringerli senza perderli.
Nulla è sicuro per chi è fragile; nulla è eterno per chi è mortale.
Capire questo non è disperare, è liberarsi.
Chi ha imparato a perdere serenamente, ha disarmato la morte.

Tutto è concesso in usufrutto, non in possesso

Il destino ha la chiave di ciò che chiamiamo nostro.

Non giudicare, poi, la sorte degli uomini dalla grandezza delle loro tombe.
Le ceneri sono uguali, anche se riposano sotto marmi o zolle d'erba. La morte spoglia ogni differenza: nudi siamo nati, nudi torniamo alla terra.

Quando la sorte ci toglie un bene, non dobbiamo lasciare che svanisca anche il frutto che ne abbiamo tratto.
Ce ne viene sottratto il possesso, non la gratitudine.
E un uomo ingrato chi, perdendo, dimentica di aver avuto.
Chi piange ciò che non ha più, cancella la gioia di averlo avuto.
Il caso ci porta via le cose, ma non il ricordo né la virtù di averle godute con misura.

L'inquietudine di vivere

Ricorda: sono più le cose che temiamo di quelle che davvero ci minacciano.
Soffriamo più per le nostre paure che per la realtà.
Molte disgrazie che ci tolgono il sonno non arrivano mai; e se arrivano, non sono quasi mai come le avevamo immaginate.
Spesso ci tormentiamo più del dovuto, prima del dovuto o senza alcun motivo.
Molti mali non esistono: li inventiamo noi.

A volte, poi, il male è solo nella nostra immaginazione: ingigantiamo parole, gesti, silenzi.
Viviamo come se ogni possibilità negativa fosse già certezza.
Ma chi teme tutto ciò che può accadere, non vive più.
Se la paura non può essere domata, almeno contrastala con la speranza.
Entrambe sono illusioni, ma una ci ferisce, l'altra ci sostiene.
E tra le due, scegli sempre quella che ti fa respirare.
La verità è che la maggior parte degli uomini vive nell'inquietudine anche senza motivo.

Un’altra massima di Epicuro:
"Tutti escono dalla vita come se vi fossero appena entrati."
Guarda intorno: giovani, vecchi, uomini maturi; tutti temono la morte e nessuno ha imparato a vivere.
Nessuno ha concluso nulla, tutti rimandano tutto.
Epicuro rimprovera ai vecchi di essere ancora bambini.
"Nessuno muore diverso da come è nato," dice.
Ma io aggiungo: non è vero.
Moriamo peggiori di come siamo nati.
La natura ci aveva generati puri, senza paure né desideri, e noi le restituiamo un'anima piena di vizi.
Chi riesce a morire sereno come è nato, ha conquistato la saggezza.
Eppure, quando la morte ci si avvicina, ci agitiamo, piangiamo, tremiamo.
Proprio sulla soglia della pace, ci lasciamo travolgere dal terrore.
Perché?
Perché non abbiamo mai imparato a vivere bene.
La vita ci è scivolata tra le dita, e noi non ne abbiamo tratto nulla.
Tutti si affannano per vivere a lungo, quando basterebbe imparare a vivere bene.
E questo è l'unico obiettivo davvero possibile.

Se ritieni il denaro un bene, ovunque sarai, avrai con te la povertà: e sarà tanto più amara quanto maggiore sarà la ricchezza altrui. Se reputi grandezza le cariche, ogni successo d'altri ti sarà ferita. Se temi la morte, ogni ombra ti sembrerà un presagio. Ecco, Lucilio: non sono i pericoli a turbare l'uomo, ma i suoi sospetti. La paura, una volta accolta, non si lascia più scacciare; e quando diventa consuetudine, l'anima si perde nella sua stessa difesa.


Chi guarda troppo a lungo ciò che lo spaventa, aumenta la propria paura; chi rimira con brama un bene vano, ne accresce la cupidigia.


A proposito di morte, ascolta una vergogna che ho letto come esordio d'un eloquente: "Possa io morire al più presto." 
Sciocco: auguri ciò che è già tuo.
La morte è necessaria per natura, libera per decisione: l'una verrà anche se non vuoi; l'altra è nelle tue mani se vuoi. Chi invoca la morte, non la vuole: vuole compassione. Chiedi vita e forza; se davvero hai deciso di morire, il primo dono della morte è cessare di volere.

La paura della morte

La morte non è il peggiore dei mali: è la fine dei mali.

Che cos'è la morte, in fondo?
Nulla di più terribile di un dolore che molti sopportano ogni giorno: il malato di gotta lo sfida, la donna partoriente lo affronta, il condannato lo sopporta.
Se possiamo tollerarlo, non è grave; se non possiamo, dura poco.

La morte? È solo la fine del rischio di morire.

La morte o ci libera, o ci annienta: in entrambi i casi, non ci fa del male.
Se ci libera, rimane la parte migliore di noi; se ci annienta, non resta nessuno che possa soffrire.

Bisogna togliere a tutti gli uomini la paura della morte. Come? Non con intrecci dialettici, ma con educazione dell'animo: abituando lo sguardo all'idea, correggendo i timori che l'infanzia ci ha messo addosso, mostrando con esempi vivi che la morte, quando sopraggiunge, non può toccare ciò che è nostro davvero.

Nessun male è grande, se è l'ultimo.

La morte ti viene incontro: dovresti temerla solo se potesse restare con te, ma essa arriva e passa.

Basso dice anche che il terrore della morte nasce dal panico, non dalla realtà.
Ci pare che si avvicini, ma la morte è sempre accanto a noi, in ogni istante.
Chi muore d'indigestione è stato più vicino alla morte del condannato che tremava davanti al boia.

