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Su e giù per la Val Bavona

Sono tracce di un passato di fame, povertà, di sofferenza e grandi fatiche; ogni passo, ogni sguardo sembra ricordarmelo più che mai qui in val Bavona.

Dal Sasso del Zaznanin, agli orti sui massi, ai rifugi per animali e pastori chiamati splüie, alle cappelle passando per i racconti dio Plinio Martinimille storie dal comun denominatore.

Me lo ricordano anche le innumerevoli cappelle disseminate lungo le valli ed i sentieri che portano agli Alpi, luoghi in cui gli abitanti potevano ricevere un po di conforto spirituale inginocchiandosi per una preghiera. 

Ed é proprio per questo che provo ammirazione mista a profondo rispetto per questa e altre valli dal passato travagliato.

La prima immagine che propongo ben riassume le righe che introducono a questa esplorazione a macchia della valle. In una delle cappelle visitate sono rappresentati i momenti tipici che caratterizzano la vita da queste parti. Ne scelgo una che ben descrive quello che dovevano essere vita e priorità. Un pastore é intento a mungere la sua mucca imperterrito malgrado il temporale che si sta scatenando. A giudicare dalle dimensioni del fulmine e dalle persone sullo sfondo che scappano spaventate si intuisce la violenza delle precipitazioni e la determinazione di portare avanti il compito malgrado le avversità di madre natura. E da queste parti sulle avversità non si é lesinato

Un contadino col pastrano munge una mucca mentre imperversa un temporale. 
Uno dei 16 dipinti della Capéla du Canton (vedi sotto) che ho sparso un po' ovunque nel post

Certo oggi passando in macchina con la pancia bella piena questi piccoli villaggi ci trasmettono un idea romantica, sono abitati solo nella bella stagione e accolgono gente il cui l'unico intento é godersi la vita e rilassarsi al fresco. La presenza del passato é ancora tangibile, questi valli, questi gruppi di cascine e stalle, queste mura sono testimoni di tempi duri e tanto sudore.

Sono alla ricerca di qualche testimonianza dal passato che mi aiuti a trasportarmi nel mondo che fu, che tanto mi affascina, che suscita in me ammirazione e rispetto per chi ogni giorno si ritrovava a lottare per arrivare a sera.

Inizia a piovere, mi fermo in corrispondenza di Roseto, un aurea grigiastra avvolge l'insediamento mentre i villeggianti si sono ritirati in tutta fretta all'interno delle abitazioni.

Roseto

Sono di rientro da un escursione in val Calneggia, e prima di abbandonare la Valle Bavona ho deciso di fare una puntatina fino a San Carlo, stavolta in macchina. Facile eh?

Cappella di San Carlo

La cappella (edicola) si trovava a sinistra della strada carrozzabile, appena prima di attraversare il ponte sul fiume Bavona, di fianco parte il sentiero per l'alpe Antabbia. Siamo a due passi da San Carlo, l’ultimo paese della valle.


Si sente la fatica solo a guardarla, salita all'alpe, anche i più giovani non erano esenti dagli sforzi

La prima cappella (del 1950 ca.) è stata distrutta durante l’alluvione dell'agosto 1987 e rimpiazzata da una nuova nel 2010

"Sacra Famiglia dell’Alpe insegnaci la semplicità del vivere e guidaci nella transumanza verso il Cielo”

San Carlo Borromeo che tiene due forme di formaggio all'alpeggiante che gli sta di fronte, accovacciato, metre munge una capra. Nel pastore si riconosce chiaramente l’Arnoldo Dadò già incontrato in Val Calneggia.

Sopra lo stemma patriziale di Bignasco, croce; "Questa cappella è stata fatta fare dagli Amici di San Carlo Val Bavona - 2010”

Oratorio della Natività o di Gannariente

Poco più in basso. Emma valle un altro luogo che merita una visita. Chiesa, campanile e portico formano un complesso dei più vistosi in Val Bavona. Il campanile si staglia nel cielo, con la bella guglia conica. Il portico, alto come la chiesa, è adiacente alla strada e gli sta di fronte un grosso macigno che lo sorpassa di parecchio in altezza. Si resta stupiti nel vedere tutt’attorno niente altro che pietrame e massi, in caotico scompiglio, nascosti a malapena da alberi che non si sa dove affondano le radici.


