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Il terrore nell’arte - Burn in Hell

Affascinanti, morbosamente intriganti, così potrei definire le testimonianze pittoriche del tardo medioevo inerenti l'inferno, il diavolo e compagnia bella. L'obiettivo di incutere maggior terrore possibile a chi osserva le opere si é tramutata in una vera e propria gara della rappresentazione dell'orrido. Va anche aggiunto che ai tempi solo una piccola parte della popolazione era in grado di leggere, quindi i dipinti erano l'unica vera, e potentissima arma, a disposizione degli artisti per far passare messaggi basilari come quello che aspettava chiunque non facesse il bravo.

Anima di donna dannata - Ascona

Voglio però partire da un prodotto casereccio prima di fiondarmi nei capolavori della cara vecchia Europa.

Il quadro qui rappresentato dovrebbe trovarsi in terra ticinese. Dico dovrebbe perché la chiesa in cui si troverebbe (San Michele ad Ascona) l'ho sempre trovata chiusa e al momento non sono ancora riuscito a mettermi in contatto con le autorità ecclesiastiche per potervi accedere.

«Anima di donna dannata», tela di autore anonimo della prima metà del Seicento
(Ascona, Chiesa di San Michele).

Si, é vero, non siamo ancora all'inferno ma la situazione per la donna a letto é tutt'altro che rosea. Una figura le esce dalla bocca (la sua anima?) ed é prontamente martoriata da esseri mostruosi. Diverse figure tutt'altro che scontate compongono la scena, a partire da un drago che le siede sopra e una donna alla sua sinistra a seno scoperto che le tiene la mano come a mo di conforto. Anche fuori dalla porta si intravede una figura angelica che sembra abbandonare la scena lasciando la donna in balia della sua dannazione. Da notare anche il quadro in alto che rappresenta una nudità bellamente sdraiata su quello che potrebbe essere lo stesso letto della donna dall'anima dannata. Insomma, roba da perderci il sonno per un ignorante medio.

Il diavolo

La più diffusa rappresentazione iconografica del Diavolo, che lo vede raffigurato con corna, orecchie appuntite, coda, zampe e zoccoli caprini, è stata mutuata da quella di Pan, divinità greco-romana dei boschi e delle foreste che emetteva urla spaventose diffondendo il terrore tra i viandanti e nei villaggi, tant'è che la parola "panico" deriva proprio da Pan. 

Nel dipinto Pan e Stringa di Jan Brueghel il Giovane, Pan, dotato di tutti gli attributi che verranno poi ereditati da Satana, rincorre Siringa, una ninfa di cui si era innamorato, che fugge verso il canneto di un fiume talmente terrorizzata da chiedere - e ottenere - dalle sue amiche ninfe di essere trasformata anch'ella in una canna al vento.

Il leviatano

Il Leviatano è un mostro marino biblico, di cui parla Giobbe nell'Antico Testamento. Una sorta di drago sputafuoco talmente grande da creare immensi gorghi nel mare e così potente da essere considerato il "principe dei mostri". Alcuni studiosi ritengono che la figura mitologica del Leviatano sia nata con l'osservazione di una delle creature più maestose e misteriose del mondo acquatico: la balena. Nell'arte cristiana non è raffigurato solo come gigantesco rettile dei mari; la porta dell'Inferno è rappresentata con le enormi fauci infuocate del Leviatano ribollenti di zolfo che inghiottono i dannati, come nell'illustrazione contenuta nel Libro d'Ore di Caterina di Cleves, risalente alla metà del XV secolo.
Una voragine infernale in cui nessuno vorrebbe mai essere risucchiato.

Maestro di Caterina di Cleves, La bocca dell'inferno dal Libro d'Ore di Caterina di Cleves,folio 168v, 1440 circa. New York, The Morgan Library & Museum

Lucifero

Non possiamo farci un'idea della mostruosità dei demoni; Santa Caterina da Siena vide una volta un demonio e scrisse che anziché rivedere sia pure per un solo istante un mostro cosi spaventoso, avrebbe preferito camminare fino all'ultimo dei suoi giorni su un sentiero di braci ardenti. Questi diavoli, che un tempo furono angeli meravigliosi, sono divenuti schifosi e orrendi quanto in passato erano belli. Scherniscono e dileggiano le anime perdute da essi stessi trascinate alla rovina; e sono essi, i sozzi demoni, a rappresentare all'Inferno la voce della coscienza.

James Joyce, Dedalus, 1916

"La più grande astuzia del Diavolo è farci credere che non esiste" 
Charles Pierre Baudelaire. 

