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Pol Pot

Dato che sono solito a nominare questo pessimo dittatore comunista in ufficio decido di andare a rileggermi una sua microbiografia in mio possesso. Mai nessuno in ufficio ha confutato l'utilizzo inappropriato del nome del personaggio durante le mie esternazioni, ma prima che qualcuno vadi a controllare voglio ben essere sicuro che venga menzionato a giusta ragione, tenendo conto dell'ampio margine di sarcasmo da cui attingo nei momenti di difficoltà

Busto di Pol Pot al museo del genocidio

Perché Pol Pot?

Ho scelto di menzionare lui non solo per non cadere in uno scontato Stalin e/o Mao (Tse Dong) ma perché nei miei ricordi d'adolescenza ho ben in mente che mentre guardavo un suo documentario mi sono detto "questo é veramente un figlio di puttana con la P maiuscola, mi sento di dedicare un piccolo spazio memoria nel mio cervello per questa cognizione ”.
Uno dei fatti che più mi rimasero impressi era che durante la costruzione delle dighe gli ingegneri fecero ben attenzione a non esporsi rilevando errori in fase di progettazione, questo perché chi studiava era mal visto dal regime (Pol Pot), le persone colte erano più pericolose perché meno facili da manipolare.
Il risultato fu il crollo con relativo numero di vittime annesso. Decisamente un ennesima assurdità che però caratterizzava Pol Pot dalla massa degli altri dittatori.

La biografia rispolverata

Eccomi quindi a risfogliare il libro sulle biografie dei dittatori. Mi limiterò a a riportare le affermazioni che più aiutano ad inquadrare il personaggio e la sua metodica di gestione di uno stato. Per i più pigri mi sono permesso di mettere in evidenza i punti cardine generati dal Polpottismo 

Le pararsh

Pol Pot soffre di due ossessioni, si crede un genio e teme i complotti, ma spinge queste manie al di là di ogni limite ragionevole. La sua diffidenza supera perfino quella di Stalin: tutta l'azione politica dei khmer rossi, i loro rapporti con la popolazione, il sistema repressivo sono dominati dal sospetto che si tramino in continuazione congiure miranti a realizzare un colpo di stato,

Anche se non ho statue sono il migliore

Diversamente, però, da tutti i dittatori più funesti del Novecento, non soffre di esibizionismo, al contrario preferisce restare nell'ombra sinistra del potere, senza sollecitare statue, ritratti ufficiali o biografie encomiastiche, vietando addirittura la diffusione delle sue rarissime fotografie.

Pol Pot si crede migliore persino dei compagni cinesi «che ci ammirano, cercano di imitarci ma non ci riescono», perché non hanno soppresso mercato e moneta. Per lui, il vecchio studente dell'università francese, il giorno dell'ingresso dei suoi partigiani a Phnom Penh è il più grande evento rivoluzionario della storia, con la sola eccezione della Comune di Parigi.

La presunzione gli fa pensare di essere più intelligente e lungimirante di tutti i rivoluzionari del mondo in ogni campo di attività, non solo come stratega o economista, ma perfino nei settori più frivoli, dalla danza alla moda, dalla cucina alle canzoni e, come aggiunge malignamente suo cognato, soprattutto nell'arte di mentire. In effetti ha mentito anche quando si è presentato per la prima volta alle elezioni nel 76 spacciandosi per ex bracciante agricolo così come, fuggendo 13 anni prima dalla capitale per sottrarsi all'arresto, aveva mentito facendo spargere la voce di essere morto.

Dighe, erbacce e altre assurdità

L'esperienza di partito in Francia e in patria gli ha lasciato la convinzione che il lavoro politico sia lo stadio più alto dell'attività umana. «Per costruire dighe» farà dire a uno dei suoi collaboratori-aguzzini «non serve altro che l'educazione politica.»