Il luogo selvaggio dove sorge l’oratorio ha fatto nascere la leggenda che esso sia rimasto in piedi dopo lo scoscendimento che avrebbe travolto e distrutto un quanto mai fantomatico nucleo abitato, ma il racconto non regge. Resta il fatto che, a guardarsi attorno, si è presi da strana impressione di solitudine e mistero. Prima di entrare, prendiamo nota della data incisa sull’architrave: 1595.

Sorse nel 1595, probabilmente su un tempietto già oggetto di culto, come ringraziamento per lo scampato pericolo dalle catastrofiche frane avvenute poco lontano, a Foroglio, l'anno precedente.

La parete a monte era occupata da tre grandi tele di scuola fiamminga, cospicui doni di emigranti cavergnesi in Olanda. Purtroppo, l’opera di maggior valore è stata rubata nel 1989 (dopo taglio del catenaccio al portone!) e in seguito anche le altre sono state allontanate e riposte in luogo sicuro.

Resta da sottolineare il fatto che l’oratorio di Gannariente è il più ricco di affreschi in Val Bavona.

Quando si dice che la mela non cade lontano dalla pianta. L'espressione e le fattezze sono inequivocabili: il figlio ha preso veramante tutto dalla mamma. Si potrebbe dire quasi la stessa cosa degli angeli che tengono la corona. 

Quello che non é riuscito nel tracciare i lineamenti del viso é stato largamente recuperato nella mammella della Madonna: soda e decisamente in salute.

Capèla du Cantòm

Data di costruzione: 1638; committente: Jovan Jacomo di Jnselmino Martin


Cappella del "Cantom" costruita nel 1638 da Jovan Jacomo di Inselmino Martini ampliata l'anno 1831 dai Benefattori di Roma; restaurata e affrescata tra il 1979 e il 1980, dalla Parrocchia di Cavergno e da suoi benefattori in memoria e riconoscenza verso i nostri Avi e in ricordo della loro umile e dura esistenza.

Le 16 tavole

Su di un « alpe » della Valle Bavona sta scritto sopra un macigno: « Dio protegga la Svizzera. Fratelli Zanini». Questa fede, che fa discendere la protezione divina sulla patria nostra, è sublime. Quando sopraggiunge il momento del pericolo, non è certo lo scettico filosofo, l'uomo miscredente e gonfio della propria dottrina, che accorrerà a difendere la patria sua... Ma l'alpigiano, che ha la fiducia che Dio protegge la patria, sarà al suo posto a compiere tutto il dover suo, perchè sa che Dio gli ordina di sagrificarsi interamente per la patria che gli ha dato.

Vita all'alpe, mentre viene preparato il formaggio un uomo ci da dentro con la zangola e una donna dice il rosario

Su e giù per i sentieri con la cadola o la gerla. Va riconosciuto il grande ingegno e fatica dei nostri avi nel costruire questi incredibili percorsi

Produzione del carbone

In inverno con l'ausilio delle slitte

Piazza San Pietro al Vaticano in omaggio di chi é emigrato all'estero e ha commissionato la cappella.

Tributo alle donne

Le vere protagoniste, sempre intente a faticare all'inversosimile, spesso sole, obbligate a mandare avanti la baracca mentre i mariti emigrano. Diverse scenette sono giustamente dedicate a loro.




Sonlerto

A Sonlerto l’intero borgo è stato costruito nel bel mezzo di un’antica frana. Anche se qui la vita è tutt’altro che facile, gli esseri umani risiedono da millenni in questi luoghi. «Le prime tracce trovate ai piedi del Monte Basodino (3200m) mostrano che i contemporanei di Ötzi frequentavano la regione già più di 5000 anni fa. Tra loro, soprattutto cacciatori e cercatori di cristalli»


Sonlerto si presenta come un nucleo composto da di verse costruzioni, in numero maggiore rispetto alle altre Terre, a eccezione di Fontana. Più che altrove, qui i bavonesi hanno dovuto ingegnarsi per insediarsi tra i macigni costruendo il villaggio letteralmente a cavallo di una frana ciclopica che sbarrava la valle. Sonlerto è edificato in modo raggruppato attorno all’oratorio, il quale si affaccia su una bella piazzetta a cui convergono tutti i vicoli. Un nucleo così grande risulta anche piuttosto popolato: nel 1669 è segnalata la presenza di trenta famiglie, nel 1852 sono contati sessantadue abitanti, men tre sono censite cento persone nel 1880. 

La frazione di Sonlerto in Valle Bavona. 