"Chi non vuole morire, in fondo, non vuole vivere perché vivere significa andare verso la morte."
Solo gli eventi incerti si temono; quelli certi si attendono con calma.
La morte è necessaria, universale, giusta.

Non temiamo la morte, temiamo il pensiero della morte.
Perciò pensa spesso alla morte, per non temerla mai.

Preparati ogni giorno a lasciare la vita serenamente.
Rinuncia all'eccessiva preoccupazione per la tua esistenza e la troverai più piacevole.

I bambini, gli stolti e i pazzi non temono la morte.
Dovremmo arrossire, noi che abbiamo la ragione, se non riusciamo a conquistarci quella serenità che la follia ottiene senza sforzo.

Non desiderare la morte, ma preparati alla vita: è un campo dove il fulmine scoppia a ogni istante, dove, come scrisse il poeta, «hanno il loro covo il Pianto e gli Affanni vendicatori, e la pallida Vecchiaia e la Malattia dal passo incerto».
Con tali compagni dobbiamo vivere. Non puoi fuggirli, ma puoi disprezzarli; e li disprezzerai se avrai imparato a riconoscerli da lontano, come un viandante che conosce i segni della tempesta e si ripara prima del lampo.
Nulla pesa tanto quanto ciò che ci sorprende: ogni male previsto è dimezzato.

Il passato

E se anche avessi perduto un amico - la perdita più grave - dovresti più gioire d'averlo avuto che piangere d'averlo perduto. Questo è il vizio di quasi tutti: non sono grati al passato, perché vivono d'avidità di futuro. Dolore ingiusto, oltre che inutile: se con l'amico cali nella tomba anche l'amicizia, che gioia ne traesti? Il passato è nostro, e nessuno lo rapisce: il suo possesso è il più sicuro dei beni. Godi dei giorni gustati, non negare ciò che fu perché non sarà più. Due sono i serbatoi della vita: il futuro e il ricordo; ma il primo è dubbio e può mancare, il secondo è certo e, proprio per questo, sciocco è lasciarlo andare, come acqua da vaso fessurato.

E se anche avessi perduto un amico - la perdita più grave - dovresti più gioire d'averlo avuto che piangere d'averlo perduto. Questo è il vizio di quasi tutti: non sono grati al passato, perché vivono d'avidità di futuro.

Il presente

La memoria rinnova la paura, la previsione l'anticipa: nessuno è infelice solo per ciò che vive ora.

In passato non c'eravamo, e in futuro non ci saremo. Il passato e il futuro non sono nostri. Ci è stato dato questo punto nel tempo: usiamolo bene, e non pretendiamo di allungarlo.

Gli animali selvatici fuggono solo dai pericoli che vedono; una volta sfuggiti tornano sereni. Noi, invece, ci tormentiamo sia per i mali futuri che per quelli passati.

Dobbiamo cancellare due pensieri: la paura del male che verrà e il ricordo di quello passato. Il primo non è ancora qui, il secondo non c'è più.

Conosci forse qualcuno che dia valore al proprio tempo, che valuti davvero una giornata, che si renda conto che ogni giorno muore un po'? Ci sbagliamo a pensare che la morte sia un evento futuro: gran parte di essa è già accaduta. Tutto ciò che è alle nostre spalle è già nelle mani della morte.
Fai dunque ciò che scrivi di voler fare: afferra ogni istante. Così dipenderai meno dal domani, se saprai vivere l'oggi.

C'è una sola via per la pace: raccogliere la vita nel presente.
Chi non sa vivere l'oggi, è schiavo del domani.

Il futuro

L'uomo che si tormenta per il futuro si addolora due volte: quando teme e quando subisce.
Chi soffre prima del tempo, soffre più del necessario.
Non sa attendere, né misurare, e dimentica che la fortuna non promette eternità, ma varietà.
Gode dei beni come fossero infiniti, e ne piange la fine come se fosse ingiustizia.

Solo in un porto è sicura la navigazione dell'anima: nel disprezzo del futuro.
Chi non teme l'avvenire è libero. La natura ci ha fatti grandi: ad alcuni animali ha dato artigli, ad altri zanne, a noi uno spirito che desidera la virtù e la gloria. Non chiedere dove vivere tranquillo, ma dove vivere rettamente: non cercare un rifugio, ma una fortezza interiore.

Chi spera nel domani si lascia sfuggire anche l'oggi, e l'avidità di vivere gli genera la paura di morire

L'animo che si è temprato alle sventure ordinarie vacilla davanti a ciò che non rientra nell'ordine delle possibilità. Non è tanto il dolore che ci schiaccia, quanto lo stupore. L'uomo sopporta ciò che prevede; ma quando la sorte lo coglie all'improvviso, egli si spezza perché non ha avuto tempo di irrigidirsi.
Per questo, Lucilio, dobbiamo abituarci a nulla considerare impossibile.
Nessuna felicità è tanto salda che non possa crollare. Tutto ciò che si innalza, proprio per la sua altezza, attira la folgore.
Nulla è stabile, nulla è garantito.
Ciò che si costruisce lentamente cade in un istante; ciò che cresce con fatica per anni, si dissolve in un'ora. E la legge del mondo: la creazione è lenta, la distruzione rapida.
Per questo dobbiamo educare l'animo a prevedere ogni cosa: l'esilio, la perdita, la malattia, la morte, le catastrofi che possono cancellare in una notte ciò che generazioni hanno costruito. Chi considera possibile l'impossibile, non sarà mai colto di sorpresa.
Tutto ciò che è nato è nato per morire; e viviamo, Lucilio, fra cose che ogni istante si consumano.

La vita stronca i nostri progetti proprio quando ci pare d'averli in pugno.
E noi, ciechi, continuiamo a disporre del domani, a tracciare filari di viti per la vendemmia che non vedremo, a progettare acquisti, costruzioni, imprese lontane, a immaginare una vecchiaia serena che forse non raggiungeremo mai.

