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Marignano 1515: la battaglia dei giganti secondo l'Inganni

Difficile riassumere una battaglia tanto epica quanto decisiva per le sorti della Svizzera nella storia; la battaglia dei Giganti risulta essere il momento chiave, la svolta per i Confederati. Dopo questa battaglia infatti cambierà la filosofia e la politica estera svizzera; l'espansione dei territori finisce, anzi ci si ritira un pochino e si consolidano le posizioni; e così sarà, battaglie interne a parte (principalmente per questioni di religione, che altro?) fino alla fine del XVIII° secolo.

Molti libri sono stati scritti, quale prendere come riferimento? Si rischia sempre di prenderne uno troppo di parte, o dell'epoca in cui si mitizzava troppo, ecc ecc.

Tra tutti ho trovato irresistibile e molto coinvolgente un libricino, uno di quelli che in una libreria tra i vari tomi rischierebbe di non essere nemmeno visto. La battaglia dei Giganti riportata dal sacerdote di Zivido nel 1889 fa da contorno al vero scopo del libricino; raccontare la storia della cappella dedicata ai morti del tragico evento. Ne esce un libricino molto ricco di dettagli che aiuta a comprendere cosa é avvenuto in quei due fatidici giorni, partendo dall'incoronazione di Francesco fino al ritrovamento delle ossa nel XVIII secolo.

Per il nostro interesse ci limiteremo a riportare i fatti strettamente legati alla battaglia.

Il libricino di riferimento ripubblicato in occasione del 500esimo della battaglia

La prima cosa che si evince é che la battaglia di Marignano (o buona parte delle battaglie) é solo la portata principale di vari piccoli episodi antecedenti, scaramucce, negoziazioni, depredazioni. Tutte piccole operazioni che vanno spesso a finire nel dimenticatoio perché si preferisce passare subito alla portata principale ovvero la battaglia. Le varie tappe di avvicinamento al 14 e 15 settembre 1515 sono riportate in piccoli capitoli riassuntivi estrapolati dal libro.

Francesco I sale al trono

Luigi XII non aveva figli maschi, quindi fu il genero ad essere eletto. Già noto per le sue qualità si impone subito come obiettivo di riconquistare Milano. 
Per prima cosa però si copre le spalle cercando di assicurarsi di non essere attaccato durante l'impresa dal mino numero di eserciti nemici possibili, tranne qualche inevitabile eccezione

Luigi XII moriva il giorno 1° gennaio 1515 nell'età di cinquantatre anni.
Non avendo egli lasciato figlioli maschi, gli fu eletto a successore il genero Francesco duca d'Angoulème, il quale, sebbene contasse solo ventidue anni, aveva però già avuto campo di farsi ap
prezzare dai nobili non solamente, ma dall'esercito e dal popolo per bontà e munificenza, per slancio, coraggio e prontezza nelle cose militari.

Ricevuta solennemente la regale corona in Reims (25 gennaio 1515), suo primo pensiero fu quello d'addimostrare al popolo, come, col potere avesse pure ereditata la volontà di riconquistare gloriosamente il Milanese, e, per meglio confermare questo suo divisamento, cogli altri titoli assunse pur quello di Duca di Milano.

Francesco I nel 1515, l'anno della battaglia dei Giganti

Prima però di dar principio all'impresa, prudentemente pensò ad assicurare il suo Stato da ogni attacco. Rinnovellò l'alleanza che lo suocero stretta aveva col re d'Inghilterra e riconfermò quella con Venezia; ma, cercata l'alleanza degli Svizzeri, non l'ottenne, perché egli 'accingeva a riconquistare il Ducato di Milano, ch'essi non intendevano punto abbandonare. Sollecitò invano anche quella del sommo pontefice Leone X, il quale non voleva inimicarsi gli Svizzeri ed il Re di Spagna. Questi poi, sollecitato alla sua volta perché volesse rinnovare quella lega che già aveva stretta con Luigi XII, non volle aderirvi, promettendo per altro che non avrebbe molestata la Francia in verun modo per la durata di un anno almeno.

Gli svizzeri aspettano al varco

Gli svizzeri avrebbero potuto chiudere il conto con la Francia tempo prima, ma accecati dalo denaro non sfruttarono questa opportunità. Si mettono quindi ad aspettare la calata dai francesi ai piedi dei passi transitabili con cavalleria e artiglieria, o almeno secondo loro. 
Entra infatti in scena Gian Giacomo Trivulzio che escogita una discesa in Italia per il colle della Maddalena, questo creerà moltissime fatiche ma anche la certezza di sorprendere gli svizzeri e poter atterrare in nord Italia indisturbati.

Vigilavano intanto gli Svizzeri su quanto avveniva oltralpi, e, conosciuta la mossa dell'esercito nemico, prestamente occuparono le posizioni più basse (Cenisio e Monginevra) che con dieci mila uomini, collocandone altrettanti a guardare le valli di Susa, di Pinerolo e di Saluzzo, convinti che i Francesi non avrebbero potuto discendere per altre vie fuorché per queste a cagione delle artiglierie e della cavalleria, il che essendo, sarebbe stata per essi grande ventura, potendo sbaragliare il nemico prima che discendesse in aperta campagna e salvare così il Ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cui dicevano di difendere, mentre nel fatto lo signoreggiavano per il loro tornaconto.

Trovossi allora imbarazzato il Re, cui premeva di non esporre l'esercito a probabile rovina: conoscendo egli per altro l'impossibilità di fermarsi più a lungo fra que' gioghi inospitali a motivo degli approvi-gionamenti, chiamò a consiglio i capi più influenti ed esperimentati per udire il loro parere.