In un'altra occasione, per giustificare la crudeltà di una repressione basata sul principio che «quando si strappa un'erba, bisogna estirpare tutte le radici» (e quindi accoppare, insieme con il colpevole o presunto tale, anche la moglie e i figli), affermerà che «basta un milione di buoni rivoluzionari per il paese che vogliamo costruire» e lascerà circolare questo slogan atroce: «Preferiamo uccidere dieci amici piuttosto che lasciar vivere un nemico»

Una normale giornata lavorativa 

Basterà che i nemici della rivoluzione, i proprietari terrieri, i burocrati, gli intellettuali, siano sottoposti a un giusto regime di rieducazione, imparando a lavorare almeno 11 ore al giorno, se non 12, usufruendo di un giorno di riposo ogni 10 di lavoro e utilizzando possibilmente quell'unico giorno per partecipare alle interminabili riunioni politiche cui devono assicurare attenzione massima, un contributo critico costruttivo e una sana autocritica.

E se i risultati sono, come accadrà, infallibilmente catastrofici anche grazie all'arrogante incompetenza dei khmer rossi, la colpa sarà assegnata ai sabotatori, agli scansafatiche, ai finti ammalati, insomma ai nemici del popolo, esattamente come è accaduto nella Russia di Stalin, ma con conseguenze in qualche modo anche più spaventose.

Ripartiamo da zero

La crudeltà è direttamente proporzionale all'ignoranza e all'incompetenza, perché nasce da una sensazione di insicurezza e quindi di paura, di isolamento, che gli uomini di Pol Pot cercano di vincere con una repressione sempre più dura. 
Il leader pianifica il genocidio partendo da una sorta di agghiacciante semplificazione, perché pensa come Mao che «è sulla pagina bianca che si scrive la poesia più bella»: non ci sono mediazioni possibili né compromessi, non c'è pazienza né pietà, bisogna costringere i cambogiani a ripartire letteralmente da zero anche rispetto alla propria identità, al proprio passato, bruciando i documenti, gli album di fotografie, i bagagli, i libri. Specialmente questi ultimi diventano un atto di accusa, una prova irrefutabile di intelligenza con il nemico, se non addirittura di affiliazione alla CIA. La laurea, il diploma vanno occultati perché rappresentano una sicura candidatura all'eliminazione.

Adeguamento ideologico, suicidi e sessioni di studio

Offrirsi di pulire i gabinetti, per esempio, è una dimostrazione di adeguamento ideologico, lavorare in cucina salva dalla fame. Il peccato peggiore, comunque, è l'individualismo, il rifugio ideale è il lavoro pratico, la legge fondamentale è l'obbedienza. La nostalgia per gli affetti familiari viene bandita come sintomo di una mentalità reazionaria, perché la patria potestà e ogni altro tipo di vincolo devono restare un patrimonio esclusivo del partito, l'Angkar, ed è anche per questo che Pol Pot decide di strappare i figli ai genitori appena abbiano compiuto i 12 anni, e talora anche prima, per farne soldati, guardie, spie degli adulti, perfino medici, medici-bambini abilitati a fare iniezioni e a distribuire medicine, tutti comunque educati a eseguire qualsiasi ordine anche il più efferato senza discutere, a disprezzare le tradizioni e ridere della religione. La prospettiva che complessivamente il tiranno offre ai sudditi-schiavi è lugubre come l'uniforme nera abbottonata fino al collo che rappresenta il solo abito da lui consentito.

La consegna è di attenersi ciecamente alle istruzioni, partecipare attivamente alle riunioni politiche, applaudire o entusiasmarsi a comando, esercitare la critica senza mai oltrepassare i giusti limiti e profondersi in una compunta, abietta autocritica quando ciò venga richiesto. Il lavoro, sempre obbligatorio, spesso forzato ed eseguito regolarmente in condizioni impossibili di vita e di alimentazione, non è agevolato nemmeno da spiegazioni o strumenti tecnici; chi sbaglia, anche se è portatore di gravi handicap, viene inesorabilmente punito.

Non stupisce che molti sudditi-schiavi, specialmente quelli dotati di un minimo di personalità e di cultura, schiantati tra inumane privazioni materiali e la perdita della propria identità, cerchino scampo nel suicidio: nei primi tempi della rivoluzione è un'autentica epidemia.