Non v'è tormento più sterile del chiedersi quanto si vivrà: il futuro non si misura, si accoglie.

Moriamo ogni giorno

"La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è soltanto l'ultima."
Non moriamo in un istante: moriamo ogni giorno.
Ogni giorno perdiamo una parte di noi.
L'infanzia, la giovinezza, ogni ora passata: tutto scorre via.
Come la clessidra si svuota non con l'ultima goccia, ma con tutte, così la nostra vita non finisce in un attimo, ma lungo tutto il cammino.
Epicuro aggiunge che è stolto tanto chi teme la morte quanto chi la invoca.
"E ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è proprio la tua vita disordinata a farti desiderare la morte."
E ancora:
"Che follia temere la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?"
Alcuni, dice Seneca, arrivano perfino a morire per paura di morire.
Meditane uno solo di questi pensieri, e diventerai più forte sia per sopportare la vita che per lasciare la vita. Non dobbiamo né amarla troppo, né odiarla troppo.
Il saggio non fugge, esce dalla vita quando è tempo.
Evita, però, la smania di morire — è un male anche quello.
A volte nasce da coraggio, più spesso da stanchezza.
C'è chi non odia la vita, ma ne è sazio: si stanca di fare sempre le stesse cose, di vedere sempre gli stessi giorni, estate, inverno, sonno, veglia, fame, sazietà.
E allora la vita gli appare non più dolorosa, ma inutile.

Imparare a morire

Non temo il giudizio finale: anzi, lo aspetto.
E non pensare che tutto questo valga solo per me, perché sono vecchio. Tu sei giovane, ma la morte non chiede l'età. Non sai dove ti attende; perciò attendila ovunque.
"Pensa alla morte."

"È un grande merito imparare a morire."
Forse ti sembra inutile imparare una cosa che si fa una volta sola.
Ma proprio per questo bisogna impararla per tempo.
Non c'è lezione più importante.

Parla della morte senza paura, e ci insegna che se essa è terribile, la colpa non è della morte, ma di chi la teme.
In realtà, in essa non c'è dolore, come non ce n'è dopo.
Chi teme un male che non sentirà, è stolto quanto chi teme un sogno.

"Conta i tuoi anni e vergognati di desiderare ancora ciò che volevi da ragazzo.
Il giorno della morte si avvicina: fa' in modo che i tuoi vizi muoiano prima di te.
Scaccia i piaceri torbidi e costosi: non danneggiano solo quando li provi, ma anche dopo, con il rimorso che lasciano. Non sono veri beni, non durano, e anche se non fanno male, svaniscono."

Cerco di vivere in modo che ogni giorno basti a se stesso, come fosse un'intera vita.
Non lo afferro come se fosse l'ultimo, ma lo vivo come se potesse esserlo.
La vera infelicità non è nell'obbedire, ma nel farlo contro voglia. Impariamo, dunque, a volere ciò che le circostanze ci impongono. E prima di tutto, impariamo a pensare alla morte senza tristezza.
Bisogna prepararsi a morire prima ancora che a vivere.
Abbiamo abbastanza per vivere: non ci manca il tempo, ma la misura.
Siamo avidi, e per questo ci sembra sempre di non avere vissuto abbastanza.
Non gli anni, non i giorni è lo spirito che deve dirci se la vita è compiuta.
Io ho vissuto abbastanza.
Sazio, aspetto la morte come un ospite che arriva puntuale.

Ho pianto tanto il mio amico Sereno
Mi ero illuso che la giovinezza lo proteggesse dalla morte, come se il destino rispettasse l'ordine dell'età.
Ora so che nulla è garantito, e che tutto ciò che nasce è mortale.
Dovevo dire: "Sereno è più giovane, ma può morire prima."
Non l'ho detto, e la morte mi ha colto di sorpresa.
Impariamo, dunque, a pensare che anche chi amiamo è mortale.
Così, quando verrà il momento, sapremo che non ci ha lasciati: ci ha solo preceduti.
Forse, se i saggi hanno ragione, là dove andremo lui ci attende già.

Io invece, anche mentre ansimavo, trovavo conforto nei pensieri.
"Che c'è, morte? — mi dicevo — mi metti alla prova ancora?
Fa' pure, ormai ti conosco."
"Quando l'hai conosciuta?" chiederai.
Prima di nascere.
La morte è il nulla, e io l'ho già provato.
Dopo di me sarà ciò che fu prima di me.
Se la morte porta tormento, lo avrebbe portato anche prima che venissimo alla luce; ma allora non sentimmo nulla.

Forse dirai: "Io voglio vivere per compiere azioni giuste."
Ma non sai che uno dei doveri della vita è anche morire? Nessun dovere è eterno; ciascuno si compie quando è giunto il momento.
Ogni vita è breve, anche quella di Nestore, anche quella di chi vantava novantanove anni sulla sua tomba. La lunghezza non aggiunge nulla al valore. La vita, Lucilio, è come un dramma: non conta quanto dura, ma se è ben recitato.

La morte, l'esilio, il dolore non sono novità.
Siamo nati per incontrarli.
Meglio pensarli come certi, non come possibili: solo così non ci colgono impreparati.
Ma attento a non logorarti in preoccupazioni continue: l'animo si indebolisce prima della battaglia.
Pensa che hai un corpo fragile, soggetto non solo alla violenza, ma anche ai piaceri che si trasformano in tormenti

Viviamo come se non dovessimo morire, e moriamo come se non avessimo vissuto.
Ogni ora ci consuma, ogni passo è un gradino verso la fine: non monamo all'ultimo giorno, ma un poco ogni giorno.
Chi lo capisce, non teme la morte: la riconosce come compagna di cammino.