Alzossi allora il celebre quanto esperto ed ardito maresciallo Trivulzio ad assicurare il Re, come per altra e sconosciuta via si potesse inosservatamente condurre l'esercito oltre le Alpi; ed abbenché questa fosse angusta, aspra e difficile, pure egli si proponeva di seguirla pel primo, e coll'aiuto dei guastatori aprirla all'esercito tutto. Disse come da Guillestre, lasciando a sinistra il Monginevra, si potesse valicare il monte Avalzio, e, discendendo in quel labirinto

Il re prende comunque le sue precauzioni creando falsi spostamenti per ingannare gli svizzeri e manda una parte dell'esercito in Italia via mare passando da Marsiglia

Acciò poi non pervenisse agli Svizzeri notizia alcuna intorno alla via che stava per intraprendere, ordinò che immediatamente due battaglioni occupassero i gioghi del Moncenisio e del Monginevra cogli altri minori', per così meglio eludere la vigilanza di quelli, e nel caso passare inosservati. E siccome non gli sembrava convenevol cosa lo spingere l'esercito tutto per un cammino si malagevole ed aspro, e premendogli in pari tempo d'assicurarsi di Asti e di Alessandria, dove poteva vettovagliare l'esercito, ordinò ad Aimer du Pré che con quattrocento lance e quattromila fanti discendesse subito a Marsiglia, si imbarcasse sulle galere, approdasse a Genova, e, passato l'Appe no, se ne impossessasse immediatamente.

L'odissea dell'esercizo francese ha inizio

La grande marcia prende il via, innumerevoli sforzi aspettano l'esercito francese. Uno su tutti il gran masso di San Paolo

Partendo adunque da Embrun Borbon, e il Triulzio, i quali gui davano l'avanguardia, fatta provvisione di vettovaglia per cinque giorni, giunsero a S. Clemente ... con gran fatica giunsero alla balza di s. Paolo; un masso enorme loro intercetta il progredire. Non s'arrestano per questo, ché il famoso pietro Navarro, fatti accostare i cassoni della polvere per le mine, ne applica maestrevolmente alcune a quel sasso, che, con orribile scoppio, ripercosso da cento parte tra quelle selvagge solitudini, ruzzola a valle scheggiato in mille pezzi aprendo loro il varco ad altri sforzi. I soldati, gareggiando d'ardire, a colpi di scure e di ferrate mazze abbattono la sommità di irti poggi, fendono e spianano i fianchi di scoscese rupi, varcano i precipizi ed i burroni gettando ponti coll'aiuto d'argani e di grosse funi. 

Oltre al masso gli alpigiani creano uno sbarramento

Ma giunti in capo alla valle di S. Paolo, al di là di un piccolo ponte trovano sbarrata la via da una cinta murata, colla quale gli alpigiani volevano intercettare la via all'esercito, che già s'era messo per entro a quell'intricato e faticoso passaggio, seco trascinando con indicibil fatica ed ingegnosi trovati le grosse e piccole artiglierie, sospingendo carri e sostenendo cavalli. Allora il maresciallo Trivulzio e il generale di Normandia, seguiti da alcune squadre, danno mano alle armi, si sbarazzano degli oppositori: così avanza l'esercito sino a Myeronnes 

..altra fatica

 Il di seguente calarono nella valle di Barcellonetta. Questa valle impedita da sassi grandi et d'asprissimi poggi che vi sono interposti, metteva disperazione grande nell'impresa. Perciocché bisognava tagliare con picconi, et con scuri quei colli di sasso, e spianare l'erte; e non potendosi servire in nessun modo per quelle balze de' cavalli, l'artiglierie s'avevano a portare su le spalle de' soldati. 

In questo mezzo elle 'attaccavano con funi grandi tirate a gli scogli, et a tronchi degli alberi, et con gran meraviglia di tutto l'esercito tiravano con macchine che si volgevano, e col beneficio de gli argani d'una balza all'altra, essendovi poste in mezzo profondissime valli. Et anco in alcuni luoghi fornivano i lati pelle balze ignude, dove vi mancava la via, messovi sotto di grossi e securi puntelli, et frapostovi delle travi, et oltra di questo ancora, postovi sopra, spinatovi delle fascine di sterpi, del terreno, et delle zolle, facevano strade sospese alle carrette che passavano. Et cosi con meravigliosa industria degli artefici, et con singolar fatica de' soldati, menarono tutte le bagaglie dell'esercito nell'Argentiera. Il giorno seguente dalle terre di Larchia et d'Ebergia, tutto l'esercito calò nella valle dell'Astura, dove con ugual artificio di guastatori rotto, et cavato di smisurate pietre domarono, et spianarono la montagna di Piediporco, la quale tagliava la valle per mezzo, et faceva asprissima la via. Da Piediporco ad Avenna et quindi al Sambuco

Percorso dei due eserciti

Prospero Colonna a Villafranca

Gli svizzeri si accorgono di essere stati aggirati alle spalle. Prospero Colonna decide così di mandare forze a contrastare i francesi prima che esondino nella piana. Si accorda con Schiner per un imminente attacco. Il colonna però non sa di essere stato visto dai francesi...

La nuova di questa ardita discesa era però giunta a Prospero Colonna comandante in capo dell'esercito ducale, il quale già da qualche giorno accampava a Carmagnola. Stupito egli per si inopinata notizia, sollecitamente mandò la cavalleria a Villafranca, correndo in persona a Pinerolo onde concertarsi col cardinale di Sion Matteo Schinner sul da farsi. Riunita immantinenti la dieta, si convenne di attaccare all'indomani l'inimico prima che si fosse riposato dalle fatiche sofferte. Ciò stabilitosi, prestamente si portò il Colonna a Villafranca per ben disporre i suoi all'imminente attacco.

Prospero Colonna

Senoché, venuta a cognizione de' Francesi la presenza del Colonna a Villafranca, idearono di sor-prenderlo; i francesi con mille arditi cavalleggieri, discese dal colle dell'Agnello', percorrendo rapidamente quindici miglia circa e togliendo di mezzo le sentinelle nemiche; indi, guidato dalle spie, passò in opportuno luogo il Po, entrando sollecitamente in Villafranca, priva di soldati, ché pochi momenti prima eransi ritirati ai rispettivi alloggiamenti per prender cibo e riposo. Cercata la casa ove il Colonna alloggiava, l'assediò, v'entrò seguito da' suoi compagni e, presentatosi là dove quegli stava banchettando con parecchi ufficiali, intimò a tutti la resa in nome del proprio sovrano e re Francesco I. Sorpresi i Ducheschi a tale vista, e molto più a tale intimazione, furiosamente si alzarono impugnando le spade; ma vedendosi circondati per ogni dove ed impotenti a difendersi, si arresero, consegnando il Colonna la propria spada nelle mani d'Obigni. 