La vecchia strada delimitata da muri a secco con sassi accatastati e tolti dai prati vicini, crea quella che si chiama una carrale o "caraa" in dialetto. La Terra di Sonlerto o Frazione presenta ancora le stalle vicino ai prati, mentre al centro e attorno alla chiesa vi sono le rustiche abitazioni. Oggi queste stalle sono state tutte trasformate in rustici di vacanza pur mantenendo la topologia del territorio attraverso un piano di valorizzazione specifico per la Bavona. Sul grosso masso, al centro della foto vi è un prato pensile per rubare una manciata di fieno in un mondo dove sassi e macigni sono i padroni del territorio. L' uomo è accettato se sa accostarsi con umiltà e rispetto.


Una prima attestazione ufficiale di Sonlerto è datata nel 1475 e concerne la vendita di terreni ed edifici, compresa pure una “casa di fuoco sotto un macigno” (abitazione situata sotto uno splüi). Sempre nei documenti di archivio, molteplici sono le note legate a eventi catastrofici che nei secoli hanno distrutto terreni coltivati, prati, case e stalle. Nel 1922 e nel 1966 si è provveduto alla costruzione di alcuni ripari che comunque non riescono a contenere completamente le imponenti valanghe e le acque in piena dei ruscelli

Gli stabili rurali che per il loro meccanismo idraulico erano situati nei pressi dei corsi d’acqua sono completamente scomparsi. Più volte segnalati nei documenti, di mulini e peste non restano più nemmeno i ruderi, probabilmente spazzati via dalle acque tumultuose dei torrenti. Le peste avevano permettevano di brillare l’orzo, un esempio ancora funzionante si trova a Fusio

I mulini servivano per macinare i cereali e le castagne con cui i bavonesi producevano la farina necessaria alla loro autosufficienza. Il frutto del castagno per secoli è stato determinante nell’alimentazione, tanto che nel 1600 è certo che a Sonlerto si vendevano soprattutto castagne, ma anche avena e burro. 

Raccolta di castagne (?)

La segale e altri cereali di montagna erano sicuramente molto coltivati prima dell’avvento della patata, giunta e impostasi nelle nostre vallate sul finire del Settecento. 

Il forno comunitario, costruito nel 1627, non esiste più. Alimentare un forno a legna per la cottura delle pagnotte di farina di castagne e segale (fiasce) comportava un gran dispendio energetico. Era quindi più logico unire le forze anche per questa attività: si panificava poche volte al mese e la comunità cercava di sfruttare al massimo il calore prodotto con il maggior numero di infornate possibili. 

La torba in legno sorretta da “funghi”, che si nota all’entrata nord del nucleo, aveva funzione di granaio e, grazie all’analisi dendrocronologica, è stata datata al 1480. Questa costruzione, tipica della popolazione Walser, risanata già una prima volta nel 1591, si presenta con doppi locali sia al pianterreno (probabilmente adibiti a ripostiglio), sia al primo piano dove venivano conservate le granaglie, confer mando come la proprietà fosse divisa tra due nuclei famigliari. Il ballatoio coperto serviva per far asciugare gli ultimi covoni raccolti come pure per ventilare i chicchi all’asciutto. 

Un ulteriore edificio di servizio citato negli archivi è il telaio. Ogni Terra della Bavona aveva il proprio locale in cui era situato questo attrezzo che permetteva la realizzazione di tessuti con i filati prodotti dalla coltivazione della canapa. Ancora oggi il talèe è riconosci bile all’angolo del grande prato al centro del nucleo

Nel 1674 è segnalato un orto su pradone (masso), ovvero un prato pensile coltivato. Questi prati pensili sono presenti ovunque in Valle Bavona dove ne possono trovare oltre 150. Esaustivi dettagli sono raccolti nell’apposito Fascicolo pubblicato nel 2018 dalla Fondazione: Massi coltivati di Val Bavona (collana Quaderni di Val Bavona, n°2) . 

Un altro tema che ha contraddistinto la Bavona è quello del taglio dei boschi e della fluitazione del legname. In relazione a questa operazione nel 1852 si segnala la costruzione di una serra sul fiume nella zona Sèrta, demolita poi un paio di anni dopo. 