E ricordati: i morti non soffrono. Se soffrono, non sono morti; se sono morti, non soffrono. Non temere per chi non è più; temi, piuttosto, di non essere all'altezza di ciò che ancora sei.

Non importa se si esce presto o tardi dalla vita: importa uscire bene. Non dobbiamo desiderare di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza. La lunghezza della vita dipende dal destino; la sufficienza della vita, dall'anima.
L'esistenza non si misura con gli anni, ma con l'intensità del bene che l'ha riempita.

Si teme ciò che tutti temono, non ciò che davvero merita timore. La morte, ad esempio, è calunniata da chi non la conosce. Eppure, quanti libera dal dolore, dalla povertà, dalla prigionia del corpo! E l'unico bene che nessuno può toglierci, perché ci restituisce a noi stessi.
Nessuno ha potere su di noi finché abbiamo la morte in nostro potere.

"Non visse quanto avrebbe potuto", dici. E che importa? Anche un libro breve può essere perfetto. Hai presente, Lucilio, quanto siano lunghi gli annali di Tanusio, e quanta poca fama li accompagni? La lunghezza non aggiunge valore, ma lo disperde. Così le vite troppo lunghe si diluiscono nel nulla.
Vuoi un esempio più immediato? Il gladiatore che muore al termine dello spettacolo è forse più fortunato di quello che cade a metà giornata?
Entrambi hanno lo stesso destino; solo uno ha risparmiato a sé l'attesa della morte. Che follia, dunque, prolungare il timore di ciò che non possiamo evitare! E inutile differire l'inevitabile: non si guadagna tempo, si allunga la paura.
Impariamo, Lucilio, a non chiedere alla vita anni, ma pienezza. Il giorno che giunge sia accolto come dono, il giorno che finisce sia lasciato andare come cosa dovuta. Non c'è morte precoce per chi ha imparato a morire ogni sera.

Ogni giorno ti spoglia di qualcosa; la morte non ti viene incontro solo una volta, ma ti passa accanto a ogni ora.

L'amore eccessivo per la vita

Solo una catena ci lega davvero: l'amore eccessivo per la vita.

Non dobbiamo reciderlo, ma allentarlo, in modo che, quando verrà il momento, niente ci trattenga, niente ci spaventi, e possiamo compiere serenamente il passo inevitabile che tutti dobbiamo compiere.

La morte ci spaventa perché amiamo troppo noi stessi.
E naturale, ma non invincibile.

Che sia soddisfatta di sé non desideri una vita più lunga.
Chi ha compiuto pienamente la propria vita, anche se vive ancora, è già libero da ogni necessità e da ogni catena.

Tutto ciò che percepiamo con i sensi è instabile, scorre, si consuma.
Nessuno è oggi identico a ieri: cambiamo con la stessa rapidità dei fiumi.
Eraclito lo ha detto bene: non ci si può immergere due volte nello stesso fiume.
Il nome rimane, ma l'acqua è passata oltre.
Eppure anche noi scorriamo, trascinati via dal tempo.
Siamo folli a temere la morte, quando ogni istante è già una piccola morte, e a stringerci al corpo, che svanisce di continuo.
Non dobbiamo temere che accada una sola volta ciò che accade ogni giorno

Dominare le passioni

Chi ama è sempre schiavo: dell'altrui dolcezza o dell'altrui disprezzo. L'amore vinto esalta, l'amore respinto infiamma; la fortuna e la sventura, in esso, feriscono ugualmente. Non affidare, dunque, un'anima fragile al vino, alla bellezza o alla lusinga: sono mari tempestosi, e noi non abbiamo ancora imparato a nuotare."

Osserva come spesso gli eventi che chiamiamo disgrazie siano invece strumenti della fortuna, e quelli che salutiamo come prosperità si rivelino principi di rovina. Quante volte un crollo ha liberato chi era stanco di stare in alto! E quante volte, proprio quando un uomo credeva di aver toccato la vetta, ha cominciato la sua caduta! Anche la caduta, se la guardi con occhio sereno, non è un male: tutto ha una fine, e quella fine è vicina, per il felice come per l'infelice. Noi la rendiamo più lunga con le nostre illusioni: prolungando le gioie, allunghiamo anche le paure. Se vuoi essere saggio, misura ogni cosa con la misura dell'uomo; abbrevia i tuoi godimenti per accorciare i tuoi timori.

La vecchiaia

La vecchiaia non è da rifiutare, se la mente resta lucida e l'animo saldo: allora è il tempo più puro.
Ma se il corpo si spegne e l'intelletto si offusca, è meglio uscire volontariamente dalla vita, prima che la vita si trasformi in prigionia.
Non bisogna temere la morte, ma la degradazione dell'anima; non fuggire il dolore, ma l'impossibilità di vivere secondo ragione.
Chi sopporta solo per soffrire, vive da stolto; chi sa andarsene quando è il momento, vive da saggio.

Ecco a che serve l'esercizio quotidiano: a misurare con più precisione il declino. La distanza tra chi sale e chi scende cresce in fretta; e si sa bene quanto la discesa sia più veloce della salita. Non ho detto la verità: la mia vita non scende, precipita.

Ogni altra morte lascia spazio a un briciolo di speranza — la malattia può guarire, l'incendio spegnersi, un crollo può risparmiare qualcuno, il mare restituire un naufrago.
Solo la vecchiaia non offre scampo: nessuno può sfuggire a un nemico che procede lento, ma certo.
Eppure nessuna morte è più dolce, anche se è la più lunga.

Eppure, voglio dirti una cosa che mi dà sollievo: sento l'età nel corpo, ma non nello spirito.
Le mie forze fisiche si spengono, ma la mia mente è più viva che mai.