Gli Svizzeri venivano avvertiti del fatto da Geronimo Penna luogotenente di cavalleria, che coi suoi era corso al vicino lor campo. Si mossero essi sollecitamente ed invasi dalla collera corsero a Villafranca, ma non in tempo per arrestare l'inimico colla preziosa preda; per la qual cosa sfogarono il loro furore su quella infelice terra, che miseramente saccheggiarono.

La tregua

Gli svizzeri si rendono conto di trovarsi soli, né la Spagna né il papa sembrano volerli affiancare. Chiedono una tregua e al re di Francia e di poter trattare la pace. Il re, per nulla guerrafondaio, acconsente sperando di chiudere pacificamente la contesa.

Divulgatasi la notizia della discesa dell'esercito francese in Italia e la prigionia di Prospero Colonna e degli altri valorosi capitani, le potenze confederate si sentirono scosse e disanimate, e bene se n'avvidero gli Svizzeri, i quali pure scoraggiati comprendevano come ormai essi soli avrebbero dovuto sostenere il peso di quella guerra. D'altra parte, considerando come il Re de' Romani ed il Re di Spagna troppo indugiavano a spedire le somme loro promesso, deliberarono di chiedere al Re di Francia una tregua di alcuni giorni, onde recarsi a Vercelli per ivi trattare della pace. Di buon grado vi annui Francesco I nella speranza di impossessarsi del Ducato di Milano senza spargimento di sangue.

Gli svizzeri a Chivasso si trovano le porte chiuse 

Gli Svizzeri nel trasportare il loro esercito a Vercelli lasciarono brutta traccia del loro passaggio. Ma arrivando a Chivasso, dove intendevano vettovagliarsi, vi trovarono, oltre le porte sbarrate e ben difese, una palese ostilità, fomentata, certo, più dal timore che dall'inimicizia. Allora inferociti vollero avere colla forza ciò che ai loro prieghi erasi negato. Appostate quindi le artiglierie,
a colpi di cannone atterrarono parte delle mura, ed entrando per le rovine di essa passarono a fil di spada più di cinquecento uomini che coll'armi difendevano la propria città, sottoponendola in pari tempo al sacco ed appiccandovi anche il fuoco'. E peggio ancora avrebbero fatto se non fossero stati acquietati con uno stratagemma dal Cardinale di Sion e dalle persuasioni del Gambara e del Galeazzo, autorevoli ed energici capitani.

Arriva il Markus Röist

Gli svizzeri mugugnano e malgrado Schiner faccia di tutto per trattenerli parte dell'esercito é ga sulla via del ritorno. Una notizia giunta dalla Dieta federale fa fare un dietrofront generale portando tutti a Gallarate per trattare la pace con i francesi

Era sorto tra gli svizzeri un serio malcontento che, aumentato dalle istigazioni d'alcuni capi, stava per degenerare in aperta rivolta contro il Cardinale di Sion, il quale con tutta l'energia si sforzava di scongiurarla. Già Alberto e Delspacchio, sordi ad ogni consiglio, seguendo la via di Domodossola coi loro corpi, si avviavano ai propri paesi. Altrettanto aveva impreso a fare il Ronna e l'Angiardo, che colle loro compagnie, presa la via del lago Maggiore, se ne andavano ai patri monti'. 
A Varese, mentre, contenti d'aver carpiti i denari del papa al Gambara, si accingevano a proseguire, giunse loro l'annuncio che la Dieta, mal soffrendo che si troncasse cosi ignominiosamente l'incominciata guerra, mandava in Lombardia il celebre e valoroso capitano Rostio con venti mila fanti. Intimoriti a tal nuova, o forse anche richiamati a più onorevoli consigli, si avviarono a Gallarate. 

Markus Röist

Trattato di pace di Gallarate

Le pretese degli svizzeri sono altissime, malgrado questo la voglia di concludere in maniera favorevole il trattato di pace da parte del re di Francia manda in porto gli accordi e le pretese svizzere

Quivi giunti (a Gallarate) trovarono Carlo duca di Savoja col Lautrec ed altri notabili signori, i quali eransi recati colà per trattare della pace, secondo la già corsa promessa. Si cominciarono diffatti le trattative; ma ponendo gli Svizzeri condizioni pressoché umilianti per la Francia i, legati sulle prime non volevano aderire; ma poi, tenendo conto della volontà del sovrano e della necessità di rendersi amica quella indomita e belligera nazione, si piegarono; onde la convenzione fu stesa, firmata e giurata d'ambo le parti.

I patti convenuti erano i seguenti:
  • che gli Svizzeri mantenessero la pace col Re di Francia durante la sua vita e dieci anni dopo la sua morte
  • che gli Svizzeri ed i Grigioni restituissero le valli appartenenti al Ducato di Milano e da essi occupate
  • che sciogliessero lo Stato di Milano dall'obbligo di pagare annualmente quarantamila ducati
  • che il Re di Francia accordasse a Massimiliano Sforza il Ducato di Nemours coll'annua pensione di dodicimila franchi, cinquanta lance e moglie di sangue reale: 
  • che restituisse agli Svizzeri l'antica pensione di quarantamila franchi:
  • che pagasse lo stipendio di tre mesi a tutti gli Svizzeri che si trovavano in Lombardia od in viaggio per entrarvi: 
  • che pagasse ai Cantoni, con comodità di tempo, i seicentomila scudi promessi nell'accordo di Digione e trecentomila per la restituzione delle valli: 
  • che tenesse continuamente al suo soldo quattromila Svizzeri, nominati col consentimento del Pontefice (in caso restituisse Parma e Piacenza), l'Imperatore, il Duca di Savoja e il Marchese di Monferrato. non facevasi alcuna menzione del Re cattolico, de' Veneziani, né d'altri.