Sempre a scopo pedagogico, si orchestrano anche finte esecuzioni destinate a irrobustire la tempra morale del suddito-schiavo, cioè a terrorizzarlo e a spargere il terrore intorno a lui. In ogni caso, ogni tipo di violenza, anche la più sadica, è preceduta da un cerimoniale molto cortese che gli assassini sono tenuti a osservare per volontà di Pol Pot, che vuole evitare la rivolta della vittima e compromettere l'effetto della sorpresa: non è raro che la deportazione nei cosiddetti centri di rieducazione, in luogo del carcere e del campo di concentramento, venga spacciata come una convocazione per «una sessione di studi».

Un patto di sangue

«Perderti non è una perdita, conservarti non è di alcuna utilità.» In questo slogan illustrato ai sudditi-schiavi come viatico per i lavori forzati o per la morte, Pol Pot condensa la sua idea di umanesimo socialista

Pol Pot affronta il superamento della contraddizione maoista tra campagna e città attraverso la distruzione dei centri urbani possibilmente in una sola settimana; soluzione del vecchio problema della distribuzione ineguale della ricchezza con l'abolizione della moneta. Impostata in tal modo la sua strategia rivoluzionaria, l'ex studente parigino è persuaso di aver gettato le premesse per la creazione di una società ideale, perfetta e perfettamente egualitaria, iscrivendo in tal modo il proprio nome accanto a quelli dei grandi protagonisti della rivoluzione comunista mondiale, dall'Ottobre rosso al Libretto rosso.

Nel soffocamento di ogni tendenza all' individualismo, vista come manifestazione criminale, si arriva a offrire ai sudditi-schiavi il trasferimento «volontario» in zone meno inospitali o più vicine alle famiglie e, naturalmente, una volta scattata la richiesta dell'infelice, lo si punisce sottoponendolo a un processo di rieducazione più severo di quello di cui già, per così dire, godeva.

Il numero delle vittime

Più tardi, a tragedia conclusa, i curatori del Cambodian Genocide Program, un progetto dell'università di Yale finanziato dal Dipartimento di stato, sono giunti a un calcolo probabilmente più esatto; almeno 1 milione e 700 mila cambogiani eliminati, ovvero oltre il 20 per cento della popolazione stimata nel 1975 in 7 milioni e 900 mila abitanti.

La massa sterminata di ammalati lasciati morire durante le marce di trasferimento, nei centri di rieducazione e nei lazzaretti superstiti si spiega anche con il massacro degli operatori sanitari, invisi ai khmer rossi come tutti i cambogiani colti: il 91 per cento dei medici, l'83 dei farmacisti (1), il 45 degli infermieri e perfino il 32 per cento delle ostetriche. Un atroce festival dell'ignoranza.

L'esempio del bue

La purezza rivoluzionaria implica, per Pol Pot, l'eliminazione di ogni traccia di cultura, un'imitazione della rivoluzione maoista elevata al cubo. Secondo i principi dell'Angkar, cioè dell'apparato comunista, «la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza. Non si instaura una dittatura per tutelare una rivoluzione, si fa una rivoluzione per instaurare una dittatura». Il suddito-schiavo, del resto, nell'atto di lavorare la terra deve conformarsi all'esempio del bue: «Voi vedete questo bue che tira l'aratro: egli mangia quello che gli si ordina di mangiare; se lo si lascia pascolare in questo campo lo fa, se lo si porta in un altro campo dove non c'è abbastanza erba, bruca lo stesso. Non può spostarsi, è sorvegliato. E quando gli si dice di tirare l'aratro, lo tira: non pensa mai alla sua femmina, ai suoi piccoli».