Per migliorare il camminamento all’interno del nucleo, nel 1881 gli abitanti di Sonlerto procedono con la selciatura delle strade. Questo intervento favorisce sicuramente la situazione in periodi di pioggia, ma non trova consenso unanime in quanto i sassi utilizzati risultano troppo spaccati e, per un popolo che cammina scalzo, provocano dolore ai piedi. La selciatura completa con importanti interventi di drenaggio, miglioramento dell’acquedotto e inserimento dell’impianto GAS sono stati eseguiti all’inizio di questo secondo millennio

La natura

Inutile negarlo, a oggi lo scenario che più ci devasta la vista é quello in zona Fontana, dove causa un nubifragio tra il 29 e 30 giugno 2024 ha portato a valle una colata di detriti che in pochi minuti ha portato via decine se non centinaia di anni di duro lavoro per costruire case e sentieri

Quando giungo sul posto per la prima volta e trovo tutto sconvolto un profondo silenzio si impossessa di me. Cerco di immaginare cosa sia significato per chi qui era abituato ad una vita di stenti. Alla vita dura si aggiungevano queste calamità, ritrovarsi a dover ricostruire tutte da zero dopo aver spostato centinaia di massi…La resilienza doveva essere una delle maggiori qualità di chi viveva qui.

Mi sembra ancora ieri quando giunsi a Fontanta durante una delle mie escursioni in valle. Un uomo stava pulendo la fontana del paese con cura, con una spazzato e la stava 

30.07.2022 Vista su Fontana

Stando a questa foto satellitare la fontana dovrebbe ancora esserci, solo pochi metri più in là e non sarebbe rimasto più nulla


L'enorme masso portato a valle

La cappella d'Australia

Questa in realtà me la sono persa. È infatti andata distrutta nell'alluvione del 2024. E 0pensare quante volte, non tantissime in realtà, ci sono passato di fianco

Cercio rosso - l'enorme masso a monte della strada
Cerchio giallo - la costruzione fotografata sopra
Cerchio viola - Ubicazione della cappella d'Australia distrutta dall'âlluvione 

Il racconto noto è essenzialmente il seguente: l’anno 1853, sentito che in Australia era stato trovato un favoloso filone d’oro e che tutti quelli che ci andavano si arricchivano, un gruppo di Cavergnesi – si sa l’unione fa la forza – decise di avviare le pratiche per andarci a tentare la fortuna.

Occorrevano almeno 1500 fr. per persona e siccome pochi disponevano di una cifra del genere – allora la paga era di fr. 1-1.50 al giorno –si pensò di ricorrere al taglio dei boschi patriziali per finanziare la spedizione. Così fu fatto e nel settembre del ’54 tutto era pronto.
Il gruppo dei 21, si dice, partì in autunno da Cavergno, quasi una festa, accompagnato da molti compaesani fino a Fusio, con pochi fino al Passo Sassello, ancora meno fino ad Airolo e con un solo disponibile – un esperto «navigatore» – fino ad Amburgo.

All’imbarco del gruppo, avvenuto in quel porto, mancava all’appello un compaesano. Che farci? Di certo la nave non aspettava e salpò. 

Fu un viaggio penoso, travagliato in tutti i sensi su un mare particolarmente burrascoso  e così, il 25 dicembre, ancora in alto mare e forse pensando più a casa che all’Australia, i Cavergnesi si riunirono e fecero voto di far erigere una cappella in ringraziamento se... riuscivano a completare almeno il viaggio d’andata. Giunsero sfiniti a Melbourne nella primavera dell’anno dopo e, sul molo ad attenderli 
con ansia, ma guarda caso!, c’era il Beltrami che aveva mancato l’imbarco ad Amburgo e che, arrivato da parecchio tempo, sapeva già un po’ di australiano!

Di quello che poi capitò in Australia si tramandò ben poco – era abitudine degli emigranti quella di lasciare le cose al posto dove capitavano – e, a conclusione, si sapeva che di oro ne trovarono poco, ma che tutti gli emigranti tornarono e adempirono il Voto fatto costruendo la cappella, poi detta d’Australia, sulla strada di Val Bavona, a Mondada.

La cappella d’Australia a Mondada sulla strada di Val Bavona, con il portico sotto il quale passava 
la mulattiera, era anche luogo di sosta e rifugio per i viandanti.

Verbali da assemblee

Circa la documentazione ufficiale va detto che allora si scriveva molto poco.
A Cavergno il primo libro dei verbali delle sedute del Municipio e delle riunioni assembleari inizia solo il 1. 9. 1832 e, fino al 1854, senza nemmeno fare distinzione tra le decisioni del Municipo e quelle del legislativo.