Berna, Soletta e Friborgo escono di scena

Vista la situazione, una parte dei capitani svizzeri (principalmente quelli dei cant. Berna, Soletta e Friburgo unitamente agli alleati di Bienne e del Vallese) accettò di negoziare e l'8 settembre stipulò con Francesco I il trattato di Gallarate, che prevedeva la fine delle ostilità e il versamento di un milione di corone ai Confederati. 
Questi Cantoni non cambiarono idea nemmeno con l'arrivo del Röist e malgrado l'odio di Schiner per i francesi che esortava in ogni modo gli svizzeri a muover guerra. 
Va anche detto che Berna Friborgo e Soletta non erano direttamente sull'asse alpino che collegava Milano al nord Europa tramite il passo del Gottardo, ma risultavano più decentrati verso occidente. Evidentemente le influenze per questi cantoni non erano così grandi come per quelli dei cantoni centrali. Inoltre va sottolineato come la Svizzera fosse si legata in caso di difesa ma in caso di attacco pareva parecchio slegata e ogni cantone potè decidere su come comportarsi. La domanda di cosa sarebbe successo se Berna, Soletaa e Friborgo fossero restati a combattere é quasi d'obbligo.
L'accordo di Gallarate quindi non ottenne tuttavia un consenso unanime; risultarono contrari in particolare i rappresentanti di Uri, Svitto e Glarona. Su istigazione del cardinale Matthäus Schiner, che trovava umiliante ritirarsi senza combattre, e la presenza di Röist, il 13 settembre una moltitudine di soldati svizzeri marciò in direzione di Marignano.

[...] mentre essi erano impegnati con giuramento ai patti di pace già firmati, sopraggiunse da Bellinzona il capitano generale Rostio (Markus Röist) con ventimila fanti. Bastò la presenza di questo insigne guerriero, perché gli Svizzeri comprendessero la importanza dei ragionamenti già loro prima tenuti dal Cardinale, dal Visconte e dal Gambara; per cui, dimenticando i patti convenuti, prestarono giuramento di fedeltà al loro nuovo Capitano generale e, chiedendo guerra anziché pace, anelavano al momento di battere ed esterminare il nemico esercito. Nello stesso giorno poi erano arrivati i denari di Spagna; ond'é che il Rostio, fatta la debita restituzione al Gambara, distribuì quelli in paghe e, levato il campo, s'avviò pel Comasco e di là a Monza ond'essser pronto ad entrare in Milano'.

Francesco I vuole entrare a Milano

Francesco I manda ambasciatori a Milano per essere ricevuto come amico ma i milanesi temporeggiano, e anzi, in un secondo tempo temendo ritorsioni da parte degli stessi svizzeri con alcuni di loro attaccano il Trivulzio giunto alle porte di Milano. Vengono poi fatti indietreggiare, chiedono in seguito perdono al re di Francia che di risposta si sposta verso dud nei pressi di Marignano. Qui viene a sapere che gli svizzeri, contrariamente ai paqtti sono entrati in gran numero a Milano...

[...] ma lo pregassero a ritardare di otto giorni almeno la sua entrata, e questo unicamente per prevenire possibili disordini, tanto facili a verificarsi in simili circostanze, ed anche per avere tempo sufficiente ad apparecchiare vettovaglie pel regio esercito.

Accolse lietamente il Re questa legazione, rispondendo in pari tempo che ben volontieri annuiva alla domanda fattagli; che però spediva intanto a Milano il Trivulzio con duecento lance ed il Navarro con quattromila fanti, onde dessero principio all'assedio del Castello, dove sapeva essersi rinchiuso il duca
Massimiliano con un forte presidio.

Gian Giacomo Trivulzio

Ma ben diversamente doveva procedere la cosa; imperocché i cittadini, parte commossi dalle preghiere e dalle minacce del Duca, parte temendo vendette da parte degli Svizzeri, incominciarono a mormorare: poi, ammutinatisi, s'armarono e, preceduti da alcuni Svizzeri', uscirono furenti da porta Ticinese per sorprendere e debellare il Trivulzio, che era pervenuto co' suoi a S. Eustorgio.

Avvedutosi il Maresciallo della ostile intenzione dei cittadini, che gli ebbero anche ad uccidere alcuni soldati, prestamente fece collocare nel mezzo della strada due pezzi d'artiglieria allo scopo d'intimorire quella plebaglia; la quale accortasi del pericolo che le sovrastava, voltò precipitosamente le spalle e riparò dentro le mura.

Allora i piu accorti tra i Milanesi, temendo che una si grave provocazione chiamasse sulla cittadinanza tutta dei terribili guai, spedirono subito un'altra deputazione al Re, implorando il suo perdono; e ciò tanto più supplicavano, in quanto che essi, privi com'erano d'ogni mezzo, non avevano potuto impedire lo spiacevole incidente: che del resto si persuadesse la maestà del Re essere Milano desiderosa del governo di lui, ma pregarlo istantemente a voler procrastinare l'ingresso in città, onde evitare le crudeli ven-dette, che certamente gli Svizzeri non avrebbero risparmiate, avendo i cittadini già esperimentato gli effetti dell'odio di costoro due anni addietro, allorché parteggiarono pel suo antecessore e suocero Luigi XII Si piegò il Re a tali considerazioni; e ben volonterosamente ciò fece, perché sperava nelle già iniziate pratiche di pace. 

Il 10 settembre) l'esercito francese si diresse sopra Melegnano, passando per Landriano. Qui i maggiordomi della casa militare del Re, credendo ch'egli volesse fermarvisi, gli accaparrarono l'albergo del Cappello rosso per suo alloggio, mentre invece egli oltrepassò Melegnano, transitando sul ponte del Lambro e facendo accampare l'esercito tra Mulazzano, Casalmaiocco

In questa località si riposarono tutti anche il di successivo, essendosi saputo che gli Svizzeri, calpestando i fatti giuramenti, erano entrati in gran numero nella città di Milano.
Altamente indignato il Re per tale spergiuro, spedi incontanente a Lodi alcune lance onde sollecitare la venuta dell'Alviano comandante delle truppe venete, ed ordinò che si levasse il campo e si prendesse posizione lungo lo stradale che da Melegnano conduce a Milano.

Schiner sprona gli Svizzeri

Ecco quale sarebbe stato, secondo il Guicciardini, il discorso del Cardinale: 

«Dunque ha la nazione nostra sostenuto tante fatiche, si e sottoposta a tanti pericoli, ha sparso tanto sangue, per lasciare in un dì solo tanta gloria acquistata, tanto nome agl' inimici stati vinti da noi? Non sono questi quei medesimi Francesi, che accompagnati da noi hanno avute tante vittorie? Abbandonati da noi sono sempre stati vinti da ciascuno ? Non sono questi quei medesimi Francesi, che da piccola gente de' nostri furono l'anno passato rotti con tanta gloria a Novara? [...]