Devo capire che cosa non posso più fare e che cosa non voglio più fare, e confondere felicemente le due cose: se non posso più farlo, tanto meglio, è come se non lo volessi.

Perché lamentarsi, se ci abbandonano cose destinate comunque a finire?

"Ma è triste," mi dirai, "consumarsi poco a poco, deperire giorno dopo giorno."
No non lo è.
C'è qualcosa di più dolce e naturale che scivolare lentamente verso la fine, piuttosto che esservi trascinati d'un colpo?
Morire così, a piccoli passi, è come essere accompagnati, non travolti.

La filosofia é la soluzione 

Così è per l'uomo: lascia pure che lo definiscano malinconico, un giorno quella tristezza sarà la sua saggezza. Ma solo se persevererà nello studio, immergendo lo spirito, non solo bagnandolo.
Bisogna tuffarsi nella filosofia, non semplicemente inumidirsi.

Il tempo e la fortuna hanno confuso e capovolto ogni stirpe. Chi è dunque il vero nobile? Colui che la natura ha disposto alla virtù. Solo questo conta.

La filosofia come via all'eternità: vivere secondo sapienza rende immortali nel tempo e nel valore.
"Questo è l'unico modo di estendere la mortalità"

Vivere fino alla saggezza è vivere abbastanza; e chi ha toccato la saggezza non deve più domandare nulla né agli dèi né al tempo, perché ha trovato in se stesso la misura del tutto.

Il filosofo impara la sapienza non nei libri, ma nei fatti.
Guarda il saggio quando il dolore lo stringe, guarda quando la morte lo chiama: egli non discute, mostra.
La filosofia vera non promette parole, ma esempi.
Ecco perché il saggio non teme il dolore, non sfugge la morte: li contempla entrambi con la stessa fermezza, e dice alla sorte con un sorriso che è una vittoria: "Prova pure: davanti a te c'è un uomo."

"Hai mai visto un cane che azzanna avidamente i bocconi gettati dal padrone? Li inghiotte senza gusto, con la bocca già aperta in attesa del prossimo."
Così facciamo noi con i favori della sorte: divoriamo un bene e già ne bramiamo un altro.
Il saggio, invece, è sazio.
Accoglie ciò che arriva con calma, ne gode senza fretta, poi torna alla sua quiete.

Dei filosofi e i grandi pensatori a morire nessuno ti costringerà, tutti ti insegneranno; di costoro nessuno calpesta i tuoi anni, (ma ciascuno) ti regala i suoi; di nessuno tra questi la conversazione sarà pericolosa, di nessuno l'amicizia (sarà) letale, di nessuno costosa l'attenzione. Riceverai da loro qualsiasi cosa vorrai; da loro non dipenderà (il fatto) che tu non attinga quanto più desidererai. Quale felicità, che bella vecchiaia attende colui che si è rifugiato nella clientela di costoro! Avrà coloro con i quali decidere su questioni minime e importantissime, chi consultare ogni giorno su se stesso, persone dalle quali ascoltare la verità senza offesa, essere lodato senza adulazione, alla cui similitudine plasmarsi.

Il materialismo

Quanti si affaticano a irrobustire il corpo, e quanto pochi a fortificare la mente!
Quanta folla accorre per un gioco vano, e quanto deserto intorno alle scienze! Ammiriamo le spalle, i muscoli, la pelle tesa degli atleti — e non vediamo quanto deboli siano d'animo.

Nessuno può possedere tutto, ma c'è chi sa disprezzare tutto ed è più ricco di chi accumula.
La via più breve alla ricchezza è il disprezzo delle ricchezze.

Un bene non serve a nulla se non si è pronti a perderlo.
E sono più preziosi quei beni che, perduti, non ci lasciano rimpianti.

Molte cose che chiamiamo beni appartengono più agli animali che all'uomo: la forza del corpo, l'ardore del piacere, l'istinto della fame e dell'accoppiamento.
Se fossero beni, gli animali sarebbero più felici di noi.
Il vero bene non può risiedere l'uomo é inferiore all'animale.
Il sommo bene è nell'anima, nella parte razionale, non nella carne.

Siamo convinti di comprare solo ciò per cui spendiamo denaro, e chiamiamo "gratis" ciò che ci costa la pace.

Non abiterei tra i carnefici, né tra i beoni.
Che bisogno ho di vedere uomini ebbri che galleggiano sul piacere, o sentire le acque risuonare di musica e risa?
La virtù ama il silenzio, non le danze.
Fuggi più lontano che puoi dalle tentazioni: l'anima va indurita come il ferro, non addolcita come la cera.
Un solo inverno di ozio bastò a fiaccare Annibale: le nevi delle Alpi non lo avevano piegato, ma le acque tiepide della Campania lo vinsero.
Così avviene anche a noi: il piacere è più forte del dolore, perché entra di nascosto e ci convince a servirlo.

Cose che non baratteremmo mai con una casa o con un campo fertile, le paghiamo senza esitazione con il tempo, con la libertà, con l'onore.
La natura ci aveva creati liberi, semplici, innocenti. Aveva nascosto nel profondo della terra l'oro e l'argento, perché non li vedessimo; e ci aveva posto gli occhi in alto, perché guardassimo le stelle. Ma noi abbiamo scavato nelle viscere del mondo come se volessimo strappare all'Ade le sue ombre: abbiamo dissotterrato la causa della guerra e l'abbiamo chiamata ricchezza.
Abbiamo sporcato le mani per ciò che, quando è sotto terra, è fango, e quando è alla luce, veleno. Gli operai delle miniere si insozzano di polvere e di sudore; ma chi possiede ciò che essi estraggono è più sporco di loro, perché il metallo corrompe non il corpo, ma l'anima.