Eppure, se esiste Dio, deve esistere anche il Diavolo.


Hans Memling, Giudizio Universale (partcolare). 1467-1471. Danzica, Museo Nazionale di Danzica


Si afferma l'immagine del Diavolo con gli attributi ereditati dalla divinità greco-romana dei boschi e delle foreste Pan: gli zoccoli da capro, le corna, la coda, le orecchie aguzze. Nell'Inferno, dipinto nel 1485 dall'artista fiammingo Hans Memling, il Diavolo è antropomorfo, con un volto mostruoso, corna, zampe munite di artigli, pelle squamosa, ali membranose e un secondo volto demoniaco posto all'altezza del ventre.
Con le zampe posteriori ghermisce i dannati e li getta nelle enormi fauci del Leviatano, la porta degli inferi. Tiene tra le grinfie un cartiglio, che recita In Inferno nulla est redemptio: all'Inferno non c'è redenzione.

Hans Memling, Trittico della Vanità terrena e della salvezza divina - Inferno
(pannello destro), 1485 circa.
Strasburgo, Musée des Beaux-Arts


Come Memling, moltissimi artisti raffigurano il Diavolo con un volto mostruoso posto non solo dove esso dovrebbe trovarsi, cioè sulla testa, ma anche su altre parti del corpo: il ventre, la schiena, le gambe o, come nel dipinto Sant'Agostino e il Diavolo dell'artista austriaco Michael Pacher, il fondoschiena; è uno degli indizi che questa immonda creatura è solo apparentemente simile all'essere umano ed usa l'inganno per avvicinarlo ed infettarlo.


Michael Pacher, Sant'Agostino e il diavolo, 1471 circa. Monaco, Alte

L'inferno

Una singolare immagine dell'Inferno in cui il mondo demoniaco è associato all'universo extraeuropeo.
Il dipinto ci offre un'immagine medievale dell'Inferno, catalogando i tormenti eterni legati ai peccati capitali. La figurazione della Vanità sotto forma di tre donne nude, appese a testa in giù con i capelli in fiamme, indirizza la nostra attenzione verso le tre grazie del seguito di Apollo. Gli amanti, legati tra loro e simbolo della Lussuria, all'estremità opposta del dipinto, sembrano uscire direttamente da Dante, evidenziando la pluralità di fonti iconografiche del quadro.


Scuola portoghese, Inferno, 1510-1520. Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga

Questa diversità si nota anche nel collegamento del mondo demoniaco con l'universo extraeuropeo: Lucifero ha un copricapo di piume amerindie ed è raffigurato seduto su una sedia africana, con in mano un corno d'avorio dall'aspetto africano; anche un altro demone è vestito di piume.

La pittura portoghese non tardò a incorporare l'indio brasiliano nel mondo del cristianesimo. Tuttavia, solo poco tempo dopo la sua rappresentazione come uno dei Re Magi, nella pala d'altare della Cattedrale di Viseu (1501-1506), l'indio fu utilizzato in quest'opera per simboleggiare gli angeli del male.

Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (particolare), 1260-1270. Firenze, Battistero di San Giovanni


L'Inferno di Coppo di Marcovaldo, dipinto nel 1260 all'interno del Battistero di Firenze, è una delle più antiche e significative rappresentazioni di Satana e della sua dimora infernale, precedente alla Divina Commedia. Il Diavolo antropomorfo, gigantesco e cornuto, sgranocchia beffardo un essere umano, mentre dalle sue orecchie spuntano serpenti che, a loro volta, sbranano altri dannati. Tutt'intorno è un tormento di anime disperate che subiscono i peggiori supplizi dai demoni: chi smembrato, chi squartato, chi assalito da creature mostruose. Il capolavoro di Coppo di Marcovaldo influenzò l'arte a tal punto che perfino Dante, molto probabilmente, ne trasse ispirazione per la descrizione dei gironi infernali


Giovanni da Modena, Inferno (particolare), 1408-1420. Bologna, Basilica di San Petronio


Nell'opera di Giovanni Da Modena i golosi sono infilzati con succulenti spiedini di maiale, gli invidiosi trafitti da frecce, forconi e uncini, gli iracondi sbranati da ratti mostruosi e gli avari costretti ad ingurgitare copiose colate di oro fuso. Da segnalare la presenza tra i dannati di Maometto, considerato eretico e "seminator di scandalo e scisma" , come scrisse Dante nel Canto XXVIII, squartato e trascinato da un demone. Una rappresentazione che oggi definiremmo politicamente scorretta, che verrebbe forse bandita dalla censura e che pone oggi la Basilica di San Petronio in cima alla lista dei luoghi della cultura ritenuti maggiormente "sensibili" nella contemporanea lotta al terrorismo di matrice islamica.