1851
Nel corso della primavera giunge la notizia della scoperta dell’oro in Australia e subito, vedi
quanto scrive Cheda, due valmaggesi si buttano nell’avventura

1854
4 giugno: il Municipio, su istanza di 22 cittadini, convoca un’Assemblea per trattare il 
problema del finanziamento di chi vuole recarsi in Australia.

18 giugno: l’Assemblea Patriziale, 41 presenti su 71 iscritti in catalogo, decide all’unanimità i seguenti punti: il finanziamento agli emigranti può essere fatto con il «capitale boschi» (previsto inalienabile) prestato alla Ditta Patocchi; sono concessi 1200 fr. a testa al 4% (c’erano quelli che chiedevano di più), gli interessi «rotti» fino al 31. 12 devono essere anticipati, il rimborso non può essere richiesto prima del 1. 1. 1857. Si incarica l’Amministrazione di rivolgersi al consigliere nazionale Valentino Alessandro Balli per le pratiche (si vedrà poi che sono quelle della trasferta al porto e d’imbarco) e all’avv. Giacomo Balli di Roveredo per reperire la somma di 22’000 fr. e per i contratti da garantire con ipoteca (non bastava più la firma del garante).

Le condizioni di prestito poste dal Patriziato

Da quanto si è visto, tanto a Cavergno quanto a Bignasco (in seguito dirò degli emigranti bignaschesi documentati) non è vero che si tagliarono i boschi per mandare gente in Australia ma si usarono i soldi già incassati con i tagli deliberati prima e dopo il 1830. Un secondo aspetto che lascia un certo dubbio sul bisogno di emigrare, guardando solo alle possibilità di lavoro, è la faccenda della ventina di bergamaschi e comaschi presenti nei nostri boschi prima e dopo il 1854. 
Forse ha visto giusto chi ha scritto che si andava a «tentare la fortuna», o è probabile che le condizioni politiche vissute allora e le pessime speranze nel futuro, fossero ben più determinanti di quanto non lo si possa immaginare oggi.

Anche il Comune o Patrziato di Bignasco concedono soldi a chi vuole recarsi in Australia, ma  lo fanno con molta parsimonia e, fidandosi dei garanti, ipotecando solo i beni di chi riceveva il prestito. 
La reticenza degli Enti pubblici di Bignasco è poi confermata, pochi anni dopo, dall’istanza  che il Patriziato inoltra al Governo chiedendo di proibire, in tutto il Cantone, il finanziamento dell’emigrazione con denaro pubblico.

Data di costruzione: 1859; committente: Benefattori cavergnesi emigrati in Australia.


Artista: Giacomo PEDRAZZI da Cerentino (1811-1879); 
data di esecuzione: 1859; tecnica: affresco 

BENEFATTORI CAVERGNESI / ITI IN AUSTRALIA / 1854

Osservazioni: Distrutta dall'alluvione del 29.6.2024. Si è salvata per contro la statua della Madonna del Rosario che è stata rinvenuta (sfigurata) nel fiume a Cavergno.

Tradizioni: La cappella è stata costruita come ex-voto a ricordo dell'emigrazione cavergnese in Australia.

Il gruppo dei 22 partiti da Cavergno il 20 settembre 1854

Nelle ultime pagine del libro «Status Animarum» della Parrocchia di Cavergno sta scritto: «Partenza dell’emigrazione di cittadini del Com. di Cavergno per l’Australia scritte da me Don Luigi Alessandro Zanini curato di detto comune (è morto il 21. 10. 1855). 

L’anno del Signore 1854 alli 6 marzo partirono per l’Australia i fratelli Giuseppe e Giacomo Inselmini figli del vivente Giovanni. Giacomo, ammalatosi per strada ritornò a casa, Giuseppe continuò il viaggio e arrivò a Melbourne in Australia alli 5. 8. 1854 come da lettera scritta da Melbourne in data 7. 8. 1854 giunta a Bignasco li 24 novembre 1854». 

«17. 9. Oggi si fece il trasporto di S Faustino m. ad istanza degli infrascritti cittadini di Cavergno emigranti per l’Australia e dopo i vespri mi recai a Mondada a benedire la cappella eretta dagli infrascritti in onore di S. Maria Ausiliatrice. Partirono da Cavergno all 20. 9. 1854, arrivarono ad Amburgo all 29. 9 da dove si imbarcarono per l’Australia all 10. 10. 1854». Segue l’elenco di 22 nomi, che riprendo sotto, e termina con: «Tutti arrivarono a Melbourne il 24. 2. 1855 come da lettera 11. 3. 1855 giunta a Cavergno il 13. 6. 1855. 