La ricchezza, la gloria, il potere: tutte cose che brillano un giorno e il giorno dopo svaniscono.
Chi si regge su di esse non vive, galleggia. La sua gioia è schiuma: nasce dal moto esterno e si dissolve con esso.
La vera felicità, invece, non proviene dal di fuori: germoglia nell'intimo come fonte inesauribile, sgorga limpida e resta limpida, anche se il cielo si rabbuia.
Tu chiedi: "Ma i beni materiali non possono essere utili, piacevoli, degni d'essere desiderati?"
Si, certo — se obbediscono, non se comandano.
Devono essere nostri strumenti, non i nostri padroni.
Chi possiede se stesso può possedere tutto; chi si consegna alle cose, è schiavo anche nella ricchezza.
E un errore, Lucilio, credere che la fortuna ci doni beni o mali: essa ci porge soltanto la materia dell'uno e dell'altro.
Siamo noi che trasformiamo ciò che ci accade in piaga o in forza.
L'anima è più potente della sorte: essa interpreta, ordina, decide.
La stessa tempesta che travolge l'uomo vile, esalta il coraggio dell'uomo forte.

A che ti giova che le mule siano pari di mantello e ben pasciute? Che la carrozza luccichi di ceselli? Gli ornamenti non rendono migliore né il padrone né la bestia.

E guarda la gola degli uomini: insaziabile, fruga mari e terre, insegna alle reti a ingannare i pesci e ai cuochi a corrompere la fame. Si mangia più per vanità che per necessità, e si è più malati di stomaco che di spirito. Così la vita si consuma nel superfluo, e nessuno si accorge che ciò che manca non è la ricchezza, ma la misura.

La filosofia non si stanca di ricordarci che possediamo già tutto ciò che serve per essere felici — ma che, proprio per questo, dobbiamo imparare a desiderare meno.

Un tempo si nutriva la fame; oggi s'infiamma l'appetito. Un sol ventre mette a lavoro città intere; le vivande si mescolano nei piatti prima che nello stomaco, e i mali che ne nascono sono misti, oscuri, tenaci.

Ha pochissime necessità l'uomo che ha pochissimi desideri

La ricchezza non dona pace, ma affanno: si teme di perderla più di quanto si teme la morte, e ogni giorno la perdita di ciò che non si ha pesa più della perdita di ciò che si possiede. E, come se non bastasse, chi è povero in denaro invidia il ricco, e chi è ricco invidia un altro più ricco di lui.
Nessuno è mai contento, perché nessuno ha ancora imparato a possedere se stesso.

Ti dico soltanto di distinguere ciò che viene dalla natura da ciò che nasce dal capriccio.
Ciò che supera il necessario è breve, effimero, e non nutre: come acqua che, traboccando dal vaso, non disseta più ma si perde nel suolo.

Umiltà 

Il peggiore ostacolo, però, è la nostra presunzione: ci crediamo migliori di quanto siamo.
Accettiamo le lodi con piacere, anche quando sappiamo che sono menzogne.
Siamo indulgenti con noi stessi perché desideriamo essere lodati per virtù opposte ai nostri difetti.
Così il crudele si crede mite, il ladro generoso, il dissoluto temperante.
E nessuno si corregge, perché tutti si sentono già giusti.

Ciò di cui abbiamo davvero bisogno , pane e acqua, è gratuito o costa pochissimo.
Nessuno è tanto povero da non poterseli procurare.
Chi si limita a questo, dice Epicuro, può competere in felicità con Giove stesso.

Anche se possiedo poco, quel poco mi basta per il cammino che mi resta. Ho provviste superiori al viaggio che ancora mi rimane da fare, e il sentiero che percorro non ha bisogno di essere portato a termine: una vita non è incompiuta se è virtuosa. Un viaggio sì, se ti fermi prima della meta; ma una vita buona è compiuta dovunque la si concluda. Non importa quanto duri, ma come si chiude.

Non ti dico che la felicità consista nell'avere poco — sarebbe ancora povertà — bensì nel non aver bisogno di nulla.

Segui la natura, e non sarai mai povero; segui gli uomini, e non sarai mai ricco.

Schiavi per scelta

Gli uomini parlano male dell'ambizione, ma la amano.
Si lamentano dei loro impegni, ma non li lasciano.
Sono schiavi che si tengono da soli la catena.
Pochi, Lucilio, sono schiavi per costrizione; la maggior parte sceglie la schiavitù.

Ed è ancora Epicuro a darci un consiglio prezioso:
"Agisci sempre come se Epicuro ti vedesse."
Non c'è nulla di più utile che sentirsi osservati da un uomo saggio.
Avere un testimone davanti a cui non osare sbagliare.
Viviamo meglio quando pensiamo che qualcuno ci guarda.
Quando poi avrai fatto abbastanza progressi da avere soggezione di te stesso, allora potrai congedare il tuo maestro e dire:
"Non ho più bisogno di un custode, perché io stesso mi sorveglio."


Perciò, Lucilio, ogni giorno: accusati, giudicati, perdonati e talvolta punisciti.
Solo chi è giudice severo di sé, sarà giudicato con clemenza dalla vita.


"Coraggio, stringi i denti, sali questo pendio finché il fiato ti regge!"
L'impegno è il nutrimento delle anime forti.

La religione

Che bisogno hai di preghiere?
Renditi felice da solo.