E voi credete che ora ardiscano di aspettare quarantamila Svizzeri, esercito si valoroso e si potente, che sarebbe bastante a combattere alla campagna con tutto il resto del mondo unito insieme? Fuggiranno, credetemi, alla sola faccia della venuta vostra. Non hanno avuto ardire di accostarsi a Milano per confidenza della loro virtù, ma solo per la speranza delle vostre divisioni: non li sosterrà la persona o la presenza del Re, perché, per timore di non mettere in pericolo o la vita o lo Stato, sarà il primo a cercare di salvare sé e dare l'esempio agli altri di fare il medesimo.  A che fine siamo noi scesi in Lombardia? A che fine venuti a Milano, se volevamo aver paura dello scontro degli inimici? Dove sarebbero le magnifiche parole, e le feroci minaccie usate tutto quest'anno? [...] Meglio era non avere avuto questi anni si onorate vit-torie; non avere cacciati i Francesi d'Italia; essersi contenuti nei termini della nostra antica fama, se poi tutti insieme, ingannando la aspettazione di tutti gli uomini, avevamo a procedere con tanta viltà.
Hassi oggi a fare giudizio da tutto il mondo, se della vittoria di Novara fu cagione o la nostra virtù, o la fortuna. Se mostreremo timore degli inimici, sarà da tutti attribuita o a caso, o a temerità: se useremo la medesima audacia, confesserà ciascuno essere stata virtù; ed avendo (come senza dubbio avremo) il medesimo succes. so, saremo non solamente terrore della età presente, ma in vene. razione ancora dei posteri, dal giudizio delle laudi dei quali sarà il nome dei Svizzeri antiposto al nome de' Romani. Perché di loro non si legge, che mai usassero un'audacia tale, ne che mai conseguissero vittoria alcuna con tanto valore, né che mai senza necessità eleggessero di combattere contro agli inimici con tanto disavantaggio: e di noi si leggerà la battaglia fatta presso a Novara, dove con poca gente, senza artiglierie, senza cavalli, mettemmo in fuga un esercito poderoso e ordinato di tutte le provvisioni e guidato da due famosi capitani, 
 Leggerassi la giornata fatta a S. Donato (e) con le medesime difficoltà dalla parte nostra, contro alla persona del Re di Francia, contro tanti fanti Tedeschi, i quali quanto più numero sono, tanto più sazieranno l'odio nostro, tanto maggiore facoltà ci daranno di spegnere in perpetuo la loro milizia: tanto più si asterranno da volere temerariamente fare concorrenza nelle armi cogli Svizzeri. 

Non è certo, anzi per molte difficoltà pare impossibile, che il Viceré e le genti della Chiesa si uniscano con noi: però a che proposito aspettarli? Né è necessaria la loro venuta; anzi ci debbe essere grato questo impedimento, perché la gloria sara tutta nostra. Saranno tutte nostre tante spoglie, tante ric-Chezze, che sono nell'esercito nemico. Non volle Mottino che la gloria si comunicasse, non che ad altri, ai nostri medesimi.

[...] Però con l'aiuto di Dio, che con giusto odio perseguita la superbia dei Francesi, pigliate con la consueta animosità le vostre picche, date nei vostri tamburi: andiamo subito senza interporre un'ora di tempo, andiamo a straccare le armi nostre, a saziare il nostro odio col sangue di coloro, che per la superbia loro vogliono vessare ognuno, ma per la loro viltà restano sempre in preda di ciascuno». 

Non devesi sottacere il sospetto dello storico Luigi Bossi (Storia d'Italia, XVII, 354) che questa aringa, disapprovata dal Muratori in bocca ad un vescovo, altro non sia che uno sfoggio dell'eloquenza del Giovio e del Guicciardini.

Verso lo scontro

A tale eccitamento i figli di Uri, di Zug, di Swit e d'Unterwalden, alzano entusiastiche grida di plauso, che vanno a confondersi col rullo dei tamburi e lo squillare delle trombe. Animato dalla speranza di gloriosa vittoria, con incesso marziale, sebbene rivestito degli abiti pontificali, Matteo Schinner, seguito da' suoi Svizzeri, da Porta Romana dirigevasi con grande ed insolito ardore sopra S. Donato.

Ma l'esercito francese, diviso in tre corpi - il primo dei quali comandato dal Connestabile conte Carlo di Borbone, col Trivulzio ed il Navarro'; il secondo tenuto dal Re col Monsignor gran Mastro, il Castiglione ed altri moltissimi Cavalieri esperti e valorosi, tra cui il Bajardo; il terzo, ossia la retroguardia, a poca distanza dal centro, sotto gli ordini di Monsignor di Lanson (al quale per diritto di sangue, morendo Francesco I, toccava, come afferma il Giovio, il regno di Francia), coll'Obigni ed Aimer du Prê, capitano di singolare esperienza, erasi attendato nei campi aperti di Zivido oltre S. Giuliano; i quali, per essere circondati a sinistra dalla roggia Spazzola che scorre parallelamente alla grande strada lodigiana, di fronte da fossati irrigatori, a destra da varie altre acque compresa la roggia Nuova che scorre al basso verso le praterie fiancheggiando il Lambro dal quale essa deriva, presentavano una posizione tanto più van-taggiosa, inquantoché i Francesi vi avevano eretti su tre lati fortissimi ripari con terrapieni ed alti targoni' conficcati nel suolo e legati tra di loro, in modo che arcieri ed archibugieri potevano, così protetti, meglio colpire l'inimico al suo comparire, mentre dai campi circostanti e più elevati di Rovido e Zivido le artiglierie erano pronte a fulminarlo da ogni lato?.

Primo giorno di battaglia

Già parte del tredicesimo giorno di settembre era trascorsa, allorquando tra le dodici e la una pomeridiale le sentinelle avanzate, avuta nuova che gli Svizzeri si metettevano in cammino, ne diedero subito avviso al Connestabile ed al Re; il quale prestamente spedi monsignor di Montereal Bonyn ad avvertire l'esercito che si mettesse subito in armi e che pronto se ne stesse alla imminente battaglia.