Ex voto chiesa Santa Maria Maggia

Da questo scritto, sconosciuto fino al 1992, risulta chiaro che: – il primo emigrante australiano di Cavergno fu Giuseppe Inselmini; – i partenti in gruppo il 20. 9. 1854 fuono 22; – la cappella, dedicata a M. Ausiliatrice (gli emigranti diranno Madonna delle Grazie) è stata costruita da loro e poi benedetta tre giorni prima della partenza. All’elenco di Don Luigi Alessandro Zanini, redatto con i soli nomi e paternità degli emigranti, sono aggiunte le seguenti informazioni: 

* con prestito patriziale di 800 - 1200 fr.
(...) età approssimata del partente e se sposato. 
x se imbarcato sul veliero Luise il 10. 10. ad Amburgo. 
r => se ha fatto ritorno nel... 
o => non tornato e nota sui rimasti in Australia

Il gruppo in Australia

Finalmente la nave arrivò a Melbourne, ma quando? il 24. 2. 1855 come scrive Don Zanini, data che è pure confermata dalla nota aggiunta sull’originale del verbale di Natale già citato, o il 18. 3. che è la data normalmente assegnata a quello sbarco? Che importa? Un’enormità! Sono 22 giorni in meno di fame, sete, piattole e pidocchi; non è roba da poco! La durata di 137 giorni in mare dei nostri rientrerebbe pure nella, sempre disastrata, normalità del viaggio

Una delle 16 scene contenute nella Capèla dlu Cantòm (vedi sotto) 
a memoria dell'emigrazione via mare

In merito all’ambiente trovato dai nostri in Australia, su un’enciclopedia si legge: «A partire dal 1851, in seguito alla scoperta di E H Hargraves, s’iniziò la corsa all’oro che attirò nello Stato di VITTORIA una quantità di gente instabile e turbolenta, che seppe però a poco a poco fissarsi nel territorio in modo da assicurare quasi ovunque la preponderanza della popolazione urbana (senso civile).

Come si vede i Ticinesi che arrivarono lì negli anni ’54-’56, se non erano i primi non furono nemmeno gli ultimi e in mezzo a quella gente, in maggioranza inglesi, avevano ben altro da fare che stare tranquilli! Si pensi solo ai problemi di rifornimento in fatto di viveri, attrezzatura, a una zona di rapida espansione e, dove c’era l’oro da cercare, trovarne l’accesso e lo spazio per inserirsi. 
Tutto questo lo scrivono gli emigranti e lo si  può leggere nelle lettere raccolte da Cheda.

Su una, trovata a Bignasco e inedita, il 15. 7. 1855 tre moghegnesi scrivono da Mary Borouch ai parenti in patria e uno di loro, rivolgendosi al fratello che pensava di andare laggiù, dice: 

«Le presenti righe servono per darti una piccola spiegazione dell’Australia (...) non posso dir altro che io sino al presente non ho mai potuto guadagnare niente ma però sono ugualmente contento di questi paesi e se fossi ancora a casa, sarei ancora della medesima opinione di venire, perché si lavora molto tempo senza guadagnare niente e poi dopo basta una sola settimana per ricuperare il tutto; ma devi considerare che io ho nove anni meno di te, ed in questi anni ho tempo a desiderarla, spettarla e venire, anche la mia fortuna, e se io fossi nel tuo stato farei un’altro riflesso, sicche considera te solo se ti risenti di fare questi lavori i quali sono altro che fare buchi sotto terra di altezza da 60 a 70 piedi (18 - 21 m!) e anche di più, e arrivando a fondo di questi buchi se si trova oro si cava di sotto circa un piede di terra (30 cm) e questa si lava e ne sorte l’oro, e quando non si trova niente bisogna andare colla pazienza a farne degli altri, e per lavorare del mestiere non cè niente da fare, tanto a sapere il tedesco, quanto il francese o lo spagnolo, soltanto che l’inglese serve bene per andare a fare provisione.
(...) Questi paesi sono molto allegri, soltanto che sono deserti e noi dormiamo sotto una tenda ben rangiata con dentro i nostri letti in guisa delle tavole dei bigatti (bachi da seta)».