Fino a quando, ti chiedo, continueremo a chiedere agli dèi ciò che potremmo ottenere da noi stessi?
Fino a quando invocheremo il loro aiuto per ciò che dipende solo dalla nostra volontà?
E fino a quando estenderemo i nostri campi come se dovessero nutrire intere citta?
Per saziare un solo uomo, ormai, lavora un intero popolo.
Centinaia di navi attraversano i mari per rifornire una sola mensa.
Il toro si nutre d'un piccolo prato, e un bosco basta a molti elefanti.
Per l'uomo, invece, non bastano né la terra né il mare.
Com'è possibile?
La natura ci ha dato un corpo piccolo, e tuttavia un appetito smisurato?
No, Lucilio: non è la fame naturale a renderci insaziabili, ma la vanità.

L'individualismo e la vita appartata

Non temo che ti cambino, temo soltanto che ti rallentino.

Mi informo spesso su di te.
E vuoi sapere qual è la notizia che più mi rallegra? Il silenzio.
Il fatto che la maggior parte delle persone che interrogo non sappiano nulla di preciso su di te.
È il segno più sicuro che vivi ritirato, sobrio, indipendente.
Il modo migliore di vivere è non mescolarsi con chi è diverso da noi nell'animo e insegue altri fini.

Solo chi non affida la propria felicità alle mani degli altri può essere sereno.

Chi spera sempre in qualcosa, anche se la speranza è vicina o fondata, resta inquieto e fragile.
Il saggio sa affrontare le difficoltà, ma non le cerca.
È meglio la tranquillità della ragione che l'eroismo dell'inquietudine.
Meglio piacere a sé stessi che piacere ai molti.
vivere senza paura, vincere i mali o almeno porvi un limite, e non desiderare di piacere, ma di valere.

Chi confida nella propria interiorità non dipende da desideri o doni altrui.

Un grande uomo non spreca parole: la sua autorità si logora se ammonisce chi non ascolta.
L'arciere non deve colpire il bersaglio per caso, ma sbagliare solo di rado.
La saggezza è come l'arte del tiro: non si tira a caso nella folla, ma si mira a chi può davvero imparare.

Quest'altro consiglio di Epicuro:
"Ritirati in te stesso, soprattutto quando ti trovi tra la folla."
Solo chi è diverso dalla massa può ritirarsi dentro di sé senza pericolo.
Guarda la gente intorno a te: quasi nessuno troverebbe pace se restasse solo con se stesso.
Molti fuggono gli altri solo per non affrontare sé stessi.
Tu, invece, ritirati in te quando puoi, se sei già tranquillo, giusto, temperante.
Altrimenti, se ancora non lo sei, stai lontano da te finché non ti sarai reso degno della tua compagnia.


Questo celebre mosaico romano raffigura uno scheletro disteso su un triclinio che indica la famosa iscrizione in greco antico ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ (Gnōthi sauton), che significa "Conosci te stesso".
L'opera risale al II secolo d.C. ed è conservata a Roma presso il Museo Nazionale Romano (in particolare, nella sede di Palazzo Massimo alle Terme).
Significato e contesto
Memento Mori: il mosaico decorava originariamente il pavimento di un triclinio (la sala da pranzo romana) in una villa situata lungo la Via Appia. La presenza dello scheletro, accostata al motto filosofico del tempio di Apollo a Delfi, fungeva da monito ironico e profondo per i commensali: un invito a ricordare la brevità della vita terrena e a godersi i piaceri del banchetto con consapevolezza e moderazione.

La tranquillità / il silenzio

L'abitudine rende sopportabile ciò che pareva intollerabile.
Perciò il saggio si esercita ai mali futuri: ciò che gli altri sopportano dopo lunga sofferenza, egli lo rende sopportabile con lunga meditazione.
E a qualunque cosa gli accada, può dire: "Me l'aspettavo."
Ho imparato che la vera tranquillità nasce quando nessuna notizia può turbare.

Molto giova all'animo il silenzio: vivere tranquilli è parlare poco con gli altri e molto con se stessi.

La libertà

Che cos'è la libertà?
Non essere schiavo di niente, né del caso, né della necessità, né della fortuna.

Che cos'è la libertà?
Non temere uomini né dèi;
Non concepire desideri turpi o sfrenati;
Possedere un grande dominio di sé.
Appartenersi: questo è un bene inestimabile.

Chi medita sulla morte, in realtà medita sulla libertà.
Chi ha imparato a morire, ha disimparato a essere schiavo.
Nessuna prigione, nessuna catena può far paura a chi sa che la porta è sempre aperta.

Abituarsi al poco, Lucilio, è un esercizio necessario. Anche chi possiede ogni cosa conosce giorni e luoghi in cui tutto gli è precluso. Nessuno può ottenere sempre ciò che desidera; ma ciascuno può imparare a non desiderare ciò che gli manca. In questo consiste la vera libertà: non nel possedere tutto, ma nel non dipendere da ciò che non si possiede.

Nessuno è libero, se non è padrone di sé stesso.

Chi vuole essere libero, disprezzi tutto ciò che può essere perduto.

La malattia

Ti dirò che cosa mi ha sostenuto, ma prima voglio farti capire che ciò che conforta davvero può diventare una medicina. Un sollievo dell'animo, quando è puro, guarisce anche il corpo. Gli studi, Lucilio, mi salvarono: la filosofia fu la mia guaritrice. A lei devo la vita — ma questo è il debito minore, perché a lei devo anche la forza di sopportarla.
Anche gli amici contribuirono molto alla mia guarigione: la loro presenza, i loro consigli, le conversazioni che riempivano le ore mi sollevavano più di qualunque rimedio. Nulla, mio caro, dà più coraggio a un ammalato dell'affetto sincero di chi gli è vicino; nulla attenua di più l'attesa o la paura della morte. Mi sembrava che finché loro vivevano, io non potessi morire davvero. Non avrei più vissuto con loro, ma in loro; non mi sembrava di morire, ma di trasmettere l'anima.
Fu così che ritrovai la volontà di resistere, e mi convinsi che il vero fallimento non è non saper morire, ma non saper vivere.
Questi, dunque, sono i miei rimedi. Il medico ti dirà quante passeggiate fare, quanta attività sia giusta, e ti metterà in guardia contro la pigrizia che spesso accompagna la malattia. Ti raccomanderà di leggere ad alta voce, per esercitare il respiro e rinforzare i polmoni; di andare in barca, per sciogliere il corpo con il moto dolce delle onde; di curare l'alimentazione e il vino secondo misura.
Io, invece, ti prescrivo un solo rimedio, valido contro questa e tutte ' malattie: il disprezzo della morte. Nulla è veramente triste per chi non teme di morire.