Indossata quindi la splendida sua armatura, rivestita la sopraveste azzurra dai gigli d'oro, postosi in testa l'elmo dalla lucente visiera e dal ricchissimo pennacchio, Francesco I montò il suo fido destriero e, percorrendo le file de' suoi soldati confortandoli ed animandoli alla pugna ed alla vittoria, andò a porsi alla distanza di un tratto d'arco dietro la riserva o centro, rimanendo a quel posto fin quasi alle quattro pomeridiane ad attendere con ansia febbrile l'istante della battaglia'.

Gli Svizzeri intanto procedevano baldanzosi e spediti verso S. Donato; ma la loro marcia era seguita dall'occhio vigile ed accorto del Connestabile e del Trivulzio, i quali già avevano avvertiti alcuni colpi di colubrina, sparati, certo, nell'intento di animare i compagni alla imminente zuffa. A que' colpi intem-pestivi, a quella marcia sfrenata protesta il Muzio; ma invano, ché già quegl'intrepidi soldati avanzavano sopra le ancor fumanti rovine degli abitati di S.Giuliano. Quivi giunti alcuni esperti capitani svizzeri, Pellegrino Landerbergo, Cenzio Amerer e Rodolfo Longo, spinti i loro cavalli sull'alto d'un argine a destra del fossato che fiancheggiava la grande strada, alla sinistra videro e studiarono il campo trincerato de' Francesi; ed osservando in pari tempo alla loro destra una lunga distesa di bassi campi chiusi dallo stradale e dalla Vettabbia, idearono di porre quivi il campo onde ristorare le forze dei propri soldati ed attendervi tutte le altre insegne avanti d'attaccare battaglia'. Ma inutilmente; imperocché quella fiera gente, ormai indisciplinata e giustamente qualificata come perduta, sprezzando gli ordini dei propri capitani e le regole di una sana prudenza militare, che il più delle volte apparecchia splendide vittorie, compatta e furente piega a sinistra della grande strada, entra nei campi adiacenti, s'avventa contro gli avamposti francesi e con impeto sfrenato e pazzo si getta sopra i ripari impegnando una sanguinosa zuffa coi Guasconi e coi Tedeschi; i quali con altrettanta energia e fierezza contrastano terribilmente al nemico l'avanzarsi.
 

Francesco I a Marignano

Gli Elvetici, resi più furibondi da così ostinata resistenza e dal vedere il numero grande dei compagni caduti, con pazzo ardire, sfidando le micidiali artiglierie del Navarro, assalgono nuovamente il campo francese con una mossa girante a sinistra, superando i ripari, entro i quali impegnano una accanitissima lotta; e, seminando ovunque la morte, scompigliano le schiere nemiche, s'impossessano di sette pezzi d'artiglieria e piombano su Guasconi e Tedeschi con tale ardimento che questi, sopraffatti dal terrore, si danno a precipitosa fuga. 

A frenare si pericoloso scompiglio s'interpose validamente l'intrepido Navarro, ora rimproverando i Guasconi ed ora confortando i Tedeschi, mentre con numerosa cavalleria uscivano in campo il Trivulzio da una parte ed il Borbone dall'altra. Il Re, avvertito incontanente del disastro, affidò al Gran Mastro ed al Castiglione il comando della riserva ingiungendo loro che vi mantenessero con fermezza l'ordine e, seguito da pochi e valorosi cavalieri, si spinse rapidamente all'avanguardia, dove si adoperò a tutt'uomo per animare e riunire i fuggitivi: sceso anzi da cavallo, come attesta Pasquier le Moine, e tolta una picca dalle mani di un avventuriere, agitandola in aria protestò ad alta voce che voleva insieme ed essi vincere o morire.

Franceso I a Marignano

A tale atto rianimati quegli uomini poc'anzi tanto sfiduciati, gridano ad alta voce "Una sola Francia e Cuneo"; e riunitisi impegnano una nuova fazione, nella quale valorosamente pugnando caddero Cenzio Amerer e Pellegrino Landebergo. 

Ma giunsero sul campo altri Svizzeri, che gettarosi impetuosi nella mischia a vendicar la morte degli illustri loro capitani uccidendo lo Scatelard e trafiggendo Giorgio e Lodovico valorosi Elempurghesi. Indi, afferma il Giovio nella Storia del suo tempo, allargate le loro distanze, presero di mira la cavalleria francese scagliandosi nel mezzo di essa e disordinandola in guisa, che il Sanserro, 1'Ymbercourt, Francesco di Borbone, Bussy d'Amboise ed altri distinti ufficiali incontrarono da prodi la morte; mentre il Trivulzio, perduto il cavallo, a mala pena si difendeva da un nugolo di nemici, che lo avrebbero per certo finito colle loro lance ed alabarde, se in tempo non fossero sopraggiunti i suoi soldati a liberarlo. 

A tanta furia tentano resistere i Francesi, senza però riuscirvi; poiché gl'indomiti nemici, non curanti della vita ed animati dall'odio, sfondano le file nuovamente opposte loro, attraversano una profonda fossa, assaltano e prendono le artiglierie e, gettando nuova confusione nel già grave disordine, scompigliano fanti e cavalli e irrompono nel centro del campo gallo!

Ma il Re, benché il giorno fosse già sull'imbrunire, non si perdé d'animo; e, volendo ultimare la batta-glia, con avvedutezza, certo, superiore all'età sua, ordina al Lanson di seguirlo col centro e sprezzando ogni pericolo si getta nuovamente nel fitto della mischia, anima colla voce e coll'esempio i suoi ed atterra quanti nemici gli si fanno incontro. Sopraggiunge in quel mentre con poderosa cavalleria anche la Banda nera, che si slancia terribile sopra i nemici riaccendendo l'incerta pugna, nella quale eroicamente cade il Talamone figlio della Tramoglia con altri nobilissimi e distinti capitani, mentre gli Svizzeri perdono i non meno valorosi loro condottieri Flecchio, Gualterio Offio e Rodolfo Longo'.


Splendeva ancora chiarissima la luna, come dice il Giovio nella sua minutissima narrazione, quando gli Svizzeri venivano cacciati alquanto lungi dall'abitato che già avevano principiato ad occupare, secondo che attesta Pasquier le Moine; ma essendosi in quel mentre sparse delle dense nubi pel cielo stellato, in pochi momenti tutti quegli intrepidi guerrieri furono ravvolti nelle tenebre, talché allo strepito ed al fragore dell'armi subentrò un silenzio profondo, solo interrotto qua e là dal lamento dei feriti e dal nitrito dei cavalli.