Insomma! Per stare «allegri» bisognava andare nel deserto a fare i buchi di 20 m. di profondità. Esageravano? Niente affatto! Cheda dice anche delle gallerie di 200-300 m. Capitava poi che queste si allagassero e i nostri, senza attrezzatura, le dovevano abbandonare; a completare l’opera subentravano allora gli inglesi che avevano le «pompe a cavallo» e se trovavano l’oro se lo portavano via!

La Madonna degli australiani recuperata dal fiume

Nessuno sperava di rivedere quest'espressione della pietà popolare, ma è avvenuto il suo insperato ritrovamento all'altezza di Cavergno, circa 3 chilometri a valle. "Un pompiere ha notato qualcosa nel fiume. Inizialmente ha pensato potesse trattarsi anche di una persona, ma avvicinatosi ha riconosciuto la statua e l'ha recuperata". Inevitabilmente, la scultura ha riportato dei danni. I più visibili sono l'assenza del viso e delle braccia, andate perdute


A conclusione di tutta la faccenda non c’è gran che da dire, ma si possono fare alcune considerazioni. La situazione ambientale e le difficili condizioni di vita hanno spinto ad emigrare sin dai tempi più remoti. Si emigrava nei Paesi europei, ci si allontanava di poco e si rimaneva assenti per tempi relativamente brevi. Si tornava arricchiti di pecunio e cultura (si pensi alle copiose donazioni agli enti pubblici e alle chiese): un’emigrazione che ha lasciato testimonianze tuttora visibili ed evidenti. 

Dalla metà dell’Ottocento, ecco insorgere l’emigrazione oltre oceano, fomentata dalle agenzie di viaggio: un fenomeno nuovo, completamente diverso dall’emigrazione in Europa. 
Dalla fine del 1854 si sapeva che cosa si trovava in Australia e la febbre dell’oro aveva contagiato anche i Cavergnesi: la partenza dei 22 è un fatto impressionante. Ma i nostri in quell’Eldorado sono arrivati troppo tardi. 

In sintesi, aveva forse ragione il moghegnese che, da Mary Borough, scriveva al fratello maggiore che pensava di seguirlo nell’avventura australiana: qui è deserto e bello, si dorme i da come i bachi e si fanno buchi profondi 20 metri nella speranza di trovare l’oro… però se io fossi al tuo posto, con nove anni in più, farei un altro «riflesso»

Probabilmente la pensava così anche chi aveva perso la speranza nell’oro e si era rassegnato a fare il boscaiolo o il carbonaio, consolandosi di guadagnarsi solo la spesa, però lavorando in un bosco più comodo che in Val Bavona. 

A far decidere per la partenza dev’essere stata l’intravvista facile possibilità di guadagno, di disponibilità monetaria che da noi era irrealizzabile. È noto che a cavallo del 1850, in particolare proprio nel 1854, tutto rincarava e si lavorava solo per campare, premesso di aver trovato un lavoro, con una paga di un franco e mezzo al giorno. Era praticamente impossibile fare dei risparmi. In Australia era garantito il guadagno di una sterlina al giorno: si trattava di 25 franchi! I nostri emigranti, da laggiù, scrivevano di farsi la spesa, mangiando pane e carne, con fr. 3.50 al giorno. Quindi era possibile un risparmio giornaliero di fr. 21.50! E allora il calcolo era presto fatto: diveniva facilmente affrontabile l’investimento dei 1’500 fr. per il viaggio

Si poteva fare un confronto più che allettante: quattro anni di lavoro in Patria, senza avanzi e senza speranza; in Australia tre mesi soltanto per ricuperare il capitale investito nella spedizione. Valeva proprio il rischio.

Mettiamoci pure tre mesi in più da trascorrere laggiù per pagarsi anche il ritorno… facciamo magari otto mesi in tutto. Ma siamo sicuri che tutti i nostri emigranti avevano pensato a quello? 

Sono passati 150 anni dall’avventura australiana e, anche tra i pronipoti degli emigranti, chi ricorderebbe quel fatto se non ci fosse la cappella d’Australia a tenerlo presente? Proprio per questo – magari lo pensavano già allora i protagonisti – è valsa la fatica di costruirla e di farla poi decorare dal pittore G. A. Pedrazzi, con Angeli Custodi e Santi di casa, su uno sfondo marino

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