Morirai non perché sei malato, ma perché sei vivo; la morte ti attende anche dopo la guarigione. Se guarisci, scampi alla malattia, non alla condizione mortale.
Passiamo ai dolori veri e propri.

La malattia ti toglie forse l'anima? Ti impedisce di pensare, di ricordare, di insegnare, di riflettere? Può legare il corpo, non lo spirito.
Anche nel letto del malato c'è posto per la virtù.
La fortezza non si mostra solo sui campi di battaglia, ma anche tra le lenzuola. Hai qualcosa da fare: combattere bene contro la malattia.

E se la morte lo chiama, anche se prematura, non lo coglie impreparato. Perché ha già raccolto i frutti di una lunga vita: la conoscenza, la serenità, la coscienza di aver vissuto bene.

Lo stolto, invece, si tormenta prima ancora che il male arrivi: lo teme, lo immagina, e ne soffre due volte  per il pensiero e per la realtà.
Come nel corpo i sintomi precedono la malattia, così un'anima debole soffre i dolori prima che accadano.
È follia affliggersi per il futuro e chiamare a sé disgrazie non ancora nate.
Se il male deve venire, lasciamo che venga quando sarà il suo tempo.
Il dolore appartiene solo al presente: ciò che è passato o deve ancora venire non può farci male.

La vera gioia

Gli stolti credono di provare gioia, ma non è gioia: è eccitazione, come quella dei leoni che divorano la preda. Quando i piaceri si dissolvono, resta solo il vuoto.

Solo il saggio può provare la vera gioia: un'elevazione dell'anima che confida nel bene e nella verità che possiede.
Noi, invece, chiamiamo gioia anche l'emozione per un'amicizia riuscita, per un matrimonio, per la nascita di un figlio.
Ma queste non sono gioie, spesso sono soltanto l'inizio di nuove inquietudini.

Vivere bene

Ricorda: il bene non è vivere a lungo, ma vivere bene. Il saggio non misura la vita in anni, ma nella qualità dei suoi giorni.
E sceglierà dove vivere, con chi, e in quale modo, badando non alla durata ma al valore del vivere.
Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; e morire bene è sfuggire al pericolo di vivere male.

Non vi è maledizione più grande del non essere in pace con se stessi.

Il delitto può essere nascosto, non cancellato. Chi ha peccato, anche se non è scoperto, non è più sicuro: ogni volta che ode nominare un colpevole, crede si parli di lui; la sua anima è una casa dove si cammina in punta di piedi, temendo che il pavimento scricchioli.

Tutte le passioni entrano come ospiti e restano come tiranni.

Chi spera nella morte non teme nulla. E anche se l'anima, come pensano alcuni, dovesse disperdersi col corpo, l'uomo saggio vive in modo da lasciare dietro di sé una traccia che non muore: la virtù. Essa sopravvive nella memoria degli uomini come un profumo che resta nell'aria dopo il passaggio del fiore.

Sull’eutanasia

Ti racconterò di Scribonia, zia di Druso Libone, giovane nobile ma folle di ambizione. Accusato, malato, abbandonato da tutti, esitava se morire da sé o attendere la condanna. La zia gli disse:
«Che gioia ti dà sbrigare una faccenda che tocca ad altri?»
Ma egli si tolse la vita e non sbagliò: chi deve morire entro pochi giorni per mano del nemico, se resta in vita, lavora per il suo carnefice.
Dunque, bisogna aspettare o prevenire la morte? Non esiste una regola unica. Se il destino prepara torture, perché non scegliere una morte più dolce? Come scelgo la nave o la casa, così sceglierò la mia uscita.
Una vita lunga non è migliore, ma una morte rimandata troppo a lungo è spesso peggiore. Siamo liberi solo quando scegliamo il modo di morire.

Ma noi viviamo come inquilini attaccati alla casa che crolla, troppo abituati per lasciarla.
Vuoi essere indipendente dal corpo? Abitalo come una dimora temporanea.
Sapere che presto dovrai lasciarla ti renderà più forte.
Chi desidera troppo non riesce a pensare alla fine: la morte non entra dove tutto è desiderio. Nessun pensiero, più della morte, va meditato: tutte le altre prove possono non toccarci mai. Ci prepariamo alla povertà, e restiamo ricchi; al dolore, e il corpo resta sano; alla perdita, e gli affetti ci vengono risparmiati. Solo la morte è certezza, e un giorno dovremo davvero praticare ciò che meditiamo.

A proposito degli aforismi

Fino a quando camminerai sotto l'ombra di un altro?
È tempo di prendere il comando.
Pronuncia parole che meritino di essere ricordate, non limitarti a ripetere quelle altrui.
Chi vive solo di citazioni, non pensa con la propria testa.
Ricorda non significa sapere.
Ricordare è trattenere concetti di altri; sapere è farli propri, fonderli col proprio giudizio, non guardare sempre verso la cattedra del maestro.
Non essere un libro che parla, ma un uomo che pensa.
È tempo di insegnare, non solo di imparare.

Il suicidio di Seneca, dipinto storico del 1871 di Manuel Domínguez Sánchez, oggi al Museo del Prado

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