La notte

Intanto il Cardinale di Sion, che trovavasi confuso coi nemici, attratto dalla sinistra luce d'un casolare in fiamme, sfuggendo inosservato ai Francesi, poté colà ridursi, trovando ivi riuniti col Rostio e coll'An-giardo molti altri capitani svizzeri; i quali, fatto dar fiato ad un corno, siccome erano usi, chiamarono a raccolta gli sbandati compagni. Quindi, radunatisi a consiglio, convennero di riattaccare la battaglia all'indomani mattina. 
Siccome però essi erano sprovvisti di vettovaglie ed abbisognavano di artiglierie e di munizioni da guerra, così spedirono prestamente un messo' a Milano, perché sollecitasse il duca Massimiliano a fornirle durante la notte.

Tuttavia non tutti erano del parere che si rinnovasse la battaglia, giudicando bastevole per l'onore delle armi quanto avevano gloriosamente fatto durante la giornata; ma costoro, pregati e supplicati dagli altri più arditi, dovettero cedere e fermarsi sul campo. Altri invece temendo per la propria vita, giudicarono cosa conveniente l'abbandonare il posto; il che fece pure buon numero di cavalieri papalini, i quali, lasciati soli i loro capitani, s'avviarono a Milano.

Ma se gli Svizzeri vegliavano per apparecchiarsi ad un nuovo fatto d'armi, Francesco I di Francia non se ne stava sonnacchioso. Infatti, come poteva egli riposare tranquillo sapendo d'avere nel proprio campo nemici che ammazzavano e si facevano ammazzare con tanta intrepidezza e che non eransi potuti vincere ad onta di tutto il valore dimostrato da' suoi?

Interpellati i capitani, mandò tosto degl'inviti a Lodi perché affrettassero l'arrivo dell'Alviano e dei Ve-neti'. Poi, rilevati i punti principali delle vie, disposto meglio che poteva in tanta oscurità il centro dell'esercito coll'ala destra e sinistra, piazzate in luogo più conveniente le artiglierie e postivi a custodia i Tedeschi, percorse le file animando i soldati all'ultima battaglia ed incitandoli alla vittoria, e da ultimo si ridusse al suo posto; dove, bevuto alquanto vino, si riposò sull'affusto di un cannone.

Fu per certo in questo momento di angoscioso silenzio che, schieratisi avanti la sua mente e i passati pericoli, e gli illustri cavalieri e i prodi soldati perduti, e la incertezza della nuova battaglia, ed i pericoli che nuovamente lo attendevano, il Re di Francia, alzata l'anima pia al Dio degli eserciti, fece voto che, se fosse gloriosamente uscito da quel frangente, non solo avrebbe visitata la santa Sindone, che a quell'epoca si venerava in Chambery, ma avrebbe eretto sul luogo stesso de' suoi trionfi una cappella espiatoria per l'anima dei caduti dedicandola alla Regina delle Vittorie

Il secondo giorno

Rianimato dalla speranza e pieno di fiducia in Dio, s'alzò più sollevato da quel duro giaciglio, ed abbenché fosse ferito (leggermente però) e stanco, cangiò lesto l'armatura e lo scudo che in più parti erano guasti pei colpi ricevuti la sera innanzi, e, montato nuovamente a cavallo, stette fermo al suo posto, aspettando che colla nuova luce venisse riappiccata la battaglia.

Marignano di Karl Jauslin

Gli Svizzeri intanto, abbenché fossero la maggior parte digiuni, e certamente tutti affranti dalla fatica, pure, sostenuti dalla naturale loro fierezza, alimentata dall'odio contro la Francia, si erano concertati
sul modo di condursi nella nuova pugna e, dispostisi in ordine di battaglia, aspettavano impazienti che le tenebre si diradassero per assaltare l'inimico.


Principiato il crepuscolo e distinguendo essi l'oste nemica già schierata, s'avanzarono in tre distinti corpi, il primo dei quali' marciò diretto al centro dell'armata francese guidato dallo stesso Re. 
Ma, giunto alla distanza d'un tiro di freccia, una istantanea e terribile scarica 'artiglieria colpi il fronte degli assalitori che, decimati e rotti, volsero in buon numero le spalle dandosi a precipitosa fuga. Altri però più coraggiosi ed intrepidi con inaudito slancio si spingono avanti e, per nulla curanti delle artiglierie, calano e superano con meravigliosa prestezza un fossato che loro sta di contro, si precipitano sui Tedeschi, seminando tra di questi la morte, ed atterrano tre dei loro più distinti capitani, impegnando in pari tempo una lotta accanita colla cavalleria; la quale, vedendo cadere moltissimi de' suoi prodi coll'alfiere Boemondo, si scompagina, s'avvilisce e si abbandona a precipitosa fuga, correndo verso Melegnano. 
Escono allora prestamente coi loro cavalli il Trivulzio ed il Borbone, che stavano al lato destro dell'accampamento francese, e, spintisi compatti sul fianco sinistro degli Svizzeri, li obbligano a difendersi da due lati; sicché questi dopo molti sforzi d'eroismo, sopraffatti dal numero e più ancora dalla sete, dalla fame e dalla stanchezza, dovettero cedere, vendicando però prima la morte dei caduti loro capi più distinti nell'armi'.
Continuavasi però a combattere accanitamente in quelle parti, dove gli altri corpi svizzeri, fermi ed im-pavidi, contrastavano seriamente la vittoria all'esercito francese, quando giunse l'Alviano colle sue genti a decidere le sorti della giornata.

Il quadro raffigura il momento in cui, nel secondo giorno di battaglia, gli svizzeri, dopo aver sfiorato la vittoria, sono costretti a ritirarsi dall'avvicinarsi dei veneziani. A sinistra, il cardinale Schinner è a cavallo; a destra, in primo piano, Zwingli sta benedicendo un moribondo; sullo sfondo, c'è una zuffa attorno al corno d'Uri

Uscendo egli da Melegnano s'incontrò in una moltitudine confusa di fanti e cavalieri francesi fuggenti, che Aimer du Pré ed Obigni si sforzavano di trattenere e riunire. Indignato dalla viltà di tanti codardi, l'Alviano li rimproverò severamente così apostrofandoli: «Voltate le spalle, o pagliacci, e marciate alla sconfitta dell'inimico». Indi sprona il cavallo, e gridando «Francia! Francia! San Marco! San Marco!» entra con irresistibile impeto nel campo ed investe sì poderosamente nel fianco le elvetiche schiere che desse si scompigliarono un istante. 