Il Très Riches Heures du Duc de Berry è un codice miniato realizzato tra il 1412 e il 1416 dai fratelli Limbourg per il Duca Jean de Berry. Si tratta di un "Libro d'Ore", un libro liturgico contenente le preghiere che i fedeli e i religiosi dovevano quotidianamente recitare nell'arco della giornata, come le Lodi mattutine e i Vespri serali. Una delle preziose miniature contenute nel Codice presenta una drammatica e quanto mai scenografica raffigurazione dell'Inferno, che si rifà alla Visio Inugdali, o "Visione di Tnugdalo", un testo risalente al XII secolo, precedente alla Divina Commedia, da cui lo stesso Dante aveva attinto; Satana, incatenato ad una graticola infuocata, vomita verso l'alto i corpi dei dannati avvolti tra le fiamme. 

Très riches heures du Duc de Berry, Folio 108: Inferno

Nello stesso periodo, Beato Angelico affronta la rappresentazione di un inferno che propone la suddivisione in cerchi e la descrizione minuziosa della pena che i dannati subiscono in relazione ai peccati commessi. 

Beato Angelico, Giudizio Universale (particolare), 1431. Firenze, Musei di San Marco

Il risultato è un'opera drammatica e cruenta, in cui un truce Satana, all'interno di una vasca nella quale ribolle una putrida acqua mefitica e galleggiano brandelli di corpi umani, ghermisce e sbrana alcuni dannati, mentre demoni sogghignanti rimestano il lugubre pentolone; ai livelli superiori, ogni cerchio contiene i dannati sottoposti alle pene del contrappasso, tra cui gli accidiosi, stritolati da serpenti, i lussuriosi, morsicati nelle parti intime da rettili e rospi, gli iracondi, obbligati a mordersi e ferirsi a vicenda e i golosi, legati intorno ad una tavola imbandita, mentre guardano e odorano le pietanze senza poterle mangiare.

L'inganno demoniaco

A Perugia esiste un dipinto misterioso, che nasconde un segreto "diabolico": è forse la più grande rappresentazione dell'inganno demoniaco. Si trova nella Basilica di San Pietro, ed è collocato sopra al portone di ingresso. Si tratta di un'opera gigantesca, di circa 90 metri quadri, uno dei dipinti più grandi al mondo, realizzato nel 1592 da Antonio Vassillacchi, detto l'Aliense, che raffigura il Trionfo dell'Ordine dei Benedettini. In esso compare San Benedetto circondato da quasi trecento personaggi realmente esistiti tra cui papi, vescovi, cardinali, abati e altri prelati a vario titolo legati all'Ordine, tra cui Papa
Gregorio Magno. 

Ma dirigendosi verso l'altare maggiore e voltandosi a guardare la tela da lontano, improvvisamente si scorge qualcosa di inquietante che prende forma.



Un imponente volto demoniaco, nascosto tra le vesti colorate dei religiosi, i loro copricapo, i loro volti severi, i pastorali e le Sacre Scritture, ci scruta minaccioso. I due grandi squarci di cielo che si notano nella parte destra e sinistra della tela sono gli occhi malvagi del Diavolo, il sole e la luna le sue pupille. San Benedetto, seduto sul trono al centro della composizione, è il naso. Le vesti bianche dei prelati che guardano il santo dal basso sembrano le zanne di un aracnide pronto a divorare la sua preda ancora viva. San Pietro e San Paolo, negli angoli in alto a sinistra e destra, sono le orecchie appuntite di una belva feroce. Il gruppo di prelati in abito scuro nella parte alta della tela lascia intravedere le corna della Bestia. Che si tratti di Satana in persona lo conferma anche la stella posizionata alla sinistra del sole e alla destra della luna: si tratta di Venere, che è visibile poco prima dell'alba e poco dopo il tramonto.
Detta "Stella del Mattino", è anche il nome di Lucifero nelle Sacre Scritture.

Mancano le fauci, direte voi. E invece no. Per vederle, è necessario andare a visitare la Basilica di San Pietro a Perugia e varcare la soglia del portone che è sormontato dalla tela monumentale: sono proprio quelle, le fauci, pronte a divorare i fedeli che lasciano la casa di Dio, perché il demonio, là fuori, può nascondersi ovunque, ed è sempre in agguato.

(Fine prima parte)


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