L'idolatria della bestialità

L'idolatria della bestialità, dell'analfabetismo occupa un posto d'onore nell'ideologia di Pol Pot e dei suoi collaboratori. I khmer rossi hanno acquisito la convinzione che l'ideologia superi la tecnica e che bisogna sbarazzarsi degli ingegneri e degli specialisti. «Una diga costruita nella stagione estiva secondo questi precetti si spaccò all'inizio di dicembre del 1975» racconta l'ingegnere Pin Yathay, scampato per miracolo al calvario dei lavori forzati: «Il bilancio dell'incidente era drammatico: un centinaio tra morti e dispersi, soprattutto vecchi e bambini. Le balle di paglia, i capanni, i ripari costruiti sulle rive del fiume, tutto travolto: i khmer rossi responsabili del cantiere non avevano mai fatto ricorso alle più elementari tecniche di costruzione delle dighe. I quadri partigiani, in gran Parte illetterati, improvvisavano a mano a mano che gli si presentavano i problemi».

Beninteso, l'ingegnere cambogiano, che fornirà un'ampia testimonianza della sua tragica esperienza in un libro e in una serie di conferenze tenute nel mondo libero, si è guardato bene allora dall'avvertire i soldati di Pol Pot delle sue competenze: si limita a spacciarsi per tecnico dei Lavori pubblici e soltanto grazie a questa prudente menzogna si salva dalla morte istantanea. Il solo comportamento da adottare per uscire vivi dal campo è il silenzio, il farsi bue.

Il rancio

Sopravvivere nel campo dove il cibo viene distribuito in quantità ridicole, il riso in una mezza lattina di latte condensato Nestlè: circa 125 grammi di riso, distribuiti dopo un'attesa che può durare anche quattro ore. Soltanto chi possiede ancora un po' di oro, qualche oggetto prezioso o qualche indumento può ottenere altri alimenti, ricorrendo al fiorente mercato nero favorito dagli stessi miliziani di Pol Pot, che si procurano il cibo mancando o tardando a registrare il nome dei forzati morti in modo da disporre delle loro razioni: un paio di calzoni vale 10 lattine di riso, una quarantina di grammi d'oro fino da 30 a 40 lattine, ma l'orologio, valutato sopra ogni altro oggetto, rende tra le 60 e le 80 lattine, con l'avvertenza che l'affare coinvolge anche i chlops, vale a dire le spie, che dovrebbero riferire ai superiori tutte le possibili magagne del campo, ma sono disposte a tacere in cambio di una parte del cibo barattato.

Le condizioni inumane del campo di rieducazione distruggono nei deportati ogni sentimento di solidarietà e di pietà.

Racconta Pin Yathay: «La degradazione ha modificato profondamente il carattere della nostra gente. Nel centro di rieducazione non stavamo neppure a sentire le preghiere dei più diseredati né prestavamo attenzione ai pianti e ai lamenti. E orribile ma è la verità. Ci si rimproverava a vicenda un gesto di pietà: è capitato anche a me. Volevo regalare un po' di riso a una donna anziana che aveva con sé una bambina e che, dagli abiti, pareva uscita da un ambiente civile, ma mia madre mi mise in guardia: "Pensa prima di tutto a te" mi disse. "Se hai pietà degli altri, quando verrà il tuo turno vedrai come sarete trattati tu e la tua famiglia". E il suo monito mi bastò per rinunciare a fare regali: l'egoismo era una delle chiavi della sopravvivenza».

Oltre agli ex funzionari dell'amministrazione governativa, per esempio, vengono eliminati tutti i fotoreporter, mentre non di rado gli intellettuali, che pure rappresentano il nemico principale del regime, possono salvarsi se rinunciano a svolgere le loro funzioni tipiche e perfino se soltanto si tolgono gli occhiali e fanno sparire i libri, simboli che mandano in bestia i discepoli di Pol Pot.

Outro

Come ben avevo scolpito nella memoria questo personaggio meritava di essere tenuto a mente, va aggiunto che é morto indisturbato a tarda età mentre si nascondeva nella foresta con nessuno disposto a smascherare il suo nascondiglio. Questa é forse il rammarico più grande; sapere che un personaggio simile ha tranquillamente goduto della sua vita con la profonda convinzione di non aver fatto nulla di male, anzi, di passare per il classico "incompreso".

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un simpatico vecchietto risulta una dei più grandi figli di puttana del mondo con sciarpina (?) mai fotografati

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