Ma poi, riavutesi dalla sorpresa, ferocemente risposero col rinnovare i prodigi poc'anzi operati; imperocché, voltatesi contro i nuovi venuti, impegnarono con questi una terribile lotta, nella quale caddero moltissimi soldati ed il valoroso conte Chiapino, figlio del conte di Pitigliano.

La fiera mischia scompagina alquanto i cavalieri veneti, ma, essendo poi giunti in loro aiuto altri armati, essi poterono riordinarsi e caricare nuovamente quegli indomiti e terribili montanari; i quali, vedendo sopraggiungere un sempre maggior numero di guerrieri della serenissima Repubblica de Venezia, cominciarono a scoraggiarsi ed a sentirsi venir meno le forze, anche per le toccate ferite e per la fatica durata; onde, apertosi con supremo sforzo un passaggio tra le schiere di Francia, sempre combattendo, invasero le abitazioni della vida di Zivido, dove, occupate le case ed i granai, gli orti e le cantine, accanitamente si difesero ancora per tre ore circa, come racconta Pasquier le Moine, perdendo poi miseramente quasi tutti la vita, imperocché Francesi e Tedeschi li vinsero col fuoco e colle rovine là dove non poterono arrivare col ferro.

Anche quegli Svizzeri che qua e là ancora resistevano finirono coll'abbandonarsi alla fuga, decimati dalle incessanti scariche dei cannoni francesi, ed alcuni loro drappelli, accecati dalla polvere e dal fumo delle artiglierie, perduto l'orizzonte, corsero alla volta di S. Brigida passando vicino agli equipaggi del Re e per di là al Lambro, dove poterono salvarsi: altri invece, gettatisi nei campi opposti, pervennero in riva alla roggia Nuova, ed ivi entrati nei terreni adiacenti e bersagliati dalle frecce dei Guasconi, guadagnarono la sponda sinistra di detta roggia penetrando nelle vicine boscaglie e, riuscendo a fuggire pel ponte del lambro sopra Carpianello; mentre i più tardi, perché feriti e malconci furono raggiunti ai Mulini e trucidati

I due giorni di battaglia, in grande il 13 e nel riquadro piccolo il 14 settembre 1515

La ritirata

In questa drammatiche righe si racconta della famosa ritirata da Marignano, una ritirata a testa alta che é diventata un simbolo della storia Svizzera

Così veniva a cessare ovunque il combattere, stanteché i superstiti Svizzeri, vedendo ormai inutile ogni resistenza, tanto più che non poteano affatto contare sui molti loro connazionali che fino allora si erano tenuti inerti spettatori della terribile sfida (si intende l'âla sinistra che era stata mesaa di fronte al maresciallo Trivulzio), e sapendo come altri si fossero già incamminati verso la città, giudicarono conveniente di ritirarsi dignitosamente dal campo. Onde il Rostio, l'Angiardo ed il Ronna, chiamati a raccolta i propri soldati sullo stradale come in luogo più sicuro e comodo, colle armi in pugno, fieri nell'aspetto, serrate le loro file, portando i loro feriti, le bagaglie e dodici bandiere tolte al nemico, non che le artiglierie ricevute poche ore prima e quelle tolte al nemico (che poi gettarono nella roggia Spazzola in una località vicina a S. Martino), abbandonarono quel campo, lasciandovi cinquemila circa dei loro compagni, per dirigersi a Milano.

Meravigliarono i Francesi di così ordinata e quasi trionfale partenza; epperò il Re, temendo un agguato ed accettando il consiglio del Triulzio, ordinò che quegli Svizzeri non venissero menomamente molestati. Tal fine ebbe quella celebre quanto sanguinosa battaglia, che il Trivulzio disse essere stata «non d'uomini, ma di giganti, sicché le diciotto battaglie campali, in che si era egli trovato, a paragone di questa chiamar si poteano giuochi da fanciulli». Grande fu il giubilo dei Francesi per questa vittoria; ma grande deve essere stato altresi il loro dolore per la perdita di tant soldati e più ancora per l'uccisione di tanti prodi, insigni e nobili cavalieri.

Giunti a Milano, gli Svizzeri furono ricevuti umanissimamente da quei cittadini, come dice il Giovio;
imperocché i loro feriti vennero premurosamente accolti negli ospedali ed essi rifocillati con pane e vino, secondo quanto racconta il buon Burigozzo nella sua cronaca. Tennero poi essi un consiglio sulla
grande piazza del Castello, dove trovaronsi riuniti in si gran numero, da non lasciar credere che avessero ricevuta una sconfitta. Chiesero tre mesi di paga, che non poterono avere essendo il Duca privo di denaro; ond'essi, lasciate tre compagnie alla custodia del Castello, alzarono le loro bandiere ed uscirono da Milano per Porta Comasina recandosi a Como, dove fecero provviste prima d'internarsi di là nei patri monti. Il Cardinale di Sion preferi l'esilio anziché venire a patti con Francia e, preso seco il Duca di Bari Francesco sforza, colla cavalleria del Papa ed una grossa banda di Sedunensil passò l'Adda e da Lecco entrò nella Valsasina, indi nella Valtellina, varcando poscia le Alpi per arrestarsi ad Inspruck nel Tirolo.

Chiarimenti

Fino alla metà del XX sec., la storiografia svizzera celebrò l'eroismo dei Confederati. a Marignano, senza menzionare i problemi legati al comando delle truppe e alla loro disciplina. Si cercò inoltre di veicolare il mito della "lezione" del 1515, che avrebbe in seguito spinto i cantoni alla Neutralità, una politica che in realtà è soprattutto riconducibile alle divisioni interne dovute alla Riforma, a una serie di sconfitte fino al 1525 (oltre a Marignano, battaglie della Bicocca, del Sesia e di Pavia) e alle ingenti perdite umane che il servizio mercenario comportava.

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